LAURA ROCCA.
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IL REGNO DEL FUOCO.
Serie: Le Cronistorie degli Elementi. 3. Il mondo che non vedi.
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2017.
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Parte 2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo 12 ~ Acqua nel deserto.
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Venerdì 16 marzo.
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Quel mattino si svegliò all’alba: la luce era tenue e soffusa, il deserto sembrava una distesa rosa
pallido. Aidan uscì dalla tenda e costatò che la loro posizione, come previsto da Kenina, era
fortunatamente in ombra. Dopo l’incubo che aveva appena rivissuto gli sembrava di essere in paradiso,
pur ammirando quel panorama brullo.
Da quando erano partiti la morte dei suoi aveva ripreso a tormentarlo in sogno, tutte le volte gli
sembrava così reale. L’incubo s’interrompeva sempre nello stesso punto: gli sembrava che quegli attimi
si fermassero e poi una luce lo accecava. Sapeva che era folle, ma era convinto che quello non fosse un
sogno, ma un ricordo.
Buonia si stava già dando da fare davanti al fuoco da campo; ancora nessuno si era alzato, erano
soli e decise di raggiungerla.
«Sei mattiniera», disse piano, avvicinandosi.
«Quando si alzeranno vorranno partire subito, è bene che il tè sia già pronto», rispose Buonia,
continuando ad affaccendarsi.
Aidan per darle una mano tirò fuori il pane in cassetta da uno dei sacchetti e iniziò a disporlo.
«Sai già qualcosa?», domandò sottovoce, mentre controllava che non si avvicinasse nessuno.
«Sì, Caswyn mi ha già raccontato», rispose Buonia, tirando fuori piccole marmellate mono
porzione.
«E... che cosa pensi?», indagò, curioso di sapere se loro lo ritenessero colpevole.
Buonia posò ciò che aveva in mano, si guardò intorno e poi si rivolse a lui.
«Aidan, non credere neppure un momento che io e Caswyn ti attribuiamo qualche colpa o
pensiamo che stiate sbagliando. Siamo con voi. Cerca di stare tranquillo, magari oggi cambierà
qualcosa», lo rincuorò Buonia, per poi riprendere a fare le sue cose.
Alla spicciolata iniziarono ad arrivare tutti, ringraziando Buonia per aver già preparato. Osservò
Celine scherzare con Kenina mentre beveva il suo tè, gli sembrava rilassata nonostante tutto e si disse
che doveva smettere di preoccuparsi. Avrebbe parlato con lei dell’incubo anche se non lo faceva
volentieri: raccontare della morte dei suoi lo faceva sentire vulnerabile e colpevole, ma con Celine
poteva davvero essere se stesso, senza vergognarsi di ciò che provava.
Montarono in sella. Il sole stava iniziando a salire in cielo e la passeggiata in mezzo alle dune
non si sarebbe rivelata piacevole, anche grazie al vento che si stava alzando e gli sparava la sabbia
diritta negli occhi. Era in grado di orientarsi bene, come tutti i guerrieri, ma quel luogo era talmente
monotono che non sapeva se sarebbe riuscito a capire dove andare. Mente invece Kenina li guidava
sicura, la ammirò per le sue capacità e comprese perché Celine la apprezzasse così apertamente: pur
essendo una nobile non era di peso né pretenziosa.
In quella zona il paesaggio era di una piattezza incredibile: terra arida, sabbia, un cactus, e poco
altro. La sua mente, priva da distrazioni visive, continuava a vagare su pensieri spiacevoli.
Quando, dopo due ore, vide in lontananza le montagne rocciose che facevano da scudo al
mondo degli umani, tirò un sospiro di sollievo. Toll Gorm era ormai vicino. Il paesaggio iniziò a
mutare leggermente, la sabbia poco per volta si trasformò in erba; lunghe palme da dattero fecero la
loro comparsa, disposte in fila da entrambi i lati, come a segnare un sentiero. Giunti in fondo si
aprivano su uno spazio circolare. Lì crescevano enormi baobab, le piante erano in piena fioritura e
rigogliose; petali bianchi e odorosi ogni tanto si staccavano e prima di giungere a terra fluttuavano
leggiadri nell’aria, quasi sospesi. Eteree farfalle multicolori svolazzavano intorno alle piante; i tronchi
erano enormi e rigonfi d’acqua per i periodi di siccità.
Tutti iniziarono a smontare da cavallo, anche Aidan lo fece avvicinandosi e ammirando quella
stranezza del Regno. Non si conosceva l’origine di Toll Gorm, né vi erano spiegazioni riguardo la sua
creazione: era una grandissima voragine circolare nel terreno, una decina di metri più in giù si poteva
ammirare al suo interno, resa brillante dai raggi del sole cocente, la meravigliosa acqua turchese che lo
riempiva.
Osservò Celine iniziare a girare per la radura, accarezzare gli alberi, tentare d’immergersi nella
natura del luogo. Quando fu a distanza da tutti, si concentrò per tentare un contatto. Il silenzio era
totale. Tutti la osservavano e Aidan, per la prima volta, si domandò quanto dovesse essere stressante
per lei essere oggetto di così tante aspettative. Kaina aveva stampato in faccia un sorrisino bieco, era
chiaro sperasse che Celine dicesse di non aver avuto alcun contatto. Aidan si sforzò di guardarla con
attenzione: voleva studiare il suo viso per capire se mentisse.
La Regina rimase in raccoglimento molto a lungo, poi si alzò in piedi e volse lo sguardo verso di loro.
«Ho avvertito la pace del luogo, gli alberi che vi crescono intorno hanno visto numerose ere
susseguirsi, innumerevoli Sovrintendenti e famiglie. Mi hanno narrato la fierezza della gente che
popola questa terra e la loro gratitudine verso il coraggio del popolo. Vi ringraziano per non aver
permesso che il nemico giungesse qui e distruggesse tutto», disse Celine, principalmente rivolta verso Kenina.
La ragazza sorrise raggiante e fiera, ma Aidan se ne dispiacque perché sapeva che Celine aveva
mentito. Ne era certo, conosceva sin troppo bene i suoi occhi ed era sicuro che non avesse avvertito nulla.
Il panico, fino a poco prima tenuto a freno, riprese a montare in lui.
Mavi aveva osservato il fratello e visto come il suo sguardo si fosse adombrato, era certa non le
fosse chiaro qualcosa. Anche Celine, che era sempre così radiosa, le era sembrata piuttosto piatta nel
riferire quanto aveva detto loro. Avrebbe voluto saperne di più, ma la presenza di Kaina le impediva di
avvicinarsi ad Aidan. Il fratello aveva terribili segni scuri sotto gli occhi, Mavi era certa gli incubi
fossero ripresi. Ogni tanto le capitava di sentirlo urlare di notte, quando erano a casa loro. Non glielo
aveva mai detto per non ferire il suo orgoglio e perché lui non voleva mai parlarne.
Si erano fermati a pranzare vicino a Toll Gorm e poi Celine aveva voluto fare un giro lì intorno,
notando dei pali che sporgevano dal terreno in direzione Sud. Kenina aveva spiegato loro che si trattava
di pozzi che, in epoche passate, erano stati scavati dai suoi antenati per portare l’acqua fino al villaggio
nei pressi della miniera. L’acqua, tramite cunicoli sotterranei orizzontali, scorreva per grandissime
distanze, cosicché il calore non la facesse evaporare lungo la strada.
Il pomeriggio aveva fatto capolino già da un pezzo quando rimontarono a cavallo per tornare
indietro. Brian, come sempre, le si affiancò cercando di fare conversazione.
«Per te», disse, porgendole un fazzoletto.
Al suo interno vi erano dei fiori di baobab pressati. Mavi lo guardò stupita.
«Ho visto come li ammiravi. Tranquilla, non ho deturpato quei poveri alberi: ho usato il mio
potere e ne ho fatti fiorire giusto un paio nel terreno, poi li ho subito colti per te. Non se n’è accorto
nessuno, eravate tutti troppo presi ad ascoltare le spiegazioni di Kenina sui pozzi», chiarì lui.
Mavi sentì una folata di felicità pervaderla. Da quando si era risvegliata si impediva di provare
gioia per le attenzioni che Brian le riservava, sempre pronta a schivare i suoi tentativi di fare breccia
nella sua corazza, ma quel gesto era giunto così spontaneo e inaspettato. Un sorriso le increspò le
labbra prima che facesse in tempo a reprimerlo.
«Ha sorriso!», gioì Brian come uno scemo.
Mavì lo fulminò con un’occhiataccia scherzosa, e infilò il fazzoletto in una tasca della divisa.
«Di che cosa state parlando?», s’inserì una voce che le provocò fastidio immediato.
«Nulla che ti riguardi, Kaina», rispose in malo modo Brian.
«Oh, andiamo! Se si tratta di discorsi piccanti, sapete che con me potete condividerli
tranquillamente. Anzi, Mavi, se vuoi posso darti qualche consiglio su cosa gli piace, dopotutto sono
anni che aspetti, sarai arrugginita...», ridacchiò Kaina.
«Sai, non tutti sbandierano di andare a letto con chiunque ai quattro venti e non credo che ti
riguardi la mia vita sessuale», replicò secca Mavi.
«Ah, be', quando è così...», disse Kaina. «Vi stavo osservando e mi è venuta in mente una scena
davvero buffa di qualche tempo fa. Mavi, ti racconterò qualcosa di divertente su Brian. Un giorno si
presentò alla Villa da Morwenna e chiese di poter andare nelle serre a prendere dei fiori. Io lo incontrai
mentre tornava, lui si fermò a parlare con me e mi porse i fiori. Io gli domandai perché non avesse
scelto le rose rosse, sapendo che sono quelle che preferisco. Rispose che non erano per me, erano per
te. Ti aveva dato buca per uscire con una tessitrice e quando era tornato alla Divisione ti aveva trovata
sveglia e abbastanza incavolata, per aver passato la tua serata di riposo a far nulla: voleva farsi
perdonare portandoti delle peonie. Era venuto a prenderle alla Villa perché sapeva che lì crescevano
quelle del tuo colore favorito. Lui non lo rammentava e non poteva generarle con il suo potere.
Aggiunse poi che, quando mi aveva visto, aveva pensato che almeno, quei bei fiori recisi, non
sarebbero andati sprecati per niente. Dopotutto tu eri solo un’amica con cui si divertiva quando non
aveva nulla di meglio da fare, mentre io ero la donna più bella che avesse conosciuto. Li accettai,
divertita. Quel gesto mi compiacque tanto che, anche se intorno non c’era tuo fratello da far ingelosire,
invitai Brian a raggiungermi in camera», concluse Kaina allegra, come se avesse raccontato un episodio
del quale ridere insieme.
Mavi sentì la rabbia montarle dentro. Avrebbe voluto buttare quella donna giù dal cavallo e
strapparle i capelli uno a uno. La stava deridendo come se nulla fosse. Volse lo sguardo verso Brian e
vide che era impallidito, segno che la storiella raccontata dalla megera era vera. L’avrebbe fulminata lì
sul momento, ma volgere i propri poteri verso un loro simile era considerato punibile con la privazione
della rigenerazione, quindi con la morte. Non una pena di morte immediata, ma per invecchiamento, in
modo che la vergogna per il gesto compiuto li accompagnasse per tutta la durata della breve vita che
sarebbe rimasta ai colpevoli di un gesto tanto bieco.
«Vi lascio ai ricordi sulle vostre storielle, sono certa ne avrete tante da condividere e non vorrei
essere di troppo», disse Mavi, spronando poi il cavallo.
Mentre si dirigeva verso il fratello, estrasse dalla tasca l’involto con i fiori e lo gettò a terra. Era
stata una stupida. Quando Aidan la vide, lesse immediatamente il suo stato d’animo.
«Che cos’è successo?», domandò premuroso.
«Nulla che non potessi aspettarmi. Kaina si è unita a noi per deliziarci di qualche raccontino sui
suoi trascorsi con Brian», rispose Mavi, omettendo il tipo di racconto.
«È solo invidiosa, sa che nessun uomo sano di mente la guarderebbe come una compagna con
cui condividere la vita. Non darle ascolto. Mi dispiace, temo di averla scacciata in modo piuttosto
eccessivo poco fa e deve essersi voluta vendicare», tentò di rincuorarla Aidan.
«Non è colpa tua. Brian ha innumerevoli altri trascorsi similari. Io non riesco a stargli vicino,
Aidan. Immagino tutte le guaritrici, tessitrici, artigiane e quanto altro ancora di Gallaibh, che mi ridono
dietro ogni volta che lo vedono ronzarmi attorno. Kaina avrà sparso la voce per divertimento, tutte
penseranno che lui ora mi stia vicino per ciò che mi è accaduto nel Regno dell’Aria. Io non credo di
poterlo sopportare, non voglio qualcuno che sta con me perché gli faccio pena», disse Mavi,
approfittando del forte vento che copriva le sue parole a orecchie indiscrete.
«Anche io ho fatto tanti sbagli in passato. Guarda anche il mio rapporto con Aengus, lo avevo
quasi distrutto definitivamente. Io non penso Brian provi pena per te, io credo sia vero che ha aperto gli
occhi troppo tardi. Kaina è una strega e non devi darle peso. Anche se altre ridessero di te, avranno di
che piangere quando lui ti sposerà mentre nessuno degnerà loro di uno sguardo», rispose Aidan secco.
«Il tuo rapporto con Celine deve averti davvero cambiato se hai una fiducia così cieca
nell’amore. Addirittura ci immagini sposati?», lo canzonò Mavi.
«Non posso sognare per me, ma sarò almeno libero di farlo per la mia amata sorella?», replicò
Aidan.
«Vuoi dirmi che cosa succede?», chiese Mavi.
Vide Aidan guardarsi intorno, era evidente che volesse accertarsi di non essere ascoltato da
altri. Solo dopo le rivelò quanto stava accadendo davvero.
«È allarmante, posso solo immaginare il peso che lei porta dentro», rispose Mavi.
«Già, ed è solo colpa mia. Come anche il mio umore di oggi è causa del fatto che Kaina sia
venuta a infastidire te».
«Aidan, non puoi prenderti le colpe per qualsiasi cosa. Lei ti vuole e sempre lei ha rifiutato la
mano che gli Spiriti le stavano porgendo. Non permettere a tutto questo di causarti malessere, ho visto i
segni scuri che hai sotto gli occhi. Sono ripresi gli incubi?», chiese diretta.
Aidan la guardò triste e Mavi si maledisse per non essere stata più delicata.
«Ultimamente ho passato quasi tutte le notti con Celine, la tenevo tra le braccia mentre dormiva
e mi assopivo anche io. Sai, anche se riposavo pochissime ore, ero pieno di energia. Adesso, lontano da
lei, gli incubi hanno ripreso a tormentarmi. Forse la spiegazione è semplice: non essere al sicuro a
Gallaibh, doverci nascondere maggiormente ed essere costretti a mentire, mi ricorda quanto il nostro
rapporto abbia il tempo contato. La certezza che dovrò lasciarla andare ricorda al mio inconscio la
perdita della mia famiglia», rispose Aidan, lo sguardo volto verso l’orizzonte, fisso nel vento che gli
sbatteva in faccia la sabbia.
Se Mavi non avesse visto con quanta forza i granelli turbinavano attorno a loro, sarebbe stata
certa che il fratello stesse piangendo.
Era solo la forza con cui la sabbia gli stava frustando il viso.
Aidan non piangeva, non più.
Kenina era di ottimo umore. Quel giorno Murch aveva cavalcato sempre di fianco a lei, tutte le
volte che era smontata da cavallo l’aveva aiutata a scendere e si era comportato con naturalezza, come
se quanto accaduto tra loro la sera prima non lo avesse turbato o infastidito.
Quando erano arrivati al campo il sole stava tramontando.
«Andate pure a togliervi la sabbia di dosso», disse Erskine che era di fianco alla regina.
«Buonia e Bhirginia, preparate pure qualcosa di veloce, mangeremo in fretta, poi faremo una piccola
riunione», concluse.
«Scusate», si affrettò a dire Kenina, «che ne direste se dessi una mano anche io. Potrei
proporvi una preparazione un po’ più lunga, mentre il cibo si cuoce si potrebbe fare la riunione e
mangeremmo con calma dopo».
Erskine volse lo sguardo verso Celine.
«Va bene, sono curiosa di vedere cosa ci prepari», acconsentì sorridendole.
«Che bello!», esclamò Kenina, abbracciando Murch di fianco a lei.
Per la prima volta lo sentì irrigidirsi davvero e non se ne spiegò il motivo. Quando andò verso la
sua tenda per lavarsi, lo seguì.
«Tutto a posto?», chiese preoccupata di aver esagerato.
«Certo», le sorrise lui.
«Ne sei sicuro? Prima ho avuto l’impressione di darti fastidio», disse incerta.
«Ma no. Semplicemente siamo in missione e non vorrei Erskine avesse qualcosa da ridire»,
replicò Murch, liquidando la questione.
«Perché dovrebbe? Non credo che nulla ci vieti d’intrattenere rapporti, se non sbaglio lui dorme
nella stessa tenda di quella donna dall’aspetto piuttosto aggressivo...», indagò Kenina.
«Ermer», spiegò Murch, «è la sua compagna ed è diverso. Io ti ho appena conosciuto, non
vorrei sembrasse che sono venuto qui per rimorchiare o che io sia disattento», replicò lui.
Kenina lo guardò incerta.
«Non mi sono pentito di averti baciato», le disse.
Come conferma, prima di salutarla per entrare nella tenda, le posò sulle labbra un lieve bacio.
Tanto bastò per indurla a tranquillizzarsi e, con la gioia nel cuore, corse a lavarsi per andare a preparare
la cena.
Quando raggiunse il fuoco da campo, trovò Buonia e Bhirginia già pronte ad aiutarla.
«Dicci cosa dobbiamo fare!», esclamò Buonia allegra.
«Posso chiedere come mai Kaina non ci aiuta mai? Mavi è una guerriera e posso capirlo ? anche
se qui viviamo in modo più paritario rispetto alla Capitale ? ma Kaina mi pare sia una guaritrice. Non
giudico la regina, ci mancherebbe, mi chiedo solo perché si astenga dal fare qualsiasi cosa», domandò
curiosa di comprendere come andassero le cose.
«Mavi sta passando un periodo particolare, penso solo sia disattenta. Celine sarebbe la prima a
voler far qualcosa, si astiene solo per non sentirsi fare la predica da Erskine. Per quanto riguarda Kaina,
credimi, meno la conosci e più sei felice: lascia che si comporti da nobildonna e ci stia alla larga, non è
una presenza piacevole», rispose Buonia, confermandole l’idea che si era fatta.
«Lo immaginavo», ridacchiò Kenina. «Diamoci da fare, questa sera serviremo una cena
deliziosa, con tanto di dolce», le esortò allegra.
Quando terminarono di porre le preparazioni in cottura, raggiunsero gli altri che si erano già
preparati per la riunione.
«Possiamo iniziare», disse Celine, quando le vide arrivare.
Prese la parola Erskine, cartina alla mano. Fece il punto della situazione sui luoghi che avevano
visitato e segnando di fianco a ogni punto se era avvenuto o meno il contatto con gli Spiriti. Poi iniziò a
spiegare loro il suo piano per i giorni successivi.
«Ho proposto a Celine di fare una doppia tappa domani. Potremmo raggiungere durante la
mattinata Oitir Gaothan, la Duna dei Venti, da lì proseguire per il Lobhtaichean, il piccolo
insediamento nei pressi della miniera. Magari ci potremmo portare dietro giusto i sacchi a pelo e
dormire in qualche spazio comune nel villaggio. Il mattino seguente saremmo già in loco e Mèinn an
Clachan Dubh sarebbe a breve distanza. La Miniera richiederà qualche ora e, prima di tornare al
Vulcano, potremmo tentare di visitare l’Oasi. In questo modo risparmieremmo molto tempo e sarebbe
più agevole», illustrò con calma, lo sguardo che si posava su ognuno dei loro visi per verificare se
fossero attenti.
«Kenina, pensi sia fattibile?», la interpellò Celine.
«Certo, all’insediamento saranno felicissimi di vederti e non sarà necessario portarci dietro
nulla: vi sono diverse case disabitate, sono rimasti solo i residenti a lavorare alla Miniera. I laoich si
sono tutti uniti al pattugliamento alle Divisioni e saranno felici di ospitarti nelle case libere», li
informò, felice di poter essere d’aiuto.
«È una fortuna averti con noi», la ringraziò Erskine.
«Il piacere è mio. Almeno potrete raccontare a mio padre che sono pronta a prendere il suo
posto!», scherzò lei. Non era minimamente interessata a rimanere intrappolata nel ruolo di
Sovrintendente, ma era stanca che il padre mettesse in dubbio le sua qualità.
La riunione continuò, all'insegna di svariate supposizioni su quale luogo fosse più favorevole a
essere quello della forgiatura dell’Arco. Quando gli argomenti si consumarono, Kenina fu felice di
andare a controllare se le sue pietanze fossero pronte. Fortunatamente era tutto perfetto e caldo.
Quella sera l’aria si era rinfrescata parecchio e, dopo quella riunione infinita, la ragazza fu
ancora più entusiasta di aver pensato anche al dolce: avrebbe certamente rinvigorito gli animi di tutti i
presenti.
Kenina li aveva stupiti tutti. Celine si rallegrò che la più sorpresa di tutte fosse proprio Buonia,
le faceva piacere che l’amica iniziasse a vedere Kenina per ciò che era: una fantastica ragazza, e non
solo la rivale di Adraste.
Aveva preparato il cous cous con legumi e spezie: i sapori forti della pietanza risaltavano al
punto giusto. Poi li aveva nuovamente impressionati tirando fuori il dolce: aveva preparato piccoli
porzioni di cous cous aggiungendo mandorle, cannella e zucchero, il risultato era stato strabiliante e
tutti si erano complimentati.
“Riusciremo a stare un po’ insieme dopo?”, chiese ad Aidan mentalmente.
“Celine, è già tardi, la tappa di domani sarà anche più lunga, sarebbe meglio se riposassi. Lo
vorrei anch’io, ma questa sera la riunione è stata davvero lunga. Non temere, ho capito che oggi hai
mentito”, rispose lui.
“Non so più cosa inventarmi...”.
“Cerca di stare calma e riposa, ti servirà”, rispose lui rapido perché Erskine gli si era
avvicinato per parlare.
Iniziarono ad alzarsi tutti e Celine, sapendo che non avrebbe potuto incontrarsi con Aidan,
decise di restare con le ragazze. Un po’ di risate in compagnia le avrebbero fatto bene e soprattutto con
Erskine distratto era più facile darsi da fare senza che le rammentasse di continuo che la regina non
lavava i piatti, cucinava o montava tende.
«Vi aiuterò anch’io questa sera», si unì Kaina.
A Celine per poco non andò l’acqua di traverso: non potevano certo dirle di andarsene. Poi notò
Lonn in disparte e colse l’occasione per tentare di conoscerlo meglio.
«D’accordo, Kaina. Fai restare anche Lonn, almeno avrà modo di chiacchierare con noi»,
rispose.
«Come ti trovi?», domandò al ragazzo, mentre asciugava i piatti che lei stava lavando.
«Bene, certo ancora non ho stretto amicizia con nessuno, ma non ritengo sia la situazione
ideale. Forse poco per volta inizierò a conoscere un po’ tutti», rispose lui.
«Vedrai che sarà così, ne sono certa», lo rassicurò Celine.
«Sono rimasta davvero impressionata, Kenina: sei stata bravissima», sentì dire a Bhirginia.
«È vero, confermo! Era più buono il tuo di quello che abbiamo mangiato al Castello!», si unì
Celine.
«Davvero? Ne sono felice», rispose la ragazza.
Celine si rallegrò che Kaina stesse zitta e si limitasse a fare lo stretto indispensabile.
Quando terminarono di rigovernare si misero sedute a chiacchierare qualche minuto.
«Siete molto fortunate: entrambe combattete al fianco dei vostri mariti», disse Kenina, rivolta a
Buonia e Bhirginia.
«Buonia è già un passo avanti a me, lei si può rigenerare. Io tenterò quando i viaggi finiranno»,
rispose Bhirginia.
«Penso sia bellissimo che anche i residenti abbiano la possibilità di accedere alla prova di
rigenerazione. Sono certa che tu la supererai», replicò Kenina. Si vedeva che era sincera, non era come
quei nobili altezzosi che pensavano fosse riservata a pochi.
«Anche io l’ho preso in considerazione, quando il guerriero che amavo aveva dimostrato di
volermi frequentare con assiduità, poi lui ha di nuovo cambiato idea. Ha deciso di amare qualcuno che
non lo merita, qualcuno che a breve gli farà del male e basta...», s’intromise Kaina.
Buonia la fissò orripilata perché era chiaro a cosa stesse facendo riferimento.
«Mi dispiace molto», rispose la povera Kenina, ignara di tutto, «a volte non si riesce a vedere
come sono davvero le persone. Spero che questo ragazzo si ricreda, se è già certo che gli farà del male
non capisco come mai voglia lei e non te».
«A volte gli uomini non sanno cosa è meglio per loro, sono sciocchi. Lei gli fa credere che lo
amerà per sempre, ma è già promessa a un altro», rispose Kaina, lanciando a Celine un sorrisetto
maligno. «A ogni modo io sono paziente e quando lei lo scaricherà ci sarò. Lui e io avevamo un
bellissimo rapporto, a letto l’intesa era fortissima. Non ho mai provato niente del genere per nessuno.
Non so se tu sia mai stata innamorata, Kenina, ma quando lo fai con qualcuno con cui c’è un
sentimento è diverso. Potrei impiegare ore a descrivere tutto ciò che provavo quando lui era dentro
me», continuò a narrare Kaina, ferendo Celine a morte.
Si disse che erano solo bugie, che lo diceva apposta; le tornarono alla mente i discorsi che aveva
fatto con Mavi e tentò di rassicurarsi con le sue parole, eppure non riusciva a darsi pace. Con Aidan
non poteva parlarne, né avrebbe avuto il coraggio di chiederglielo, perciò doveva tenersi il dubbio. In
realtà non le bruciava il fatto che lui prima di lei fosse stato con altre ragazze, ciò che la faceva stare
male era la consapevolezza che non avrebbe mai saputo come sarebbe stato.
«E tu, Kenina?», chiese Buonia, tentando di cambiare discorso, «hai già ricevuto qualche
proposta? Come figlia del Sovrintendente immagino avrai molti pretendenti».
«Sì, ma mio padre sa che non sono interessata e ha rifiutato ancor prima di propormi i candidati.
Io sono fatta a modo mio, non mi si addice il ruolo di donna da conquistare», scherzò Kenina.
«Stai attenta, potresti trovarti nella mia stessa situazione, quello che piace a te sta spasimando
per una tessitrice. Lei finge di non essere interessata tenendolo sulla corda, è chiaro a tutti tranne che a
lui. Adesso siamo qui, ma quando tornerà a Gallaibh sono certa che lei si farà vedere, tanto per
mantenere vivo l’interesse e poi lasciarlo a bocca asciutta ancora una volta», disse Kaina, facendo una
risatina.
«Kaina, non mi sembra il caso che tu t’immischi in faccende di cui non sai niente!», l’aggredì
Buonia, cascando nella trappola.
Celine sapeva che la discussione da quel momento in poi sarebbe degenerata.
«In effetti hai ragione, Buonia, ne so poco, solo qualche voce. Ma ammetterai che Murchadh è
un partito appetibile e ci siamo chieste tutte come mai, dopo che l’aveva invitata al ballo, Adraste non
abbia accettato la sua corte. Magari tu, che sei sua cugina, ci puoi illuminare. A te ha detto qualcosa?»,
lasciò cadere Kaina con noncuranza.
«Sua cugina?», domandò Kenina, mentre osservava Buonia con occhi sgranati.
«Oh, cielo! Che gaffe», finse di sentirsi in imbarazzo Kaina, «pensavo lo sapessi. Non te
l’hanno detto?».
«Kaina, non avresti dovuto, sei davvero una vigliacca», s’inserì Celine che non ne poteva più.
«Non avrei dovuto fare che cosa? Dire la verità? Stai dicendo questo?», le sibilò contro Kaina.
«Kaina, adesso basta. Lei è la Regina, non puoi rivolgerti così», intervenne Lonn. Il ragazzo
appariva evidentemente allarmato.
Celine volse lo sguardo verso Kenina: si guardava intorno passando da un volto all’altro,
l’espressione allarmata, le mani poggiate a terra che scavavano nervosamente nella sabbia.
«Vattene, Kaina, per questa sera hai fatto abbastanza. Ti ordino di andartene nella tua tenda
immediatamente!», esclamò Celine, sfidandola con lo sguardo a contraddire un ordine della Regina.
Kaina la fissò a lungo prima di alzarsi, poi voltò le spalle a tutti senza dire una parola. Lonn,
rimasto solo con loro, era in evidente imbarazzo.
«Mi dispiace», si scusò.
«Non è certo colpa tua, vai pure se lo desideri», lo congedò Celine.
«Buonanotte», rispose lui, prima di battere in ritirata verso la sua tenda.
«Forse è meglio che vada anch’io», disse Kenina, alzandosi in piedi.
«Aspetta», la esortò Celine, «non era nostra intenzione prenderti in giro. Sarebbe una
menzogna se ti dicessi che nessuna di noi aveva compreso il tuo interesse per Murch. Per me non fa
nessuna differenza. Io ti apprezzo davvero».
«Mi dispiace che tu lo abbia saputo così. Ammetto che in un primo momento ti vedevo come
una minaccia per mia cugina, ma...», iniziò Buonia.
«Una minaccia per tua cugina? Murch mi ha detto come sono andate le cose e mi ha raccontato.
Vuoi forse dirmi che mi ha mentito?», la fulminò Kenina nervosa.
«No, Murch non ti ha mentito, ma ci sono motivazioni che lui non conosce e non sono affare
mio, né tuo. Non tradirò le confidenze che mi ha fatto mia cugina, anche se ciò può significare che
perda interesse per lei. Ognuno fa le proprie scelte, com’è giusto che sia», replicò Buonia.
«Non so a cosa tu faccia riferimento e neppure lo voglio sapere, solo mi sembra di essere stata
raggirata», disse Kenina, prendendosi il volto tra le mani.
Non era stata abbastanza lesta, Celine aveva visto una lacrima scorrere. Alzandosi prese posto
di fianco alla ragazza.
«Ehi, nessuno di noi voleva prenderti in giro, né metterti in imbarazzo. A che titolo Buonia
sarebbe potuta venire a dirti qualcosa? Che cosa avrebbe dovuto fare? “Ciao ,sono la cugina della
donna di cui è innamorato il ragazzo su cui hai messo gli occhi?”. Insomma, sarebbe stato oltremodo
stupido, non abbiamo certo quindici anni», disse pacata, poggiando una mano sulla spalla della ragazza.
«Davvero, Kenina, so che in questo momento potrà sembrarti una bugia, ma ti trovo una
ragazza apprezzabile e bellissima. Se Murch dovesse scegliere te, non farebbe di certo un errore.
Voglio bene a mia cugina, ma la sua vita sentimentale non è un problema mio», proseguì Buonia.
«Non parlo di voi, parlo di Murch. Lui avrebbe dovuto dirmi che tu sei la cugina di Adraste»,
sbottò Kenina.
«Magari si sentiva in imbarazzo a farlo, forse temeva avresti perso naturalezza. Inoltre siamo in
battaglia, credo non volesse turbarti», tentò di giustificarlo Buonia.
«Oggi quando l’ho abbracciato davanti a tutti ha avuto una strana reazione. Gliene ho chiesto il
motivo e lui mi ha rifilato una frottola su Erskine, il dovere in missione e il non voler apparire distratto.
Ora capisco, invece, che mentiva: non voleva che la cugina di Adraste capisse che lui stava riservando
attenzioni a un’altra», spiegò Kenina.
«Conosco poco Murch, mentirei se dicessi diversamente. Tra i ragazzi è uno dei più riservati e
composti, ma sai, per il poco che so di lui, non credo proprio voglia stare con due piedi in una scarpa.
Ne è prova lampante il fatto che per primo ti abbia parlato dei suoi sentimenti per mia cugina. Penso
solo che non sapesse come comportarsi, e non credo che la cosa di Erskine sia una menzogna. Kenina,
se sei innamorata di lui non lasciare che questo ti scoraggi, se ne senti il bisogno chiarisciti con lui, ma
non tirarti indietro per mia cugina. Sarei una bugiarda se non ti dicessi che vorrei vedere Adraste felice,
ma lo farei anche se tentassi di metterti in testa cose che non sono. Murch non le deve davvero nulla»,
disse Buonia, stupendola.
Sapeva che l’amica era una persona dal cuore puro e dall’animo buono, ma non credeva sarebbe
riuscita a mettere da parte facilmente la sua avversione per ciò che stava nascendo tra Murch e Kenina,
eppure lo aveva fatto. Le sorrise dalle spalle della ragazza.
«Grazie», le disse Kenina alzandosi in piedi. «Temo che sia davvero ora di andare a letto. La
passeggiata di domani verso la Duna non sarà piacevole, c’è un motivo se si chiama Duna dei Venti:
ciò che avete sopportato sino a oggi non era niente in confronto al vento che conoscerete domani».
Si avviò verso la sua tenda, poi a metà strada tornò sui suoi passi.
«A proposito, Buonia... Avevi ragione: Kaina è una stronza, sarebbe stato meglio che non ci
avesse aiutate a far nulla», aggiunse prima di andarsene davvero.
In breve si ritirarono tutti e Celine si sdraiò in preda a stati d’animo contrastanti. Era felice che
con Kenina si fosse risolto tutto nel migliore dei modi e al contempo era terribilmente angosciata per le
menzogne che andava dicendo. Se in nessuno dei luoghi designati avesse avuto una voce dallo Spirito
del Fuoco, una volta rientrati al castello avrebbe dovuto dire la verità. Ammettere di aver mentito dopo
sarebbe stato ancora peggio.
Era intrappolata nelle sue menzogne e non sapeva come venirne fuori.
Poteva solo augurarsi che Te?net alla fine cedesse e gli Spiriti la perdonassero per aver rifiutato
quanto le avevano chiesto di fare nel Regno dell’Aria.
Capitolo 13 ~ Andando a Sud
Sabato 17 marzo
La notte era buia, come lo era la figura incappucciata che, senza neppure una luce a farle da
guida, si avventurava a piedi nel deserto.
Quando fu sufficientemente distante dall’accampamento, fece come da ordini ricevuti: si sfilò
l’anello, svitò lentamente il tappo della fiala che teneva nascosta e, usando il contagocce, dosò la giusta
quantità di polvere dello Spirito del Vuoto. Fissò quella sostanza nera, un’ombra d’indecisione
attraversò il suo volto. Si disse che doveva fare in fretta: i sistemi di sorveglianza interni avevano
certamente già rilevato l’energia maligna nel Regno.
Reprimendo un moto di disgusto inghiottì la sostanza amara e viscosa. In un primo momento
pensò fosse stato un raggiro e di aver ingerito veleno. Il sapore era terribile, ma era nulla paragonato
alla sensazione di soffocamento e intorpidimento che si stava impossessando del suo corpo. Con le
poche forze rimaste richiuse la fiala, pensò fosse una precauzione inutile e che la morte sarebbe
sopraggiunta presto, ma improvvisamente il mondo parve disfarsi. Una strana forza s’impossessò del
suo corpo, lo sentì saturo di un nuovo potere e istantaneamente si dissolse per riapparire altrove.
Quando riprese il controllo di sé, vide che c’era lui in attesa. Il suo aspetto, come sempre, era
sconvolgente. Non riusciva a farci l’abitudine.
«Tutte le volte mi guardi come se vedessi un fantasma, ma lo capisco, anche io stento a
crederci. È buffo, vero? Ora dimmi che hai fatto esattamente come ti ho detto, che non hai abusato
della fiala», chiese lui immediatamente.
«Ho fatto come mi hai ordinato, ma sicuramente lo avranno visto: i sistemi di sorveglianza sono
stati settati per monitorare anche attività nemiche all’interno del Regno», si affrettò a rispondere.
«Non temere, sono le quattro del mattino, nel Regno del Fuoco non sono abituati a monitorare
dentro i propri confini, è un’usanza che ancora devono far loro. Anche se lo avessero fatto avrebbero
visto qualcosa per pochi attimi e sicuramente penserebbero a un malfunzionamento nei sistemi. Sono
troppo convinti e certi che nei loro domini il male non possa entrare», liquidò la questione Urchaid con
fare rassicurante. «Adesso dimmi: siete prossimi a recarvi all’insediamento di case presso la Miniera?».
«Sì, domani mattina andremo alla Duna dei Venti e poi raggiungeremo il piccolo villaggio...»
«Molto bene, lì ci sono solo residenti. Qualche guerriero catturato e torturato alla fine ci ha
detto cosa volevamo sapere», ridacchiò Urchaid.
«Che cosa devo fare?», domandò in soggezione.
«È sufficiente che tu mi ceda spontaneamente il controllo del tuo corpo. Ti materializzerò nei
pressi del piccolo insediamento di case, aprirò un portale per far passare le mie armate e poi ti riporterò
vicino al campo. A quel punto rimetterai l’anello. Nessuna traccia del male sarà rilevata in te e io
lascerò il tuo corpo per riprenderne possesso quando servirà. Per chiamarmi ti sarà sufficiente sfilarti
l’anello e invocarmi, rimetterai l’anello quando tornerai in te e saprai che me ne sarò andato. È molto
semplice», spiegò Urchaid.
«I sistemi di sorveglianza rileveranno il male all’interno del Regno», obiettò.
«No. La rileverebbero se tu fossi un corrotto, ma tu mi cederai accesso alla tua mente di tua
spontanea volontà. Sarebbe diverso se succedesse come ad Acheflow, perennemente sotto il mio
controllo e da me ingannata, ma tu lo vuoi e collaborerai. Dico bene?», domandò lui minaccioso.
«Certo, farò tutto ciò che devo. Ho controllato i movimenti di Celine dopo che gli altri erano
andati a dormire, non se n’è resa conto e neppure Aidan. Hanno trovato il modo di vedersi da soli. Mi
toglierò l’anello, così potrai ascoltare i loro discorsi e osservarli con i tuoi occhi», rispose per fargli
capire quanto fosse leale alla causa.
«Molto bene, vedo che hai lavorato ottimamente. È proprio ciò che speravo mi dicessi».
«Quando aprirai il portale, l’energia sarà rilevata di certo», osservò.
«Sicuro, ma abbiamo un buon margine. Attenderemo quasi le sei del mattino, l’ora in cui sarete
prossimi alla partenza; al castello i guerrieri di guardia aspetteranno un po’ prima di buttare il
Sovrintendente giù dal letto per farsi dare l’ordine d’intervenire. Si materializzeranno al Vulcano, ma
voi sarete già andati e loro saranno stanchi morti. Ci vorrà del tempo prima che vi raggiungano e la
missione non sarà annullata. Non temere: anche se arrivassero in tempo, Celine vorrà correre sul posto
perché i Custodi Corrotti da curare sono il suo punto debole. Questo le farà perdere tempo, aumentando
la possibilità che le protezioni nel Regno cedano, e noi potremo muoverci al suo interno indisturbati»,
rispose lui rassicurante.
Si stupì di come avesse già calcolato tutto, del modo in cui fosse in grado di prevedere ogni
mossa di Celine.
«E se le protezioni resistessero?», domandò.
«Non sarà certo un problema. Quando troverete il luogo di forgiatura dell’Arco, tu me lo
indicherai e mi farai accedere comunque. Come vedi ho più alternative. Adesso inginocchiati e recita la
formula che vedi su questa pergamena, mi concederai la tua mente e il legame sarà completo. Hai idea
di quanto possa essere considerato spregevole dalla tua stirpe quello che hai fatto? Hai concesso di
entrare nel tuo corpo allo Spirito del Vuoto: credo che questo sia il primo caso, da quando Fàs ha
iniziato a creare le sue armate, in cui uno dei Custodi si vende a lui. Che meraviglia la varietà di
sentimenti che siamo in grado di provare! Le nostre passioni, i nostri desideri, le nostre pulsioni ci
spingono a fare qualsiasi cosa!», snocciolò malevolo.
«Credevo che bere quell'intruglio servisse solo per giungere a te», si lamentò per la presa in
giro.
«Avresti dovuto berla comunque per giungere a me, certo, ma serviva anche per il rituale. Non
fare quella faccia scioccata, come se t’importasse. Per ciò che ti ho promesso sgozzeresti Celine nel
sonno se te lo chiedessi; peccato per te che non sia così semplice e che io la voglia tutta intera. Fàs ha i
suoi piani per lei, e anche io. Ora sbrigati prima che l’effetto del dosaggio che hai assunto svanisca. A
meno tu non voglia rinunciare e morire adesso...», ordinò Urchaid.
Non si fece pregare, obbedì immediatamente. Non voleva morire, non ora che la realizzazione
dei suoi sogni stava per giungere a compimento. Nessuno avrebbe mai saputo che cosa aveva fatto.
«Molto bene», disse Urchaid soddisfatto quando il rituale fu completo, «adesso lasciami la fiala
e andiamo a trasformare un po’ di Custodi in Corrotti. Ti porterò in loco, poi aprirò un portale per
passare. Non agitarti, nessuno ti farà del male».
«Una volta entrato, perché non resterai?», domandò.
«Perché, come hai detto, i sistemi di sorveglianza rileverebbero sempre la mia presenza. Non ho
alcun interesse a ottenere questo risultato, voglio che non sappiano come spiegarsi l'attacco
all'insediamento, voglio che abbiano paura e poi che si sentano nuovamente sicuri. Quando il luogo di
forgiatura dell’Arco e il portatore saranno individuati, potrò così fare la mia mossa fulminea. Se le
protezioni cederanno, mi divertirò comunque spargendo il terrore. Adesso fa silenzio, abbiamo un
lavoro da compiere», rispose.
Fu questione di un attimo, poi sentì la terra svanire da sotto i suoi piedi e riapparve al centro di
un piccolo insediamento di case. Si domandò come avesse fatto Urchaid, visto che non aveva mai visto
quelle terre; poi la sue mente si annebbiò, fu come precipitare nel sonno e si sentì svenire. Con l’ultima
scintilla di coscienza comprese che Urchaid aveva preso possesso del suo corpo.
Quando Erskine andò a chiamarla erano quasi le sei.
«Kenina mi ha svegliato prima, dice che è meglio partire presto perché il sole è molto forte
nella zona che dobbiamo raggiungere. Almeno ci risparmieremo qualche ora di pena», spiegò diretto.
«Va bene», acconsentì Celine.
Non aveva dormito bene, non ricordava i suoi sogni ma qualcosa l’aveva turbata.
C’erano quasi tutti attorno al falò a fare colazione, ma i suoi occhi si posarono immediatamente
su Aidan. Le sembrò molto stanco, aveva pesantissime chiazze scure e Celine se ne chiese la ragione.
Avrebbe voluto tentare un contatto mentale. Non facevano turni di guardia, perciò era certa che fosse
segno di qualcosa di più personale. Non era semplice stanchezza fisica. Sapeva quanto poco volentieri
Aidan parlasse di sé e di ciò che lo faceva star male: interrogarlo con il pensiero non sarebbe stato il
modo migliore per ottenere una risposta e fargli notare che aveva individuato il suo malessere lo
avrebbe di agitato.
Notò l’arrivo di Kenina: la ragazza si mise seduta di fianco a Buonia e iniziò a offrire ai presenti
parte del dolce che aveva preparato la sera prima ed era avanzato. Si comportava con naturalezza con
l’amica e Celine benedisse la sua maturità, era certa che tra loro la crisi fosse passata. Quando arrivò
Murch, non gli riservò nessuna attenzione particolare, né parlò con lui. Celine si chiese se esserne
contenta o dispiaciuta. Decise che non sarebbe intervenuta, sarebbe toccato a loro decidere come
comportarsi. Fosse stata un’altra situazione gli avrebbe affidato qualche incarico da compiere
forzatamente insieme, ma visti i rapporti di Murch con Adraste non voleva intervenire, preferiva che il
destino facesse il suo corso in modo naturale.
Il suo orologio segnava le sei e cinque minuti, quando salirono in groppa ai cavalli.
«È meglio spronare i cavalli e andare subito al galoppo, almeno fin quando il sole non sarà alto
in cielo, così accorceremo la strada. Dopo, con il vento e l’intensità del sole, sarà dura anche per loro e
potremo procedere solo al passo», spiegò, affiancandosi a lei con il cavallo.
«D’accordo, guidaci tu», approvò Celine.
Partirono, sollevando una nuvola di polvere.
«Scusami», sussurrò Celine all’orecchio della magnifica puledra che montava.
Le spiaceva spronare così tanto l’animale, ma Kenina galoppava come una furia e temeva di
perderla in mezzo a quella nuvola di polvere dorata sollevata dal vento. Amava moltissimo Dùil, la
puledra che le aveva regalato Caswyn a Natale, ma questa era incredibile: era il cavallo più aggraziato e
bello su cui fosse mai montata.
La sua Akhal-Teke voltò leggermente la testa, incrociò il suo sguardo con quegli incredibili
occhi azzurri, lanciò un nitrito e incrementò l’andatura, come a volerle dimostrare quanto ancora fosse
capace di correre. Ogni tanto incontravano sul percorso piccoli arbusti secchi, e la cavalla li saltava con
un’agilità tale da darle la sensazione di volare. I suoi movimenti erano leggeri, elastici e aggraziati,
ricordava in tutto e per tutto la corsa di un levriero. L’andatura era talmente comoda che anche restarvi
in groppa per moltissime ore consecutive non sarebbe stato assolutamente un sacrificio.
Quando il sole iniziò a risplendere caldo nel cielo e la temperatura si fece rovente, Kenina
rallentò l’andatura e Celine, nonostante il forte vento si guardò attorno. Quel viaggio nel Regno del
Fuoco le dava sempre più l’impressione di un viaggio nel nulla, nel tempo, ma soprattutto in se stessa.
Non c’era nessun altro posto al mondo paragonabile a quell’immenso deserto: uno spazio enorme, dove
lo scorrere delle ere aveva giocato uno scherzo contro la vita stessa, mutando valli verdi e boscose
montagne in una distesa di sabbia arida e rossa. Osservare la natura caparbia combattere la sua strenua
battaglia con la vita dava da pensare. In quell’apparente luogo immobile e immutabile spesso scorgeva
forme di vita incredibili: cactus dai fiori variopinti, gazzelle che correvano in cerca di chissà cosa,
topolini e piccoli scarafaggi che arrancavano sulle dune. E lei si sentiva come loro: sola, a dispetto
dell’affetto di tutti. Portava avanti una battaglia silenziosa contro ciò che era, in favore di quello che
provava; reggeva sulle spalle il destino di tutti e il peso di una bugia che la stava divorando, con la
consapevolezza che in ogni luogo avrebbe dovuta inventare una nuova.
Si chiese per l’ennesima volta se avesse preso la decisione giusta, se non fosse stata stupida ed
egoista a tenere per sé la verità. Aveva pesato più volte sulla bilancia della coscienza le sue azioni,
eppure non avrebbe agito diversamente. Il Regno del Fuoco era protetto e non correva pericoli
imminenti, ma se avesse detto la verità tutti avrebbero iniziato a dubitare di lei, il Regno avrebbe
iniziato a perdere speranza e le protezioni sarebbero cadute. Essere a capo di un popolo e scegliere per
esso era un peso enorme per una diciottenne, un peso al quale non aveva potuto sottrarsi e, fino a quel
giorno, non le era mai pesato. Ma quel mentire la erodeva.
Vide Mavi cavalcare solitaria e la cosa la impensierì, così decise di affiancarsi a lei.
«Mavi, che succede?», domandò diretta.
«La cosa non può funzionare, Brian non cambierà mai, questa è solo una fase di passaggio. Ci
sono troppe cose su di lui, sul suo passato, su come mi vedeva, che mi fanno riflettere. Io non sono più
capace di perdonarle», rispose la ragazza senza omettere nulla.
«Ti ha fatto qualcosa?», indagò Celine per cercare di capire quel cambiamento di rotta.
«Ieri Kaina si è unita a noi, ha voluto ricordare i bei vecchi tempi», iniziò Mavi, raccontandole
quanto era accaduto il pomeriggio precedente.
Celine la ragguagliò sulla malignità che aveva servito loro dopo cena, senza però tentare di
approfondire la questione sul fratello. Mavi aveva bisogno del suo supporto, non voleva portare
l’attenzione su di sé.
«Quella ragazza è un vero mostro», osservò Mavi disgustata.
«Già. Puoi permettere a un essere del genere di rovinare l’amore che ti porti dentro da anni?»,
chiese allora.
«Quello lo ha rovinato Brian, non lei. Certo, Kaina in passato non lo ha mai costretto ad andare
da lei. Mi chiedo quante altre siano andate a letto con lui, quanto abbiano riso e come riprenderebbero a
farlo in futuro se io accettassi il suo amore. E se Brian andasse nuovamente a letto con altre? Dovrei
farmi esiliare in qualche Divisione sperduta per sopravvivere all’umiliazione», rispose Mavi.
«Ascolta, non so quanto possa valere la malignità di qualche sciocca oca come Kaina, ma so
quanto le risatine dietro le spalle possano far male. Non dimenticare che ho passato tutta la mia vita da
umana in completo isolamento perché nessuno voleva avere a che fare con me. Ero un’emarginata. Be',
sai che cosa ti dico? Rivivrei ogni singolo giorno da sola, ogni singola umiliazione inflitta, pur di
ricevere in dono Aidan. Ogni singolo giorno che ho vissuto in solitudine a disperarmi lo rivivrei mille
volte, anche solo per poter ricevere un suo singolo bacio. Mavi, so che deve essere dura, ma pensaci,
guarda bene dentro te stessa e chiediti se vale la pena di rischiare. Io non so cosa darei per poter avere
la certezza di stare per sempre accanto a tuo fratello», raccontò Celine e una lacrima le rigò la guancia.
«Ti ringrazio, Celine, continuerò a riflettere. Da quando conosco Brian non ho mai visto
davvero più nessun altro, e forse hai ragione tu: forse tutte le umiliazioni che ho subito varrebbero la
pena se potessi averlo per sempre. Il problema è non ci credo tanto e forse il mio cuore non può più
sopportare altro da lui. Piuttosto, perché sei così affranta?», volle sapere Mavi.
«Perché anche se credo con tutta me stessa che lo amerò sempre, nonostante a lui lo nasconda
perché si preoccupa già troppo per me, temo il futuro. Se questo Prescelto davvero apparisse e il mio
cuore ne venisse ingabbiato? Io so quanto si lacererà il cuore di Aidan, so quanto pagherà cari i baci
che mi sta dando. La mancanza di ciò che si sta concedendo lo consumerà e la colpa sarà solo mia. Ho
voluto con tutta me stessa che lui cedesse e se starà male dopo, anche se non lo amerò più, sarò
consapevole che ogni giorno del suo dolore sarà stato causato da me», spiegò Celine, chinando il capo.
Non le andava di mentire.
«Celine, lui ha deciso quella notte, quando ti ha guarita. La scelta è stata sua. Mi sei sempre
sembrata convinta di voler trovare una spiegazione a ciò che provi, di ritenere che non possa esistere
nulla così forte da separarti da lui. Come mai ora ti senti così?», indagò Mavi preoccupata.
Celine non poté fare a meno di pensare alle parole che aveva udito da Kaina la sera prima. Lei
era quella che rincuorava gli altri e diceva loro di non dar peso a ciò che le usciva di bocca. Ma si era
lasciata turbare. Ci era cascata. Per quanto la ragazza fosse cattiva sapeva che c’era un fondo di verità:
se le cose fossero andate come diceva la profezia, Aidan avrebbe sofferto e sarebbe stata solo colpa
sua. Non poteva però dire a Mavi che la sua preoccupazione trovava fondamento in qualcosa che aveva
udito dalla bocca della serpe.
«Per le menzogne che sto raccontando. Dalla tua espressione vedo che Aidan ti ha già
accennato qualcosa. Non preoccuparti, non è un problema, mi fido di te. Ero così certa dei miei poteri,
di poter parlare con gli Spiriti, ma adesso non sento più niente...»
«Io credo sia solo una punizione, Celine, penso vogliano spingerti a un livello di disperazione
tale da sciogliere il tuo legame con Aidan. Non devi dargliela vinta, alla fine cederanno loro. Oppure
non è nemmeno così. Nessuno ha mai trovato il modo di recuperare le Armi Sacre, magari non è uguale
in ogni luogo...», tentò di rincuorarla Mavi.
Inconsciamente le diede le stesse scuse che si era fornita da sola sin da principio. Celine si
chiese nuovamente se avesse fatto la scelta giusta, si disse che sua nonna non le avrebbe rivolto le
stesse parole. Si sarebbe allarmata, sarebbe scoppiato il caos.
Il vento aumentò improvvisamente d’intensità, i granelli di sabbia le finivano negli occhi con
una forza tale da sembrare macigni. pur con le palpebre strette a fessura non riusciva a ripararsi.
«Siamo quasi arrivati!», sentì la voce di Kenina in mezzo al nulla fatto di polvere dorata.
Percepì che il movimento del cavallo era cambiato: stava iniziando a risalire qualcosa di ripido
e alto. Non si trattava di una risalita comoda o di una via tracciata che correva lungo il crinale, come
quei sentieri che si vedono in montagna nelle mete turistiche. Quella che stavano percorrendo era una
traccia inesistente, cancellata dal più leggero alito di vento e poi reinventata da quello successivo, in un
moto continuo e perenne. Probabilmente, non fosse stato per la guida esperta di Kenina, avrebbero
risalito quell’impervio pendio facendo un passo avanti e sprofondando due indietro nella sabbia. Celine
sapeva che Oitir Gaothan era alta quasi seicento metri, ma l’altezza variava in base alla direzione del
vento, trattandosi di sabbia e non di roccia immobile.
Quando arrivò finalmente in cima, non le sembrò vero. Il vento era scomparso. Guardò sorpresa
Kenina.
«Quassù il vento non c’è mai, salendo aggredisce chi tenta la scalata: una leggenda narra che si
tratti di una prova di Te?net», spiegò sorridendole.
Celine fece vagare lo sguardo, il panorama era mozzafiato. Le dune più piccole, che
circondavano il crinale, avevano un colore intenso, con sfumature di rosa e arancione. Guardando alle
proprie spalle poteva ammirare il Vulcano in lontananza; volgendo gli occhi oltre la Duna dei Venti il
deserto era caratterizzato dal Marbh Loch, il lago morto, una valle deserta ricoperta di fango bianco
secco. In origine, prima che il delta si spostasse, il fiume Abhainn Allaidh attraversava tutto il Regno
per poi tuffarsi in mare e, scavando nel terreno, aveva originato una conca che solo durante la stagione
delle piogge si riempiva. L’atmosfera era surreale. La spianata era di un bianco accecante e si ergevano
acacie scheletriche annerite dallo scorrere delle ere. Tutt’attorno la sabbia che vorticava lo faceva
apparire come un paesaggio avvolto da polvere dorata. Oltre Marbh Loch si vedeva Lobhtaichean, il
piccolo insediamento di case dove vivevano i minatori di Mèinn an Clachan Dubh. Da quell’altezza
appariva come un plastico di casette per bambini, e il magnifico ingresso nella miniera scavato nella
roccia era indistinto.
Celine scese da cavallo e si apprestò a esibirsi nuovamente nella grande menzogna, il cuore
ricolmo di ansia. Affondò le mani nel terreno, consapevole di avere addosso gli sguardi di tutte le
persone che si fidavano e credevano in lei. E lei li stava prendendo in giro. Cercò di liberare la mente
da tutto ciò la circondava e di lasciarsi trasportare dalla corrente, proprio come le sabbie e il vento.
Poteva sentire il cuore rimbombarle in testa, contarne ogni battito; percepiva il rumore di ogni singolo
respiro dei suoi compagni, il ticchettare impercettibile delle zampette degli insetti su quella sabbia
arroventata.
Poi avvertì il cambiamento e seppe che qualcosa c’era. Una voce parlò nella sua mente, aveva
un profondo eco maschile e non sembrava usare un tono allegro.
“Figlia della Luce, la tua testardaggine mi lusinga, è un tratto che amo molto, ma sono
adirato con te”, disse qualcuno che lei identificò come Te?net.
“Non siamo nel Non Dove come al solito...”, osservò lei.
“No. I miei fratelli non ti vogliono parlare e da me non riceverai aiuto alcuno, proprio come
da tua esplicita richiesta nel Regno di Adhar. Dopotutto non hai bisogno di noi, ti serve solo lui”,
rispose Te?net orgoglioso.
Celine non disse nulla, se avesse risposto avrebbe dovuto rinunciare anche al più piccolo aiuto.
“Pensavo ti scoraggiassi più in fretta e andassi in cerca d’aiuto. La tua testardaggine, invece,
mi ha stupito, ma il peso delle menzogne che hai scelto di dire non ti sarà d’aiuto. La responsabilità di
come gestirle sarà soltanto tua”, osservò Te?net.
“Non potevo rischiare che il panico raggiungesse anche questo Regno, né che dubitassero di
me...”, iniziò Celine.
“No. Certo. Soprattutto perché la cosa avrebbe potuto mettere in pericolo ciò che ti è proibito
e stai vivendo lo stesso. Il tuo egoismo lo consumerà, tu lo sai”, buttò sale sua ferita Te?net.
Celine cercò di lasciar correre quelle parole, doveva dare prova allo Spirito del Fuoco di non
pensare solo a se stessa: vi erano cose più importanti di cui preoccuparsi.
“Ho bisogno di capire come trovare l’Arco di Fuoco Distruttore, di sapere se ho già visitato il
suo luogo di forgiatura”, rispose, ignorando l’argomento Aidan.
“Ne hai bisogno? Davvero? Ci sei già stata? Chissà! A volte ciò che conta davvero non è
visibile a uno sguardo poco attento, a volte è talmente palese da passare inosservato”, replicò Te?net
sibillino, come sempre lo erano gli Spiriti.
“Devo sapere dove portare la persona quando...”.
“Non ti è concesso di chiedermi niente”, la interruppe lo Spirito in malo modo. “La tua
mancanza di rispetto per ciò che sei e rappresenti non ti mette nella posizione di domandare alcunché.
Ti sto parlando solo perché stupito dal tuo carattere, ma se fai marcia indietro adesso non sei né l’una
né l’altra cosa. Sarai solo un’inetta via di mezzo che si dibatte tra le possibilità. Scegli dunque ciò che
vuoi fare ed essere, ma attenta alle anime che sacrificherai durante il tuo percorso: tutto muta, come
queste dune”, riecheggiò la voce di Te?net.
Poi la sua percezione tornò normale, l’eco lontana nella sua testa sparì e seppe che lui se n’era
andato. Si alzò in piedi. Non aveva ottenuto nulla, ma almeno sapeva di non aver perso i suoi poteri.
«Non è qui il luogo di forgiatura dell’Arco, ma Te?net mi ha comunque parlato», disse, felice
che almeno quella non fosse una menzogna.
Stava per spiegare cosa aveva saputo dallo Spirito del Fuoco quando, a pochi passi da loro, si
materializzò un uomo della guardia del Castello. Si guardò intorno frenetico, gli occhi che sembravano
uscire dalle orbite, poi li mise a fuoco e mosse qualche passo verso di loro barcollando.
«Il male è qui», disse, prima di stramazzare al suolo.
Subito tutti gli si fecero attorno.
«Non è morto», disse Buonia, «deve essere stremato dalla materializzazione».
«Che cosa avrà voluto dire?», domandò Erskine, il volto teso e gli occhi che saettavano intorno
da una parte all’altra.
«Se fosse accaduto qualcosa al Castello?», chiese Kenina in preda al panico. «Devo
materializzarmi lì e andare a controllare!».
«Ferma, Kenina. Non possiamo saperlo. La distanza è grande e rischieresti di arrivare stremata.
Se davvero fosse accaduto qualcosa, potrebbero essere sotto attacco e tu potresti giungere sul posto
esanime, più di peso che d’aiuto. Rischieresti la morte. Devi restare con noi», intervenne Erskine.
«Ma io...».
«No, Kenina, ha ragione Erskine. Dobbiamo cercare di rianimarlo e farci dire tutto», disse
Celine preoccupata.
«All’insediamento di case vicine alla miniera non c’è nulla per rigenerarsi, solo al castello
disponiamo del raggio», spiegò Kenina.
«Non pensavo a quello, ma a qualcuno dei rimedi che prepara Buonia, sono certa possano
aiutarlo», propose Celine.
«Penso possa andare bene, potrei provare a dargliene un piccolo quantitativo», approvò Buonia.
«Di che cosa si tratta? Non ho mai sentito di pozioni che possano sostituire la rigenerazione»,
s’intromise Kaina.
«Sono rimedi che abbiamo preparato per Celine, quando ancora non sapeva dosare l’uso del
potere e si stancava troppo», rispose Bhirginia.
«Non vedo come possano andare bene anche per lui, mi sembra improvvisiate un po’ troppo.
Dovremmo vestirlo di bianco e scendere al villaggio per farlo riposare al riparo dal sole in qualche
casa», propose Kaina. «Erskine, sai che ho ragione, io sono la guaritrice più esperta».
Erskine sembrava combattuto tra due fuochi, ma Celine non voleva perdessero altro tempo a
scalare la Duna: se davvero fosse accaduto qualcosa al castello avrebbe voluto tornare indietro subito.
Lo doveva a Kenina.
«Io non posso rigenerarmi poiché in me il potere è inesauribile, le pozioni di Buonia e Bhirginia
mi hanno sempre aiutato a restare in piedi, penso che funzioneranno anche per lui. Dobbiamo cercare di
scoprire immediatamente cosa è accaduto, non possiamo attendere che si risvegli perché potrebbe
volerci anche più di un giorno».
«Non puoi giocare con la vita di questo laoch come se niente fosse, senza sapere se il rimedio
funziona anche per lui. Se dovesse morire, sarebbe una tua responsabilità», insisté Kaina.
«Kaina, ti ho già detto che non devi rivolgerti a Celine con questo tono, puoi fare le tue
rimostranze anche in altro modo», intervenne Erskine.
«Adesso basta, non importa. Ci sono cose più urgenti. Voglio sapere cosa ne pensa Kenina,
dopotutto stiamo parlando di uno dei membri della Guardia del suo Castello. In ogni caso la
responsabilità sarà mia», li mise a tacere Celine.
«Sono d’accordo, non possiamo attendere che si risvegli naturalmente, se ha tentato una
materializzazione così pericolosa, ciò che aveva da riferirci non poteva attendere. Fai un tentativo,
Celine», acconsentì Kenina.
«D’accordo! Buonia, somministragli il tonico», ordinò Celine.
«È assurdo...», sbottò Kaina, facendo qualche passo e allontanandosi da loro.
Buonia sembrò tranquilla mentre armeggiava con la sua borsa, con l’aiuto di Bhirginia inserì il
tonico in una siringa e lo iniettò al ragazzo esanime.
Passò qualche minuto, poi parve rianimarsi.
Gli diedero immediatamente dell’acqua.
«È terribile! È terribile!», esclamò lui spaventato.
«Adesso calmati e dicci cosa è accaduto. Le difese sono crollate? Hanno forse attaccato il
Castello?», domandò Celine preoccupata.
«No. Questa notte, per pochi attimi, abbiamo rilevato energia del male nei pressi del Vulcano
non lontano dal vostro accampamento. Poi, però, in pochi secondi è tutto scomparso. Abbiamo ritenuto
fosse un malfunzionamento nei sistemi...».
«Il lavoro che ho eseguito è perfetto, non era un malfunzionamento: se i sistemi hanno rilevato
qualcosa vuol dire che c’era», disse Lonn agitato.
«Lonn, ne sono certa anche io, ma loro non erano certo propensi a credere che dal nulla il male
potesse essersi infiltrato nel Regno», osservò Celine, guardando incoraggiante il ragazzo.
«Esattamente, soprattutto perché dopo pochi secondi tutto è tornato normale. È passata qualche
ora, si sono fatte le sei meno un quarto e i sistemi hanno rilevato l’energia del Vuoto nell’insediamento
di case qui sotto. Non è stata una breve scintilla come la volta precedente, persisteva. Increduli, non
sapevamo cosa fare perciò siamo corsi a svegliare il Sovrintendente, il quale mi ha ordinato di venire al
Vulcano immediatamente per avvisarvi. Purtroppo quando mi sono materializzato eravate già partiti.
Le tracce nel deserto spariscono in fretta, la sabbia è mossa dal vento. Fortunatamente qualcuno di voi
aveva perso una mappa e c’era appuntato che sareste venuti qui. Ero stremato. Ho aspettato qualche
minuto, cercando di riprendere fiato dentro una tenda. Ho cercato di mangiare qualcosa, quando me ne
sono sentito in grado mi sono materializzato qui. Perdonatemi se ho violato il vostro spazio senza
consenso. Non so dirvi se il male sia ancora presente, ma credo sia il caso che rientriate tutti», spiegò il
laoich che si guardava attorno disorientato. Sembrava non mettere a fuoco nulla.
«Dategli da mangiare e da bere», ordinò Celine. «Riposa un po’. Noi decideremo cosa fare»,
disse poi rivolta al ragazzo.
Capitolo 14 ~ L’ombra del male
Sabato 17 marzo
«Dobbiamo fare immediatamente marcia indietro e tornare al Castello: lì è più sicuro e ci sono
guerrieri meglio addestrati», disse Erskine.
Da quando il laoch aveva spiegato loro cosa era successo, fissava il villaggio in lontananza
come se da un istante all’altro orde di nemici potessero aggredirli.
«No. Andremo al villaggio», si oppose Celine.
«Celine, potrebbe essere pericoloso: non sappiamo quanti sono o se sono ancora lì», osservò
Ermer, appoggiando Erskine.
«No, non abbiamo modo di saperlo, ma è nostro dovere scoprirlo. Al villaggio erano tutti
residenti, saranno stati sopraffatti e mutati. Non possiamo abbandonarli a loro stessi, né permettere che
il male inizi a vagare indisturbato per queste terre. Se iniziassero a mietere vittime a sorpresa ovunque?
Si scatenerebbe il caos, le protezioni crollerebbero del tutto, nessuno sarebbe più al sicuro», spiegò
Celine.
«Anche io vorrei rassicurare i miei familiari sul mio stato di salute, ma credo la Regina abbia
ragione», la appoggiò Kenina.
«Potrebbero sopraffarci, essere in troppi», insisté Erskine.
«In quel caso farei ricorso al Potere della Luce per spazzarli via», replicò Celine caparbia.
«Potresti svenire, stare male, e se ne arrivassero altri saremmo spacciati», non si fece zittire
Erskine, sempre più deciso a portarla via da lì.
«Tutti i Custodi che abitano quel villaggio potrebbero essere già morti o essere stati trasformati
in Corrotti: non me ne andrò a nascondermi al sicuro, non permetterò che il nemico pensi di poter fare
ciò che vuole in uno dei nostri Regni. Ho il dovere di proteggere il mio popolo, sono qui per questo e
faremo come dico. Tu, Erskine, se sei contrario e vuoi andare a fare rapporto al Consiglio, sei libero di
materializzarti al Castello», fu irremovibile Celine.
«Sai che non ti lascerei mai qui», fu la risposta del Maestro.
«Allora farete come dico. Affronteremo qualsiasi cosa ci sia al villaggio e la distruggeremo, poi
tenteremo di capire come hanno fatto a entrare».
«Che cosa facciamo con lui?», domandò Ermer, indicando il guerriero.
«Non possiamo lasciarlo qui da solo, sarebbe una facile vittima per chiunque. Lo porteremo con
noi, starà nelle retrovie con le guaritrici perché non è in grado di combattere», decise Celine.
“Celine, ti prego: se devi usare il Potere della Luce fallo, pur falciando via qualche corrotto.
Ne va della tua vita. Se starai male, ci penserò io in qualche modo”, le disse Aidan con il loro strano
dono, mentre la fissava preoccupato.
“So che se il Potere dovesse lasciarmi stremata troveresti il modo di rimettermi in piedi, ma ti
mentirei se ti dicessi che falcerò via a cuor leggero tutti i Custodi mutati che potrebbero esserci. Farò
uso del mio potere solo se saremo a rischio”, rispose Celine, volendo di essere sempre sincera con lui.
“Promettimi che non rischierai la vita, e se necessario lo farai”, insisté Aidan.
“Aidan, farò il mio dovere, ma non permetterò che nessuno di noi muoia”, lo rassicurò Celine.
«Come intendi scendere a valle?», interruppe quel flusso di pensieri Erskine.
«Scenderemo con i cavalli, sarebbe disastroso dover poi tornare a riprenderli qui. Li lasceremo
al di fuori dell’insediamento di case, sperando che i nemici non riescano a ucciderli. Abbandonarli qui
vorrebbe dire comunque condannarli a morte», rispose Celine.
«Bene, allora andiamo prima che vengano a cercarci loro. Oggi ho proprio voglia di far volare
qualche testa», disse Brian che fino a quel momento era stato zitto.
Celine lo fissò sorpresa, evidentemente l’intervento di Kaina doveva aver minato anche il suo di
equilibrio. Volse la sua attenzione verso Mavi, cercando d’incoraggiarla con lo sguardo ad avvicinarsi
al guerriero, ma lei gli voltò le spalle e si affiancò al fratello.
«Scendiamo», ordinò Erskine, alzando la voce in modo che tutti lo udissero.
Ripresero così la marcia verso il villaggio in totale silenzio. La tensione si sarebbe potuta
tagliare con un coltello. Più si avvicinavano alle abitazioni e più appariva come un luogo disabitato,
sembrava non esservi anima viva.
«È cambiato qualcosa qui, non è normale», disse Kenina, affiancando il cavallo al suo.
«È opera del nemico», rispose Celine. «Lasciamo qui i cavalli e proseguiamo a piedi».
Un passo dietro l’altro, marciarono verso le prime case. Nessuno andò loro incontro. Il silenzio
era interrotto solo dal sibilare del vento che ululava tra le strade vuote.
Improvvisamente un Dubhar laoch spuntò da una casa.
«Benvenuta, Celine», disse a metà tra un ringhio e un rantolo. «Urchaid aveva ragione, sapeva
che saresti venuta a curare i tuoi amichetti».
La voce di quegli esseri le faceva sempre salire un brivido lungo la schiena: una volta erano
umani, poi la corruzione aveva fatto il suo corso trasformandoli in ombre che agivano solo per volontà
del loro padrone.
«Uscite fuori!», urlò l’essere.
In un attimo furono circondati. Dalle porte delle case sbucarono fuori tutti gli abitanti del
villaggio, nessuno di loro era stato risparmiato, erano tutti Corrotti. Ringhiavano sbavando, gli occhi
ricolmi di odio. Dietro di loro altri guerrieri Ombra fecero la loro comparsa.
«Non uccideteli!», ordinò Celine.
Non fece in tempo a terminare la frase perché le armate di Fàs, nutrite anche dai loro compagni,
si scagliarono verso di loro. Due bambini nella mischia correvano verso di lei, lo sguardo allucinato:
Celine era attonita davanti a quello spettacolo agghiacciante.
Aidan le si parò davanti, rapido come la luce.
«Fàinneachan-na-çhenney».
Un cerchio di Fuoco circondò quelle anime disgraziate imprigionandole.
«Barraillean na fraueyn na eidheann».
Celine invocò il Potere della Terra: fasci di possenti rampicanti attraversarono le fiamme e
imprigionarono quei corpicini, che tirò a sé dopo che Aidan ebbe dissolto il cerchio di Fuoco. Guardò
Aidan, lo stesso orrore nei suoi occhi.
I guerrieri Ombra si stavano dando da fare e richiedevano loro maggiore attenzione.
«Occupatevi dei Dubhar laoich, penseremo noi a tenere sotto controllo i Corrotti per quanto
possibile», urlò Caswyn. Lonn era al suo fianco e la collera gli illuminava lo sguardo.
Celine non poteva usare il Potere della Luce perché avrebbe distrutto quei poveri innocenti. I
Corrotti fortunatamente erano scoordinati e più lenti dei guerrieri Ombra: le illusioni riuscivano a
tenerne a bada un buon numero. Lonn proiettava dei veri e propri prodigi, e Celine fu felice che l’essere
stato a lungo lontano dai combattimenti non l’avesse arrugginito. Un gruppo di Corrotti era sospeso a
mezz’aria su un precipizio, un altro avvolto da un bosco intricato, quelli tenuti sotto controllo da
Caswyn, invece, si ritrovarono improvvisamente sospesi nello spazio. Era tutto finto, ma nessuno di
loro aveva il coraggio di muoversi. Murchadh se la stava vedendo da solo con un guerriero Ombra, gli
scagliava contro attacchi su attacchi, ma l’altro era rapido a schivarli. Stava pensando d’intervenire
quando una Freccia di Fuoco lo trapassò, uccidendolo. Kenina.
Mavi stava combattendo con Ermer.
«Tha a' Ghaoth ag Èiridh», invocò.
Piccoli tornado iniziarono a ruotare intorno al mostro, imprigionandolo. Ermer lo finì
trapassandolo con una lancia, ma altri Corrotti sfuggiti alle illusioni stavano arrivando a dare man forte
ai guerrieri Ombra.
«Gàrradh Teintean», invocò Aidan, circondando lui e Celine con uno spesso muro di fiamme.
«Ti aiuterò a salvargli la vita, ma non permetterò arrivino vicino a te. Io non ho poteri con cui toccarli
senza causar loro dolore, imprigionali con le radici, ma sta dentro il cerchio», disse con il terrore negli
occhi.
Celine comprese quanto fosse spaventato che le accadesse qualcosa, ma lui la conosceva e
sapeva che avrebbe tentato di salvare fino all’ultimo uomo, donna e bambino. Iniziò a intrappolarne più
che poteva con le radici.
Aengus stava proteggendo le guaritrici e gli illusionisti, Erskine al suo fianco lo aiutava. I
mostri che li puntavano erano tre.
«Boghdóir na Te?net», invocò Aidan, lo sguardo concentrato sul mostro che gli dava le spalle
e puntava verso l'amico.
Il corpo teso denotava la fatica che faceva a tenere su il muro di fiamme unitamente
all’invocazione dell’Arco di Fuoco Distruttore. Avvicinò L’Arco al volto, gli occhi puntati sul suo
bersaglio. La freccia infuocata fendette l’aria e un’implosione fece scomparire l’essere. Celine
continuava ad arpionare tutti i Corrotti che poteva, scagliandoli vicino alle guaritrici, in modo che
anche loro fossero protetti dalla battaglia. I guerrieri Ombra erano quasi sconfitti: Mavi aveva artigliato
l’ultimo con una catena di fulmini attorno al collo e stava tirando per buttarlo a terra. Erskine e Aengus
ne stavano finendo due, aiutati da Murch e Kenina.
Sembrava tutto finito, poi uno sgiobair dubhar apparve alle spalle di Mavi. Celine e Aidan
iniziarono a urlare per richiamare la sua attenzione in modo che notasse il Capitano Ombra, ma lei era
troppo lontana per sentirli. Una lancia nera, che sembrava grondare pece incandescente, fu scagliata
contro di lei. Fu un attimo. Ma qualcuno si materializzò alle sue spalle e fu colpito al posto suo,
cadendo a terra con un rantolo. Celine non avrebbe mai potuto dimenticare l’espressione negli occhi di
Mavi, il suo volto consumato dall’orrore quando si era girata. Era stata questione di un attimo, uno di
quegli attimi che sembrano durare in eterno e poi nei tuoi incubi notturni rivivi ogni notte.
Brian era a terra e un’enorme chiazza di sangue si stava allargando sotto il suo corpo.
«Reidius na Solus», fece appello al suo potere Celine, afferrando la mano di Aidan. Nessuno
avrebbe potuto notarlo avvolti com’erano dalle fiamme.
Un potente raggio di luce attraversò l’essere e lo fece scomparire. Ermer approfittò del bagliore
per trafiggere l’ultimo guerriero Ombra. E la battaglia finì.
Ma le urla di Mavi riempirono l’aria.
«Pensate a Brian, ora che è tutto finito riusciremo a tenere i Corrotti a bada con le illusioni»,
disse Caswyn.
«Anche io ce la faccio», gli fece eco Lonn.
Celine fu, forse per la prima volta, realmente felice della presenza del cugino di Kaina.
«Mavi, allontanati, devono toglierli la lancia dal petto, devono curarlo», stava dicendo Aidan,
tentando di trascinarla via mentre lei urlava e scalciava.
Si avvicinò anche Celine.
«Non toccatela», intimò alle guaritrici indicando la lancia. «Lo farò io, voi state lì, pronte a
intervenire. Pulite e medicate, ma non toccate quella sostanza nera a mani nude».
Mavi la vide afferrare la lancia con entrambe le mani, l’espressione di dolore che le attraversò il
volto fu scioccante: dalle sue mani usciva fumo, quella roba la stava bruciando. Quando la lasciò
cadere a terra anche la sabbia iniziò a fumare.
«Non pensate a me, lo farete dopo», ordinò Celine alle guaritrici che stavano già tamponando la
ferita di Brian.
Mavi vide Kaina strappare la divisa sul petto di Brian: avrebbe voluto scagliarsi contro di lei,
non aveva il diritto di toccarlo. Lui era suo. Era soltanto colpa di quella serpe se nell’ultimo giorno non
gli aveva rivolto la parola, se Brian fosse morto avrebbe rammentato che l’ultimo gesto che lei aveva
fatto nei suoi confronti era stato calpestare con gli zoccoli del suo cavallo i suoi fiori.
Involontariamente strattonò il fratello per tentare di raggiungerlo, ma Aidan la tenne saldamente tra le
braccia.
«Stai buona», le sussurrò all’orecchio con la voce angosciata.
Mavi si vergognò del suo comportamento. Aidan era sicuramente turbato da quello che aveva
dovuto sopportare Celine per liberare Brian dalla lancia nera, eppure era al suo fianco.
«Adesso mi calmo, davvero», sussurrò al fratello.
«Il sangue, dobbiamo fermare il sangue subito!», sentì esclamare Buonia.
Nascose il viso nel petto del fratello. Le lacrime che scendevano sembravano sature di acido che
le corrodeva il viso, le pareva che la terra stesse tremando. Poi si accorse di essere lei, il corpo scosso
dai singhiozzi. Non si vergognava di niente, non le importava nulla che Kaina la sentisse piangere così,
alcunché aveva rilievo. Brian si era materializzato alle sue spalle per salvarle la vita e lei, troppo presa
dal rancore, non aveva goduto nemmeno un attimo della compagnia che le aveva riservato nell’ultimo
periodo. Avrebbe preso il suo stesso orgoglio per reciderlo con affilati coltelli e calpestarlo
ripetutamente, se avesse potuto.
Vide Bhirginia afferrare un ago da sutura, mentre Kaina continuava a togliere bende imbevute
di sangue e Buonia teneva sollevata la testa di Brian nel tentativo di somministrargli una pozione. Il suo
colorito era sempre più pallido, sembrava quasi stesse diventando evanescente, faceva impressione
osservare un uomo della sua stazza a terra, esanime. Tutta la forza del mondo non era abbastanza
contro una lancia affilata.
Quando Bhirginia finì di suturare il suo sguardo era eloquente. Mavi, finalmente libera dalla
stretta del fratello, corse al fianco di Brian. Non osava toccarlo per il terrore di fargli male, ma voleva
sentire cosa avrebbero detto. Doveva sapere. Anche suo fratello si era avvicinato, guardava Celine
affranto. Si vedeva che avrebbe voluto avvicinarsi a lei, ma ora che la confusione era cessata non lo
poteva fare.
«Buonia, dimmi qualcosa», esortò la guaritrice.
«C’è poco da dire, se resterà qui, senza le cure adeguate, entro domani mattina sarà morto»,
rispose Kaina.
Mavi, incapace di resistere reagì: un ceffone le partì dalle mani senza che neppure avesse il
tempo di rendersi conto.
«Brian non morirà!», esclamò.
«Dovresti essere contenta, se morirà sarà stato per salvare te», rincarò la dose Kaina.
Mavi non ci vide più dalla rabbia e si scagliò contro di lei.
Venne suo fratello a fermarla.
«Mavi, stai buona, ti prego. Devono medicare le mani di Celine», disse.
«Io ora devo medicare me stessa per colpa di questa pazza», proseguì nel provocarla Kaina.
Buonia si avvicinò a Celine con una pozione, le guardò le mani allarmata.
«Brucerà», disse.
«Non importa, fa più veloce che puoi. Dobbiamo finire di legare i Corrotti e decidere per il
trasferimento di Brian», rispose Celine.
La vide mordersi il labbro per il dolore, ma non emise un fiato, lo sguardo concentrato sul
guerriero a terra. Subito dopo, ignorando l’invito di Buonia ad attendere le spalmasse un unguento
lenitivo, iniziò a ingabbiare i Corrotti con una rapidità tale da lasciarla sconcertata. Stava vivendo
un’esperienza extracorporea, si rese conto di concentrarsi su altro per sfuggire alla vista dell’uomo che
amava in fin di vita.
Riportò lo sguardo su di lui. Il respiro era impercettibile, il volto privo d’espressione, il colorito
sempre peggiore. Iniziò a piangere senza ritegno, Bhirginia le sfiorò il braccio.
«Puoi prendergli la mano, se vuoi», disse.
Mavi non se lo fece ripetere due volte e la strinse tra le sue. Aveva il cuore a pezzi, le sembrava
che la sua anima fosse stata fatta a brandelli. Buonia si chinò nuovamente al fianco dell'uomo e gli
prese il polso tra le mani, poi gli somministrò un’altra pozione.
«Con questo caldo, la divisa strappata per medicare le ferite e la mancanza di strumenti per
operarlo, non sopravvivrà: purtroppo Kaina diceva il vero. Una parte di quella lancia era studiata per
spezzarsi e rimanere dentro, se non la rimuovo continuerà a spargere in lui l’essenza del male», spiegò
Buonia, indicandogli la benda.
La pelle sotto di essa era nerastra, segno che il male si stava diffondendo.
«Dovete partire a cavallo, immediatamente. Mavi, puoi andare con lui, se vuoi, unitamente a
una delle nostre guaritrici che supervisionerà. Entro sera sarete al Castello», disse Erskine.
«No. Brian non può affrontare un viaggio così lungo, potrebbe non sopravvivere, deve giungere
immediatamente al Castello. Ci penserò io con la materializzazione congiunta, inoltre non possiamo
sapere se in giro ci sono altri nemici, non abbiamo modo di vederlo da qui. Se li attaccassero lungo la
strada farebbero una strage, non posso permetterlo», intervenne Celine.
«È un viaggio lungo da coprire, dovresti portare più pesi morti, potrebbe essere pericoloso»,
tentò di tenerla a bada Erskine. Ma Mavi non se ne preoccupò, sapeva che quando Celine si metteva in
testa qualcosa era irremovibile.
«Non c’è altro modo per salvargli la vita, lo sai», tenne duro lei.
«D’accordo, Celine, ma non tornerai qui se non sarai in perfetta forma. Chi sarà la guaritrice
che verrà con voi?», domandò Erskine, arrendendosi subito.
Mavi vide adombrarsi lo sguardo di Celine. Poteva immaginare quanto desiderasse liberarsi di
Kaina per poter usufruire dell’aiuto di Aidan, con tutti quei Corrotti da curare ne avrebbe avuto
bisogno. Contemporaneamente sperò con tutta se stessa che non facesse quella scelta, non avrebbe
sopportato di vederla gironzolare sempre intorno a Brian.
«Buonia si occuperà di Brian, è la mia capo guaritrice quindi la più competente. Voglio che ci
pensi lei e anche Caswyn verrà via: non dividerò marito e moglie. Porteremo con noi anche il guerriero
del Castello, e Kenina, se vorrà, potrà rassicurare suo padre», rispose Celine.
«No, starò qui, il mio posto è questo. Se tornassi al Castello, mio padre mi farebbe pressioni, le
farebbe anche a te e non potresti rifiutare. Io voglio combattere, questi esseri non devono proliferare
nella mia terra», rifiutò Kenina.
«D’accordo», acconsentì Celine, «porterò con me anche un guerriero che mi possa aiutare a
tornare indietro se fossi stanca», aggiunse poi Celine.
«Ti posso aiutare io, Celine», si offrì immediatamente Erskine.
«No. In mia vece comandi tu e non lascerò tutto il gruppo senza qualcuno in grado di
fronteggiare un possibile pericolo. Verrà con me Aidan, mi ha già aiutato a fare avanti e indietro dal
Tempio nel Regno dell’Aria, sarò più serena se avrò con me qualcuno che sa già come comportarsi»,
rispose Celine.
Mavi vide un’ombra sul volto di Erskine, ma non osò controbattere.
«Occupatevi dei Corrotti, trovate un posto per contenerli e anche un luogo sicuro per la notte.
Impiegherò diversi giorni a curarli, per un po’ non potremo tornare al Vulcano», ordinò Celine.
«Ci penserò io a trovare una soluzione», si offrì Kenina.
«Grazie», replicò Celine. «Ora dobbiamo muoverci».
Si avvicinò a Brian e prese una mano tra le sue.
«Andrà tutto bene, Mavi», le disse incoraggiante. «Venite tutti qui!», urlò poi agli altri.
Aidan prese una mano a Celine e dall’altra strinse quella del guerriero del castello: dopo di lui
si posizionarono Caswyn e Buonia, che chiuse il cerchio prendendo la sua mano.
«Non cercate di immettere energia o di portare, penserò a tutti io», spiegò Celine.
Mavi sentì il terreno sotto i piedi sparire: le uniche certezze erano la mano di Brian nella sua e
quella di Buonia dall’altra parte. Quando avvertì nuovamente il terreno sotto i piedi, erano nei giardini
del Castello, proprio davanti all’ingresso del palazzo. Un gruppo di guerrieri corse verso di loro e le
strapparono Brian dalle braccia. Mavi si sentì lacerata, ma lo lasciò andare. Seguendo le istruzioni di
Buonia lo stavano portando in infermeria per operarlo. Poteva solo aspettare. E sperare.
Il tempo scorreva lento come melassa densa, continuava a guardare l’orologio trovandolo
sempre fermo sullo stesso minuto. Non staccava gli occhi dalla lancetta dei secondi convinta che si
stesse prendendo gioco di lei e segnasse un secondo avanti e due indietro. Era sola, seduta fuori
dall’infermeria. L’altro guerriero era stato portato nella stanza della rigenerazione. Suo fratello e Celine
erano andati a parlare con il Sovrintendente. Aidan le aveva proposto di restare con lei, ma la sua
presenza non sarebbe servita a far scorrere più rapidamente il tempo. Sapeva che il fratello sarebbe
stato inquieto perché erano gli unici attimi che avrebbe potuto passare da solo con Celine, poi
sarebbero tornati indietro dove Kaina avrebbe sicuramente avvelenato i loro giorni. Anche Caswyn si
era proposto di rimanerle a fianco, ma Mavi gli aveva chiesto di lasciarla, voleva restare sola, isolata
con il suo dolore.
Le scorrevano davanti tutte le giornate che aveva trascorso con Brian da quando erano tornati
dal Regno dell’Aria: i suoi goffi tentativi di essere galante, la marea di cioccolatini che le aveva portato
dopo che aveva finto di disprezzare i fiori, tutte le volte in cui le aveva giurato di amarla, tutte le
frecciatine velenose che lei gli aveva tirato di proposito, tutte le volte in cui gli aveva negato un sorriso,
tutte le occasioni che aveva perso per baciarlo. Era stata troppo testarda per concedersi di essere felice
con l’unico uomo che per lei contava. Si chiese se si sarebbe mai ripresentata l’occasione di sentire il
sapore delle sue labbra. L'avrebbe perdonata?
Sollevò le ginocchia sulla sedia e strinse la testa in mezzo, troppo infelice per riuscire a
piangere, troppo disperata per respirare, per guardare qualcosa che non fosse quella maledetta lancetta
dei secondi. Era lì da un tempo che sembrava infinito. Si era sfilata l’orologio e lo aveva lanciato
contro un muro.
Poi avvertì una mano che le si posò delicata sulla spalla.
Sollevò lo sguardo, incontrando gli occhi di Buonia.
Quelle parole le avrebbero cambiato la vita.
Capitolo 15 ~ Decisioni
Sabato 17 marzo
Un attimo prima erano lì, un battito di ciglia ed erano scomparsi.
Kenina era scioccata da quanto era accaduto davanti ai suoi occhi, non le sembrava che Mavi e
Brian stessero insieme, probabilmente doveva esserci qualcosa che non le era chiaro. Lui aveva
rischiato di morire per salvarle la vita. Il gesto che aveva compiuto quel guerriero era stato più che
eloquente, come la disperazione di lei.
Kaina aveva un lungo graffio sul viso, ci stava spalmando sopra un unguento e, anche se la
situazione non era delle migliori, le venne da ridere. Kenina pensò che quella serpe avesse avuto ciò
che si meritava e si chiese se il ragazzo di cui parlava qualche sera prima non fosse stato Brian. Però le
sembrava strano: Mavi non era certo rimasta indifferente allo stato del guerriero trafitto e Kaina aveva
parlato di una donna che si prendeva gioco del cuore di un uomo. Sbuffò, dandosi della sciocca per i
pensieri che le passavano per la mente con tutto quello che c’era da fare. Si disse che probabilmente
ben poco di vero usciva dalle labbra di Kaina, poi si avvicinò suo cugino per chiederle come stava e la
serpe fece un commento che le chiarì le cose.
«Vedi, è come ti dicevo io: con tutti quelli che c’erano perché mai aveva bisogno proprio di
Aidan?».
Si chiese se potesse essere possibile. Eppure... Ripensandoci si accorse che lui non la
abbandonava un secondo, il suo sguardo era costantemente su Celine. Non ci aveva fatto caso pensando
fosse semplicemente dovuto al suo ruolo, ma... Si disse che era impossibile: i Figli della Luce erano
predestinati a un solo compagno, non potevano amare altri. Se così fosse stato avrebbe voluto dire che
in Celine c’era qualcosa che non andava, che stava ignorando le loro radici per fare qualcosa di
completamente sbagliato. Ripensò alla Regina, al tempo che aveva passato con lei, alla tenacia con cui
era voluta andare a salvare dei Custodi che neppure conosceva, che avrebbe tranquillamente potuto
spazzare via con un colpo del suo Potere di Luce. Celine era troppo giusta, non riusciva a credere che
facesse qualcosa di così sbagliato.
Quei pensieri le stavano ancora ronzando in testa, quando le si avvicinò Erskine.
«Credo di dover approfittare delle tue conoscenze del luogo: in quale casa pensi potremmo
sistemare agevolmente i Corrotti?», domandò il Maestro a capo della spedizione.
«In nessuna casa. Se dovremo fermarci qui per più giorni, con il rischio che i nemici arrivino
nuovamente, l’unico posto sicuro è la miniera. Le sue porte si aprono solo al comando del sangue di
uno dei figli della nostra razza; dentro ci sono provviste e grosse camere per custodire il frutto degli
scavi chiuse con pesanti porte di ferro. Potremo tranquillamente posizionare un corrotto per stanza
perché sono stati scavati nella roccia piani e piani. Tutta la struttura è facilmente difendibile e, di fianco
alla porta, si potrebbero piazzare due guerrieri che tengano sotto controllo il territorio. Infilarsi dentro e
sbarrare le porte è un attimo. C’è anche una stalla per i cavalli», snocciolò, felice di poter essere così
utile.
Le era pesato non poter tornare al Castello per assicurarsi che i suoi genitori stessero bene, ma
sapeva che se lo avesse fatto il padre non le avrebbe concesso di tornare lì. Era consapevole,
specialmente in quel momento, di quanto avessero bisogno di lei e delle sue conoscenze.
«Grazie, Kenina», le rispose Erskine.
Sentì uno sguardo su di sé e si voltò a incrociare gli occhi di Murchadh, voltò subito la testa. Gli
doveva parlare e lo voleva, ma in quel momento non c’era tempo. Dopo aver quasi visto morire un
guerriero per difendere la donna che amava, non intendeva procrastinare o trincerarsi dietro un ostinato
silenzio, ma preferiva parlargli la notte, quando nessuno avrebbe ronzato loro intorno.
«Va bene, ascoltate tutti», disse il Maestro, alzando la voce e rivolgendosi al gruppo. «Ci sarà
bisogno dell’aiuto di ognuno di voi per fare il più velocemente possibile: dobbiamo trascinare tutti i
Corrotti alla miniera. Kenina vi mostrerà le celle dove rinchiuderli. Visto che dovremo mettere al
sicuro anche i cavalli, il primo viaggio lo faremo con loro e li lasceremo lì, poi lei rimarrà di guardia
alla miniera e noi faremo avanti e indietro con i Corrotti. Vorrei facessimo il più velocemente possibile
e ci mettessimo al riparo, i nemici potrebbero riapparire da un momento all’altro».
«Vorrei dare una mano, alla miniera potrebbero rimanere le guaritrici», obiettò Kenina.
«No, assolutamente, sei la figlia del Sovrintendente, ci stai aiutando e ti voglio al sicuro. Ogni
volta che torneremo indietro ci aprirai le porte», fu irremovibile Erskine.
L’ansia le attanagliava il cuore, immaginando un nuovo attacco e Murch fuori senza di lei. Poi
guardò tutti quei Custodi mutati, la sua gente, e si diede della sciocca. In quel momento avevano ben
altre preoccupazioni. Mutare anche i bambini era stato un vero abominio: si augurava che Celine li
riportasse alla normalità molto presto e non rimanesse nessuno strascico negativo nel loro animo.
La giornata volò in un attimo. Il pomeriggio stava facendo posto alla sera quando terminarono
di rinchiudere tutti i Corrotti nelle varie stanze.
«Adesso mangiamo. Dopo inizierete il primo turno di guardia: accetto volontari», disse Erskine,
lo sguardo preoccupato.
«Posso iniziare io», si offrì Murchadh.
«Anch'io. Sono stata qui dentro tutto il giorno e sono la più riposata», si affrettò a unirsi
Kenina.
«D’accordo. Mi raccomando, in caso apparissero i nemici rifugiatevi dentro. Niente
sciocchezze. Quando arriveranno Celine e Aidan, verrete subito a chiamarmi. Sta passando troppo
tempo...».
«Probabilmente stanno attendendo l’esito dell’operazione di Brian», osservò Aengus.
«Forse, o magari vi erano altri nemici al Castello e sono in pericolo», palesò la sua
preoccupazione Erskine.
«Al castello ci sono più laoich che qui, in caso di pericolo sarà più protetta», osservò Aengus.
«Già, ma non sotto i miei occhi», disse Erskine palesemente in ansia.
«Mio padre ha una miriade di passaggi sotterranei, sono stati studiati per la fuga in caso di
pericoli», tentò di rassicurarlo Kenina.
«Almeno questo mi consola, spero solo che Celine non sia troppo testarda per usarli».
«C’è Aidan, si farebbe ammazzare per lei. Sono certa che in caso di necessità la porterà di
peso», sputò Kaina sprezzante.
«È un suo dovere: farsi ammazzare per lei è ciò che deve fare. Lei è la Regina», la fulminò
Erskine.
Kaina non osò ribattere e Kenina tornò con la mente alle supposizioni che aveva fatto in
precedenza. Decise che avrebbe parlato direttamente con Celine non appena la situazione fosse stata
più tranquilla. Non poteva credere che ignorasse la profezia in quel modo: Aidan non era uno dei
Prescelti.
Lui e Celine erano stati condotti in presenza dei Sovrintendenti.
«Kenina sta bene?», fu la prima cosa che chiese Alasdair.
«Sta benissimo. Avrei voluto riportarla al Castello perché poteste vederla, ma si è opposta»,
spiegò Celine.
«Ha la testa dura come le pietre, quella ragazza. Promettetemi che la proteggerete», replicò
l’uomo in evidente stato di agitazione.
«Certamente, avrò cura di lei. I sistemi di sorveglianza hanno rilevato altro?», volle subito
sapere Celine.
«No, nient’altro. Sembrava quasi che i nemici sapessero che sareste andati lì e avessero puntato
solo quel luogo, ma è impossibile siano passati. Non vi sono brecce nelle nostre protezioni, non riesco a
comprendere come sia successo».
«Purtroppo non ho una spiegazione a questo, posso solo supporre sia stato un caso che
dovessimo andare lì stamani. Il nemico è a conoscenza del mio potere di guarigione, probabilmente
hanno puntato il piccolo villaggio sapendo che non vi erano guerrieri e immaginando che io sarei
comunque accorsa per salvare il popolo», rispose Celine.
«È una fortuna che sia accaduto nei pressi della miniera, sarà un ottimo rifugio per voi. Solo il
sangue della stirpe può aprire e chiudere le porte. Sono certa che Kenina avrà condotto i vostri
compagni lì», fece presente Alasdair.
«Ottimo, non ero a conoscenza di questo, poiché ci siamo materializzati senza attendere che
iniziassero a spostare i Corrotti. Era imperativo per Brian essere operato al più presto», rispose Celine.
«Certo, mi rendo conto dell’urgenza. Dobbiamo mettere a punto un piano in caso avvenga
nuovamente», disse il Sovrintendente.
«Mi sembra ovvio, vorrei che ci spostassimo nella stanza delle tele, così informerò anche il
Consiglio di Gallaibh», chiese Celine. «Dopo, se possibile, desidererei recarmi un momento nella mia
stanza: vorrei prendere un diario dove annoto i cambiamenti dei Corrotti», aggiunse Celine, lasciandolo
perplesso.
Non era al corrente di nulla del genere, ma non disse niente.
«D’accordo», acconsentì Alasdair, «adesso vi accompagno nella stanza delle tele, affinché
possiate parlare con il Consiglio».
«Ancora una cosa prima. È importante», lo fermò Celine.
«Dite pure».
«Devo fare un annuncio alla popolazione, è imperativo che lo sappiano da me e non da voci di
corridoio. I membri del vostro personale rincaseranno e parleranno: potrebbe spargersi il panico. È
corretto che la popolazione sappia di non essere completamente al sicuro, ma deve esserne informata
nel modo giusto», spiegò Celine.
«Non potete che trovarmi d’accordo su questo punto», approvò Alasdair.
Quando raggiunsero la sala delle tele, Aidan vide che i membri del Consiglio erano già tutti lì.
Morwenna, notando la sua presenza, lanciò a Celine un’occhiata più che eloquente, ma era il sorrisino
sulla faccia di Davios a turbarlo maggiormente.
Celine spiegò per sommi capi quanto era successo, e Morwenna si agitò immediatamente.
«Devi assolutamente trasferirti al Castello, Celine, è troppo pericoloso che vaghiate da soli»,
disse quasi come un ordine.
«Non posso. Mancano ancora pochi luoghi da visitare. Quando sarò venuta a capo del mistero.
allora potrò tornare. Staremo più attenti, istituiremo turni di guardia ovunque e, in caso di bisogno,
userò il Potere della Luce per distruggerne il più possibile», si oppose Celine.
«Mi pare ti costi troppa energia, non c’è ancora il tuo compagno...», s’inserì Davios.
«Mi costa energia, ma non mi uccide, e se ce ne fosse bisogno lo userei. Sono certa che la
prossima volta saremo pronti. Ho fornito ad Alasdair il piano dei luoghi che visiteremo in futuro, in
modo che sappia sempre dove trovarci. Al momento saremo al sicuro dietro le porte della Miniera e
curerò i Corrotti, ma non so quanto tempo ci vorrà; una volta fatto ciò, quando ci sposteremo al
Vulcano, farò in modo che arrivi preventivamente un annuncio al Sovrintendente. Se i sistemi di
sorveglianza rilevassero altra energia del male dal Castello, saprebbero sempre dove materializzarsi per
trovarci», rispose Celine.
«I guerrieri arriverebbero esausti, non vi sarebbero di nessun aiuto», osservò Helori.
«Qui vi sbagliate. Buonia ha messo a punto per me un tonico che mi ha aiutato a tenermi in
piedi, quando ancora non sapevo dosare bene il potere. Essendo qui al Castello per tenere Brian sotto
controllo, avrà la strumentazione necessaria per perfezionarlo. Certo, dopo i guerrieri avrebbero
comunque bisogno di rigenerarsi, ma riuscirebbero tranquillamente a gestire uno scontro», spiegò
Celine, illustrando la sua idea.
«Vedo che hai pensato a tutto e che difficilmente riusciremo a dire qualcosa in grado di farti
cambiare idea», osservò Morwenna.
«Devo visitare i posti mancanti e trovare il luogo di forgiatura dell’Arco, non posso scappare
perché il nemico si è inventato qualche diavoleria per accedere a questa terra», replicò Celine.
«Tu hai un’idea di come sia stato possibile?», chiese Davios.
«No», rispose semplicemente Celine.
«E mio cugino? Visto che è presente che ci dica la sua», aggiunse il bastardo, tanto per
rimarcare la sua presenza.
«Forse qualche corrotto sfuggito alle maglie della sorveglianza prima che sapessimo del
problema», ipotizzò, cercando di tenersi sul vago.
«È possibile. In questo caso il nemico potrebbe averne preso definitivamente possesso questa
notte, magari sarà tra le persone che guarirai», s’inserì Morwenna.
«Così si spiegherebbe come mai i sistemi hanno rilevato improvvisamente qualcosa per pochi
secondi e poi dopo qualche ora è scoppiato il pandemonio. Magari questa persona era rimasta nascosta
o la credevate morta, e al momento opportuno il nemico l’ha usata», si aggiunse Helori.
«Mi pare un’eventualità possibile, visto che il guerriero che stava sepolto nelle acque del fiume
lo avevamo dato per morto in battaglia», intervenne Alasdair, appoggiando quella possibilità.
Aidan sorrise tra sé: la lezione del fiume doveva essergli costata cara in orgoglio. Celine l’aveva
gestita bene. Gli sembrava quasi impossibile che l’uomo adesso appoggiasse un’idea del genere.
«Bene, vedo che la presenza di mio cugino almeno è servita a qualcosa. Ne sono orgoglioso»,
disse Davios con un ghigno in volto.
«Che cosa vorresti dire?», volle sapere Corentin, che sino a quel momento era stato in silenzio.
«Niente, non mi spiegavo cosa ci facesse anche lui qui», puntualizzò Davios.
«Necessitavo di qualcuno in grado di aiutarmi a tornare indietro, in caso non avessi conservato
abbastanza energia. Aidan mi ha già aiutato nel Regno dell’Aria, quando ho portato con me al Castello
di Ghiaccio il Sovrintendente Abhainn», tagliò corto Celine.
«Ed Erskine? Non andava bene?», insisté Davios.
«Non avrei mai lasciato il gruppo senza una guida esperta, in mia assenza tocca lui ed era giusto
restasse con gli altri», replicò Celine inattaccabile, «In ogni caso non capisco con quale diritto ti
permetti di mettere in dubbio le mie scelte. Al momento mi pare che ci siano questioni più importanti
delle motivazioni per le quali seleziono i miei accompagnatori per una materializzazione congiunta.
Con Aidan l’ho fatto più volte, era semplicemente la scelta più sicura e priva d’incognite», lo mise
definitivamente a tacere.
La sua espressione arcigna non piacque ad Aidan, ma grazie al cielo non aggiunse nulla.
«Come sta Brian?», domandò Morwenna, sempre rapida nel cambiare argomento quando
necessario.
«Non sappiamo ancora nulla, Buonia lo sta operando», rispose Celine.
«Sovrintendente Alasdair, in caso mia nipote sia già andata via, fatemi sapere voi quali sono le
condizioni del guerriero», disse Morwenna.
In breve la riunione si sciolse e Celine prese congedo per raggiungere la sua stanza insieme a
lui. Era stranamente silenziosa e nei corridoi non gli rivolse la parola. Quando richiuse la porta della
camera alle sue spalle, però, si aggrappò a lui, baciandolo in un modo che quasi lo spaventò. Non per la
passione che mise nel gesto, ma per il modo: sembrava quasi disperata, come se quello potesse essere
l’ultimo bacio che si davano. Si stringeva a lui talmente forte da fargli quasi male, sembrava fuori di sé.
Aidan tentò di calmarla accarezzandole delicatamente i capelli e, quando si accorse che le
lacrime le rigavano il viso, si scostò per guardarla in faccia.
«Che cosa c’è, Celine?», domandò preoccupato.
Lei sembrò colta in contropiede e abbassò lo sguardo, ma lui non le permise di spostare
l’attenzione altrove e le prese il volto tra le mani. Era terrorizzato, sembrava che stesse per accadere
qualcosa di orribile, gli occhi di Celine avevano dentro un’angoscia che non aveva mai visto. Mai lo
aveva guardato in quel modo.
«Niente. Sono solo una sciocca», disse, «ho paura che possa accadere anche a te qualcosa di
analogo a ciò che è successo a Brian. So che saresti il primo capace di farti ammazzare per me», chiarì
poi.
«Celine, non solo lo farei perché è mio dovere, ma anche perché tu sei l’unica che io abbia mai
amato. Se ti accadesse qualcosa non avrei motivo di esistere. Non pensarci ora, la nostra vita è segnata
da tutto questo e lo sai bene. È inutile farsi affliggere dalla possibilità che capiti qualcosa a uno di noi:
esistono e dobbiamo conviverci», rispose, stringendola a sé.
Comprendeva il suo stato d’animo, ci aveva pensato anche lui, eppure non gli tornava qualcosa.
Gli era sembrata quasi lacerata un attimo prima, i suoi occhi gli avevano rimandato qualcosa di ben
peggiore di una semplice preoccupazione.
«Sei certa di avermi detto tutto?», tentò d’indagare.
«Baciami ancora, ti prego. Tra poco dovremo tornare indietro, Kaina sarà lì e non potremo stare
da soli fin quando non avrò guarito tutte quelle persone. Lei ci terrà d’occhio, è d’accordo con Davios.
Dopo ciò che ha detto oggi, ne sono certa», lo implorò Celine.
«Sai, quando eravamo ancora al villaggio ho pensato che avresti mandato lei a operare Brian»,
osservò Aidan.
«Non l’avrei mai fatto. Tua sorella ha già sofferto troppo a causa sua, gli avrebbe reso la vita un
inferno e li avrebbe allontanati ulteriormente. Sarebbe stata capace d’infilarsi nel letto di Brian solo per
ferire Mavi», replicò Celine.
«È vero, deve essere stato difficile fare la scelta giusta e, soprattutto, privarti di Buonia».
«Era l’unica scelta possibile, non avrei mai separato moglie e marito. Avendo Lonn possiamo
privarci di un illusionista, ma non potevo mandare qui Bhirginia e allontanare Aengus. Se ci
attaccassero, la sua esperienza ci farebbe comodo», spiegò Celine. «Adesso spendiamo dieci minuti per
noi, basta con questi discorsi per un po’. Dobbiamo esistere solo io e te».
Gli prese lentamente il viso tra le mani, come se lui fosse stato un delicato cristallo, poi gli
baciò il volto con lentezza, soffermandosi in ogni punto. Sembrava che lo stesse disegnando con le
labbra. A ogni bacio gli sussurrava qualcosa, ogni parola gli faceva esplodere il cuore nel petto.
«Tenere il tuo viso tra le mani è come poter accarezzare tutti i miei pensieri, come poter sentire
al tatto le cose più belle della mia vita», fu la frase che più lo emozionò.
Poi le loro labbra si unirono e qualsiasi dubbio, sulle preoccupazioni che Celine poteva avergli
taciuto, si dissolse.
Mentre le loro labbra si sfioravano, Celine cercava in tutti i modi di abbandonarsi a quei gesti e
non pensare a ciò che la tormentava. Le parole di Kaina e dello Spirito del Fuoco le ronzavano in
mente. Non aveva mai avuto dubbi sui suoi sentimenti per Aidan, certa che lui sarebbe stato sempre
l’unico e solo, lo sentiva in ogni fibra del suo essere. Eppure quel continuo rinfacciarle la profezia la
distruggeva. Lo aveva negato con tutte le sue forze, rimosso come se non facesse parte della sua vita,
ma quell’evenienza esisteva e lei voleva parlarne con lui, ne sentiva il bisogno.
Si vergognò di se stessa e del suo egoismo, lo aveva voluto a tutti i costi, aveva spinto fino al
punto in cui non aveva potuto fare a meno di cedere e vivere quel sentimento che li univa. Aveva
ignorato ogni possibile conseguenza, ma ora si chiedeva se avesse fatto bene, se Aidan avrebbe dovuto
soffrire le pene dell’inferno per colpa sua. Prima gli aveva mentito, lo aveva baciato quasi con
disperazione per trasmettergli l’intensità di ciò che provava; ciò che la univa a lui era così reale e
tangibile che stentava a credere di non poterlo toccare. Si perdeva in lui, in ogni suo gesto o
movimento; avrebbe potuto passare giornate intere solo a guardarlo, a bearsi semplicemente del fatto
che esistesse. Doveva essere così per sempre. Non riusciva, però, a parlargli della sofferenza che la
stava devastando: Aidan aveva perso già così tanto.
Due sonori colpi alla porta mandarono in frantumi le sue riflessioni.
«Vai ad aprire, io fingo di frugare nel baule», disse ad Aidan.
«L’intervento si è concluso», annunciò la cameriera che li era andati a chiamare.
Celine notò solo in quel momento che il giorno stava cedendo il passo alla sera e, dopo essersi
scambiata uno sguardo con Aidan, corse verso l’infermeria. Mavi piangeva, abbracciata a Buonia, e
immediatamente Celine pensò al peggio.
L’amica, sentendo i passi, voltò la testa verso di loro.
«Dicci qualcosa», la esortò.
«L’operazione è riuscita e ho rimosso il frammento di lancia che si era piantato dentro il suo
petto, ma non è ancora detta l’ultima parola. Ho dovuto asportare molta pelle, era come imbevuta di
quella sostanza che continuava a spargersi. Ora l’unica speranza è che domani mattina la pelle sia
pulita, ma lo scoprirò solo quando rimuoverò le garze per controllare. Difficilmente riprenderà
conoscenza molto presto perché la febbre è altissima», spiegò Buonia.
«Ce la farà?», domandò Aidan.
«È forte e robusto, se l’infezione smetterà di spargersi si riprenderà, ma non posso saperlo
adesso», rispose Buonia.
Celine la prese a braccetto, lasciando Aidan con Mavi.
«Dimmi tutto».
«Non ci sono molte speranze. Ho aspettato due ore dopo la fine dell’intervento: avevo già
rimosso una gran quantità di tessuti, ma l’alone nero ha ripreso a crescere comunque. Vorrei lasciare
riposare la ferita con le garze imbevute e domani la riguarderò. La febbre è il problema minore, il fisico
di Brian è robusto, ma non posso continuare a inciderlo e ad asportare pelle», rispose Buonia senza
omettere nulla.
«Mavi non sa tutto?», s’informò Celine.
«No, non le ho detto che il male è già ricresciuto. Voi dovete tornare indietro, ma lei rimarrà qui
con lui e temevo di agitarla troppo», chiarì Buonia.
«D’accordo. Se però sospettassi Brian in fin di vita, diglielo. Ha il diritto di sapere. Magari fai
in modo che ci sia anche Caswyn», suggerì Celine.
«Certo, se non ci fossero più speranze, glielo direi. Non ho intenzione di illuderla. Celine, sono
molto preoccupata, avevo sperato fosse tutto più semplice, volevo tornare indietro con te questa sera»,
fece presente Buonia, che era in ansia.
«Devi restare qui con lui fino a quando non sarà fuori pericolo, fai tutto il possibile. Mi fido di
te, non lasciare niente d’intentato. Non pensare a me, pensa alla vita di Brian», la tranquillizzò Celine.
«Lo so che il mio dovere è rimanere qui, ma non posso fare a meno di pensare che ti
abbandonerò con Kaina, senza neppure la protezione di tuo zio, senza poterti aiutare se le guarigioni
dei Corrotti ti stancassero troppo», continuò a preoccuparsi l’amica.
«Aidan penserà a me se non ce la dovessi fare, troverà il modo di farmi stare meglio, ne sono
certa. Bhirginia ha il tuo tonico, me lo somministrerà lei, e Aengus è dalla nostra parte. Non
preoccuparti, saprò tenere a bada la serpe. Piuttosto ho un incarico da affidarti», rispose Celine,
desiderosa di illustrare all’amica quanto aveva annunciato durante la riunione. Quando terminò la sua
spiegazione gli occhi di Buonia erano accesi dall’incognita della sfida.
«Un tonico che sostituisca la rigenerazione, in caso i guerrieri siano troppo stanchi dopo la
materializzazione, non è mai stato tentato. Le ricerche che ho fatto per aiutare te potrebbero rivelarsi
utili, visti gli effetti che ha sortito oggi sul guerriero. Ci lavorerò sopra», acconsentì Buonia.
Sopraggiunse anche Caswyn.
«Celine, spero potremo tornare da te il prima possibile», disse abbracciandola.
«Conto su di voi. State vicini a Mavi. Adesso è questa l’unica cosa che conta, non pensate a
me», lo esortò lei.
«Celine...», la chiamò Mavi.
Si avvicinò immediatamente alla ragazza.
«Quando Brian starà meglio, io vorrei comunque restare qui con lui, non credo potrà ritrovarsi
molto presto coinvolto in un combattimento e non voglio lasciarlo da solo», spiegò.
«Ma certo, Mavi. Tu potrai restare con lui fino a quando non sarà pronto a tornare a combattere,
non hai nemmeno bisogno di chiederlo», la rassicurò Celine.
«Come faranno Buonia e Caswyn a raggiungervi?», domandò Mavi.
«Quando terminerò di curare i Corrotti, farò in modo di farvi giungere una lettera e vi terrete
pronti. Quella sera, quando torneremo al Vulcano, mi materializzerò qui per portarvi indietro con me. È
l’unica soluzione priva di pericoli», spiegò Celine, volgendo l’attenzione verso Buonia e Caswyn.
«D’accordo», acconsentirono loro.
In quel momento sopraggiunse il Sovrintendente.
«Il popolo è stato radunato nella piazza antistante il Castello: se volete fare un annuncio sono
pronti ad ascoltarlo», disse.
«D’accordo, saluto loro e arrivo».
Strinse Mavi in un abbraccio. Avrebbe davvero voluto poterle restare accanto nei momenti
difficili che stava per affrontare e le dispiaceva privarla anche della compagnia di Aidan, ma non
poteva lasciare un altro guerriero lontano dalla missione. Inoltre sapeva che Aidan non sarebbe mai
stato capace di essere distante da lei, sapendola in pericolo. Buonia e Caswyn l’avvolsero in un
abbraccio collettivo, poi le sorrisero.
«Vai, Celine. Sono certa saprai trovare le parole migliori per dire la verità al popolo senza
allarmarlo. Porta a termine ciò che devi, solo tu puoi riuscirci e lo farai», la salutò Caswyn.
Mentre si dirigeva verso l’esterno del Castello, il Sovrintendente le si affiancò.
«Istituiremo dei pattugliamenti per il villaggio, sia di giorno sia di notte, nessuno sarà lasciato
senza protezione: illustrerò tutto al popolo», spiegò Celine.
«D’accordo, faremo quanto necessario per rendere la vita delle persone più sicura possibile»,
acconsentì immediatamente lui.
Quando arrivò davanti al popolo, Celine cercò di scegliere con cura le parole migliori con le
quali spiegare la situazione: sarebbe bastato anche un minimo errore e la speranza di quella gente
avrebbe potuto spegnersi, causando il dissolversi delle barriere protettive.
«Buonasera a tutti», esordì. «Mi trovo qui per informarvi di un fatto terribile avvenuto stamani:
qualcosa d’inaspettato e incomprensibile, qualcosa sicuramente studiato in precedenza dal nemico per
indebolirci, per poter avere accesso a questa terra. So di poter essere sincera con voi, non è il caso che
vi tenga nascosto nulla; voi siete i più fieri e coraggiosi tra i miei sudditi e saprete reagire con orgoglio
a questo vigliacco tentativo di Fàs d’indebolirvi».
Il silenzio era totale, tutti l’ascoltavano, e Celine fu onesta. Narrò loro di come il nemico avesse
fatto la sua improvvisa comparsa in mezzo al Regno e avesse poi mutato tutti i Custodi in Corrotti.
«Non temete per loro, li porterò indietro e nessuno di loro rimarrà a lungo tra le braccia del
male. Ma tocca soprattutto a voi proteggerli. Non sappiamo ancora quale diavoleria abbiano
architettato Fàs e Urchaid per riuscire in un’impresa del genere, vi mentirei se dicessi di conoscerne i
dettagli, ma voglio esortarvi a non farvi prendere dalla paura e dallo sconforto. Se lo farete le armate
dei nemici riusciranno davvero a penetrare in questa terra, questo è il loro scopo. I guerrieri
pattuglieranno giorno e notte le strade del villaggio, in caso di attacco saranno vigili, e io vi ho
concesso la verità in modo che siate preparati ad affrontarli. La verità è un peso forte da sopportare,
sarete capaci di accettarla senza danneggiarvi? Senza nuocere alle protezioni? Adesso dipende solo da
voi», concluse, lasciando la parola alla gente.
Il silenzio che seguì la spaventò, aveva il terrore che le persone reagissero male e il panico si
scatenasse.
«Che brucino tutti! Questa è la nostra terra, che vengano qui, troveranno gente che non ha paura
di combattere!», si fece avanti un uomo.
«Sì, che provino a fare un giochetto del genere dove ci sono anche laoich e non solo residenti.
Avranno di che pentirsi», urlò un giovane guerriero.
In breve tutta la folla si unì alle esclamazioni di rabbia verso il nemico, nessuno di loro però
manifestò paura o timore. Celine incrociò lo sguardo di Alasdair e notò che anche lui aveva tirato un
sospiro di sollievo.
In breve le persone tornarono alle loro case.
«Un discorso sensazionale, non avrei saputo fare di meglio», si complimentò il Sovrintendente.
«Ora che so davvero con chi è mia figlia, sono più serena», si unì Fia, la madre di Kenina.
«Noi dobbiamo tornare dal resto del gruppo. Se ci fossero altri problemi o manifestazioni del
male, potrete trovarci alla Miniera. I Corrotti da curare sono molti, calcolo che staremo lì almeno una
settimana», disse Celine.
«D’accordo. In caso di problemi manderemo qualcuno direttamente ad avvisarvi», acconsentì
il Sovrintendente.
Fia le passò un enorme cesto.
«Per voi. Un po’ di cibo preparato nelle nostre cucine, domani sarà ancora ottimo», la salutò.
«Grazie, porterò i vostri saluti a Kenina», si congedò Celine.
Prese le mani di Aidan tra le sue.
“Arriveremo al villaggio, ci penserò io. Sto bene”, gli disse con la mente.
Aidan annuì impercettibilmente, le mani strette nelle sue, poi tutto svanì. Quando sentì
nuovamente il terreno sotto i piedi, era buio attorno a sé. Aidan fece risplendere immediatamente un
globo di fuoco, guardandosi intorno attento.
«Non c’è nessuno», lo rassicurò Celine.
«La prudenza non è mai abbastanza», replicò lui.
«Sai, mi piacerebbe entrare in una di queste case e stare sola con te ancora qualche ora, ma non
possiamo. Volevo che lo sapessi», disse, approfittando dell’oscurità che avrebbe coperto il suo rossore.
Aidan si chinò a baciarla.
«Lo vorrei anch'io, per tutte le notti della mia vita», sussurrò sulle sue labbra.
Celine lo abbracciò, nascondendo il viso sul suo petto, inspirando quell’odore che tanto la
rendeva felice; Aidan ricambiava la stretta e le accarezzava i capelli.
«Dobbiamo andare adesso, Erskine starà dando i numeri», scherzò.
«Hai ragione», acconsentì lei, scostandosi.
S’incamminarono verso la miniera, il globo di fuoco di Aidan rischiarava loro la strada
insieme alle stelle, ma quando uscirono dal villaggio trovarono una sorpresa ad attenderli. Il resto del
gruppo aveva preparato una strada di luce per accoglierli. Una stretta gola, circondata da montagne di
arenaria, si apriva davanti a loro; il sentiero era segnato da migliaia di piccoli globi di fuoco sospesi a
mezz’aria. Sembrava di essere immersi in un sogno: guardando verso l’alto la gola si stringeva,
lasciando visibile una piccola porzione di cielo blu nel quale risplendevano milioni di stelle.
Celine, con Aidan al suo fianco, seguì il sentiero luminoso passo dopo passo, nessun rumore a
parte quello della sabbia mossa dai loro piedi. Poi lo stretto passaggio curvò e s’iniziò a intravedere
qualcosa. Il cuore di Celine iniziò a battere forte per lo spettacolo che stava ammirando: i suoi sensi
erano animati dall’importanza di quell’attimo, una foto incaccellabile del primo impatto.
La gola si apriva improvvisamente davanti a Mèinn an Clachan Dubh. I colori delle rocce,
rischiarate dai globi di fuoco, rimandavano l’uno all’altro, creando un inebriante gioco cromatico: il
rosa rincorreva il rosso, che rischiarava in giallo, per poi perdersi nel viola e precipitare nel nero delle
rifiniture in tormalina. L’imponente entrata della Miniera era scavata nell’arenaria della montagna: non
era un palazzo costruito con blocchi di pietra, la facciata d’ingresso era scolpita nella roccia, ed era
letteralmente da togliere il fiato. Colonne, capitelli, decorazioni, statue di Te?net decorate con rubini e
direttamente incise a colpi di scalpello, nel cuore di quel monte dalle sfumature rosate.
Celine poteva solo immaginare in modo vago l’enorme lavoro che era costato ai Custodi
scolpire quel magnifico ingresso, le sue dimensioni e la cura nei più minuscoli dettagli ne erano la
prova lampante. L’imponente facciata, rischiarata per loro da quelle evanescenti lucciole di fuoco, era
alta almeno cinquanta metri e larga quaranta. Al centro era sigillata da un portale in tormalina che
riluceva di mille colori, variando dal rosso al blu, attraversando verde, giallo, arancione e rosa. Detta
anche “pietra della cenere” per via della sua piroelettricità, era il minerale perfetto per quella terra, alla
quale si adattava alla perfezione.
«Celine!», sentì esclamare.
Una figura si alzò in piedi, era immersa nell’oscurità ma ne riconobbe la sagoma: era Kenina.
Lei e Aidan allungarono il passo per raggiungere l’ingresso.
«Ti hanno lasciato di guardia da sola?», domandò immediatamente Celine.
«No, Murch sta mangiando, poi mi raggiungerà. Io ho cenato prima. Si tratta solo di pochi
minuti. Entra subito, Erskine ti aspetta!», la esortò la guerriera.
«Kenina, puoi anche chiedermi dei tuoi: non ti giudicherei mai per una cosa simile», si trattenne
Celine.
Kenina le rivolse uno sguardo colmo di gratitudine.
«Stanno bene e al Castello non è accaduto niente. Il tuo popolo è forte e orgoglioso, ho detto
loro cosa era successo e li ho visti più agguerriti di prima», le spiegò brevemente Celine. Poi entrò nella
miniera con Aidan.
L’ansia del Maestro era evidente, quando la vide entrare per poco non fece cadere la ciotola
dalla quale stava mangiando. Celine posò il cesto donatole da Fia e ragguagliò tutti sulle condizioni di
Brian e sulla reazione del popolo.
«Hai fatto la cosa giusta e nel modo giusto», si complimentò Erskine.
«Non potevo lasciare che tutte quelle persone rischiassero di essere attaccate da un momento
all’altro senza averne idea», si spiegò Celine, a cui non piaceva porsi al centro dell’attenzione e
ricevere lusinghe.
«Adesso mangiate, poi andate a riposare. Sarete stanchi dopo la materializzazione», consigliò
Erskine.
A dire il vero non lo erano affatto. Celine aveva sfruttato il contatto con Aidan per fare avanti e
indietro, ma non poteva tradire le apparenze e accettò di buon grado il suggerimento. I giorni dopo
sarebbero stati duri, avrebbe docuto curare i Corrotti e difficilmente Aidan avrebbe potuto aiutarla.
Kaina, seduta in un angolo, le lanciava occhiate velenose e Celine sapeva che, con la scusa di aiutarla,
non l’avrebbe mollata un istante.
Erskine l’accompagnò in una stanza laterale della Miniera, un paio di globi di fuoco
risplendevano in quel buio.
«Abbiamo riservato questa stanza solo per te, è la più grande tra quelle pulite. Abbiamo trovato
diversi sacchi a pelo in una sorta di dispensa e Bhirginia ha voluto preparare il tuo. Adesso riposa», la
salutò.
Al riparo da occhi indiscreti, si sfilò la divisa restando con la sola biancheria addosso. In quella
stanza scavata nella montagna faceva freddo e s’infilò immediatamente nel sacco a pelo. Il conforto di
quel bozzolo la spinse a perdersi nei meandri della sua mente e, sorprendendola, il sonno la inghiottì.
Aidan era in piedi sotto un enorme albero, tutto intorno era verde. Il tronco era grande e
nodoso. Pioveva così forte che era difficile distinguere alcunché, a parte quell’albero e la figura di lui
voltata di spalle.
«Aidan», lo chiamò incerta.
Lui si girò di scatto, una scintilla di rabbia nel suo sguardo.
«È meglio che tu vada da lui», disse secco.
«Aidan, io... non voglio. Perché fai così», rispose lei quasi implorante.
«Dovevi cercare lui e non me, se ti serve qualcosa è da lui che devi andare, lo sai, come lo so
io. Ma sei venuta sin qui, dietro di me e come sempre io mi sono sentito l’unico per te. È un’illusione
Celine, lo sai anche tu, è a lui che appartieni, che sei sempre appartenuta», le rispose senza guardarla.
«Aidan», invocò il suo nome, tentando di afferrargli una mano. Il dolore che trasfigurava il
suo volto le toglieva il respiro.
«Rivivrei ogni attimo di ciò che abbiamo avuto, lo faccio ogni istante nella mia mente, ma
preferirei pagare il prezzo di non averti mai conosciuto che vederti così devastato», sussurrò, le
lacrime che si confondevano con la pioggia di cui ormai era satura.
«Non mi pento di ciò che sento per te, non ti odio poiché mi susciti un amore che non puoi
ricambiare, ma non sopporto che tu cerchi sempre la persona sbagliata, Celine. Io non sono lui e non
posso perdonarti quest’illusione continua», replicò Aidan.
Un orrendo alone nero iniziò a vorticargli attorno, rendendolo quasi invisibile al suo sguardo:
percepiva solo i suoi occhi, luminosi, blu come la laguna di notte.
«Vattene, Celine, non ti avvicinare a me. Mai più. Io non sono ciò che credi, non devi starmi
accanto», la scacciò.
Eppure i suoi occhi le rivelavano qualcos’altro. In quella richiesta non c’era odio, c’era paura.
Celine tentò di avvicinarsi a lui, di sfiorarlo, ma lui la scansò, quasi fosse terrorizzato.
Poi la sua figura iniziò a scomparire.
Celine si svegliò di soprassalto, il sacco a pelo mezzo aperto, un velo di sudore ghiacciato che
le imperlava la pelle. Se non avesse saputo di aver fatto un sogno, avrebbe pensato che la pioggia
battente della foresta le fosse rimasta incollata addosso.
Si prese il viso tra le mani iniziando a piangere sommessamente. Quell’incubo non era altro che
lo specchio dei suoi pensieri, rappresentava ciò che sarebbe successo se lei avesse davvero incontrato il
Prescelto. L’angoscia la divorò e non riuscì più ad addormentarsi.
Kenina era seduta a terra con le gambe incrociate, le mani affondate nella sabbia, lo sguardo
concentrato sulla stretta gola, unica via per condurre alla miniera. Murch, vicino e silenzioso, era in
piedi. Sapeva che doveva parlargli, ma non riusciva ad affrontare il discorso. Aveva pensato a mille
piani per sbattergli in faccia di aver scoperto che Buonia era la cugina di Adraste, ma adesso non
sapeva come fare. Soprattutto temeva ciò che lui avrebbe potuto rispondere.
«Kenina, io posso comprendere che tu ci abbia ripensato, ma vorrei sentirtelo dire. Che tu mi
stia ignorando è un messaggio forte e chiaro, ma vorrei essere certo di averne compreso i motivi», disse
lui a un certo punto, rompendo il silenzio.
«Ti stavo ignorando solo perché sono troppo arrabbiata e, data la mia impulsività, ho cercato di
sbollire. Non volevo rovesciarti addosso una marea d’insulti», rispose lei, incapace di non essere
diretta.
Murch si lasciò cadere sulla sabbia di fianco a lei, fissandola perplesso.
«Ho capito perché l’altro giorno ti ha dato così fastidio che ti abbia abbracciato davanti a tutti,
altro che Erskine e il dovere...», continuò sarcastica.
«A che cosa ti riferisci?», domandò lui.
«Temevi che Buonia riferisse a sua cugina che ti stai dando da fare, vero? Hai avuto paura che
giungesse alle orecchie della tua preziosa Adraste che stavi dando troppa confidenza a qualcuno?», lo
aggredì Kenina, fulminandolo con lo sguardo.
La sua espressione stupita le confermò che non avrebbe voluto farglielo sapere.
«Non è così, Kenina», tentò di difendersi.
«Sicuro. Immagino che la prima cosa che avresti fatto, una volta giunto a casa, sarebbe stata di
dire ad Adraste che mi avevi conosciuto», lo interruppe lei in malo modo.
«Certo. Non sono una persona che si diverte a prendere in giro le ragazze. Prima di partire ho
chiesto ad Adraste di stare con me, di concedermi la possibilità di essere il suo compagno, le ho detto
che l’amavo. Al mio rientro le avrei detto che avevo conosciuto qualcuno che quei sentimenti era
disposta a viverli», rispose lui, cercando di prenderle una mano.
Kenina schivò rapida quel contatto, incrociando le braccia.
«Immagino. Almeno si sarebbe ingelosita e forse si sarebbe svegliata, vero? Magari le avresti
raccontato che una donna aveva manifestato dell’interesse per te e che non l’avevi ricambiata per
rispetto nei confronti della promessa che le avevi fatto...».
«No. Le avrei detto che avevo conosciuto una ragazza così bella e interessante da essere stata in
grado di risvegliare il mio interesse, che mi dispiaceva e che da quel momento ci sarebbe stata anche
lei. Inoltre non posso prevedere cosa sentirò quando sarò di ritorno. Non sono il tipo che fa questi
giochetti», replicò lui.
«Allora come mai ti dava così fastidio che ti abbracciassi davanti a Buonia?», volle sapere
Kenina. «È inutile che continui con la storia di Erskine, anche se fosse vero non ci crederei».
«Kenina, se avessi voluto mentirti non ti avrei rivelato di Adraste, sono stato io il primo a dirti
che il mio cuore è occupato anche da un’altra persona. Non ho mai cercato di illuderti», iniziò lui.
«Semplicemente non desideravo essere giudicato. Buonia e gli altri hanno visto i miei modi con
Adraste, io non sono un gran chiacchierone per quanto riguarda i miei fatti personali e penso che
abbiano fatto le loro supposizioni. Non sono al corrente di chi sappia come sono andate realmente le
cose tra noi, probabilmente tu ne sai più di molti dei presenti. Non volevo si creasse un clima
spiacevole durante la spedizione. Buonia è una bella persona, buona e onesta, ma temevo ti prendesse
male e attribuisse la colpa a te. Non so neppure se sappia che io e Adraste non stiamo effettivamente
insieme. Davvero, Kenina, il mio scopo non era tentare di nascondere ciò che sta accadendo tra noi per
non pagarne le conseguenze con Adraste; io volevo solamente evitarti dei dissapori, avevo paura delle
reazioni di Buonia nei tuoi riguardi, non nei miei».
Kenina non staccò lo sguardo dal suo. Desiderava credere con tutta se stessa che Murch non
stesse mentendo, che davvero lui avesse desiderato evitarle situazioni spiacevoli, ma non ci riusciva.
«Se è davvero così, perché non mi hai detto che avevo davanti la cugina della donna di cui sei
innamorato? Potevi avvisarmi», si mise sulla difensiva.
«È stato stupido, avrei dovuto farlo, su questo hai ragione. Avevo paura che tu andassi a farle
domande. Non so, ho temuto si creassero situazioni spiacevoli e, per quanto possibile, volevo solo
evitarle», rispose lui e non c’era ombra di menzogna nel suo sguardo.
«Io vorrei solo sapere se è a lei che pensi quando mi baci, vorrei essere consapevole di cosa
provi. Sapere se quando faccio qualcosa per te immagini sia lei a farlo e come ti sentiresti se così fosse.
Devo sapere se quando sei con me è me che hai davanti o un fantasma che non puoi avere», disse
Kenina, lo sguardo verso la gola per non fissare lui.
«Kenina, non potrei mai. Quando sono con te sto con te, e basta. Tu sei speciale, il tuo carattere,
i tuoi modi, il tuo aspetto e come mi manifesti ciò che senti non hanno nulla a che vedere con Adraste.
Non potrei confonderti con lei nemmeno per scherzo. Io quando ti guardo vedo te, le emozioni che
provo sono quelle che mi fai sentire tu, non un’altra persona. Non avevo neppure il coraggio di
ammetterlo con me stesso e non sono tipo da saltare da una storia all’altra. Mi piace stare con te e mi
fai stare bene».
Kenina si voltò lentamente verso di luì e coprì la mano di Murch posata sulla sabbia.
Lui l’attirò a sé, cingendola tra le braccia.
Le labbra si posarono sulle sue in un bacio che sapeva di conferme.
Capitolo 16 ~ Guarigioni
Domenica 18 marzo
Buonia si svegliò all’alba con più di un peso sul cuore. Il terrore per le sorti di Brian le
attanagliava il petto, era ora di andare a controllare la ferita e vedere se il male si era rigenerato
nuovamente. Inoltre l’ansia che provava per Celine aumentava di secondo in secondo.
«Buonia, che cosa c’è che non va? Ti sei agitata tutta la notte», la riscosse Caswyn, che si era
svegliato a sua volta.
«Ho paura. Non so in che condizioni troverò Brian, non so come farò a dirlo a Mavi in caso la
ferita sia nuovamente infetta», rispose sincera.
«Ci sarò io con lei. Mavi è una ragazza forte, abituata a vivere tra queste evenienze, sa che
rischiamo la vita ogni giorno, è una guerriera sin da quando era ragazzina», cercò di tranquillizzarla lui.
«Certo, ma un conto è, per quanto doloroso, vedere morire i compagni, altra cosa è vedere
morire l’uomo che ami e sapere che è accaduto perché ha tentato di salvare te. Ne sarà devastata»,
replicò Buonia, alzandosi di scatto e iniziando a camminare per la stanza.
Caswyn si alzò e le si piazzò davanti, posandole le mani sulle spalle.
«Che cosa ti turba realmente?», volle sapere.
«Dipende da me, se morirà sarò io che non l’avrò saputo curare. forse non sono abbastanza
esperta, forse c’è qualcosa che dovrei sapere e non so», rispose Buonia, lacrime di rabbia le scorrevano
sulle guance.
«Non è vero e tu lo sai: non dipende da questo. Quel tipo di ferita è mortale, hai fatto un
miracolo a rimuovere la punta della lancia così vicina al cuore; fermare quel tipo di infezione è un'altra
cosa. Hai già tentato tutte le cure che si usano in genere. Non dipende da te».
«Invece sì, sarò comunque io a non averlo salvato!», esclamò Buonia.
«Ascolta, adesso andremo in infermeria e controllerai la ferita. Se i tessuti fossero nuovamente
Corrotti te ne preoccuperai, ma lo farai con un altro stato d’animo. Se pensi a te stessa come a qualcuno
che ha fallito, non concluderai niente», la sgridò il marito.
Buonia gli rivolse uno sguardo dubbioso.
«Celine ha fiducia cieca in me, io devo anche preparare una pozione apposta per curare gli
effetti della stanchezza dati dalla materializzazione: mi sta attribuendo incarichi sempre più di
prestigio. Non posso deluderla, lasciando morire Brian», rispose.
«Non lo farai, Buonia. Sperimenta per questa pozione, lascia vagare la tua mente su altre cose,
non pensare a ciò che hai già tentato. L’unica cosa che conta è che tu ti lasci alle spalle la negatività e
pensi a quanto è grande il tuo potenziale», la incoraggiò Caswyn.
«Magari fosse così semplice. Salvare la vita a una persona è qualcosa in grado di elevarti o
distruggerti, se non ce la fai. Inoltre sono terrorizzata per Celine», spiegò.
«Perché mai? Celine è forte e capace».
«Certo, ma adesso è con Kaina. Senza me e te a darle supporto, a cercare di proteggerla. Quella
ragazza è un vero mostro, il modo in cui ha detto a Kenina che io sono la cugina di Adraste, le allusioni
che fa. Ho paura, Caswyn. Se cercasse di mettere in cattiva luce Celine, raccontando a qualcuno di lei e
Aidan? Magari ai Custodi che curerà alla Miniera. Potrebbe scoppiare una rivolta», ipotizzò Buonia.
«Non pensare al peggio. Kaina non lo farà, non così apertamente. Sa che Aidan sarebbe il primo
a finirci in mezzo, che la punizione maggiore ricadrebbe su di lui. Lo allontanerebbero. Celine la
conosce e sa come tenerla a bada», tentò di calmarla Caswyn.
«E il cugino? Potrebbe appoggiarla in qualche malefatta?», domandò Buonia.
«Lonn mi sembra un bravo ragazzo, è un illusionista molto potente. Onestamente mi sembra
strano che non sia un plasmatore di materia, viste le sue capacità, ma magari ancora deve scoprire
questa qualità aggiuntiva. Credo solo abbia la sfortuna di essere suo cugino, ma non mi sembra come
lei», lo difese Caswyn. «Adesso non pensare a Celine e Kaina, non abbatterti convinta che non ce la
farai, pensa solo che desideri guarire Brian. Solo questo conta. Vedrai che andrà tutto bene», la
rincuorò Caswyn.
Buonia sorrise al marito e si vestì in fretta. Senza nemmeno passare al tavolo della colazione si
diresse in infermeria. Mavi era addormentata sulla sedia di fianco al letto di Brian, occhiaie profonde
risaltavano sul viso pallido. Buonia chiamò una delle guaritrici e le ordinò di preparare un ricostituente
per la ragazza: se avesse dovuto darle cattive notizie voleva almeno fosse in forze.
Il letto di Brian fu spinto in sala operatoria, Buonia non avrebbe rischiato di rimuovere le bende
in un ambiente che non fosse privo di altri batteri. Prese un bisturi e iniziò a tagliare la garza, il cuore le
rimbombava nelle orecchie. il terrore di cosa avrebbe visto la devastava. Se non avesse rischiato di
ferire il guerriero, mentre rimuoveva i lembi della garza, avrebbe tenuto gli occhi chiusi.
Mentre iniziava a sollevare le bende la sua mano prese a tremare per l’orrore. Il male si era
sparso nuovamente. Tutta la pelle ai bordi della ferita era annerita ed emanava un fetore insopportabile
di tessuti morti.
«Dobbiamo asportare immediatamente questi tessuti», disse alla guaritrice al suo fianco.
«Lo abbiamo operato solo ieri, altre pozioni per anestetizzarlo potrebbero fargli male», rispose
la ragazza perplessa.
«Non possiamo lasciargli questi tessuti marci addosso, la febbre salirebbe sempre più e il male
si spargerebbe in fretta», replicò Buonia, che già stava predisponendo gli strumenti necessari.
«Troppi anestetici in un lasso di tempo così breve potrebbero incidere sul suo risveglio», obiettò
un altro guaritore.
«È vero, ma se non asportiamo questa roba non ci sarà nessun risveglio», lo mise a tacere
Buonia.
«Non credo sia un male che è possibile fermare, forse dovremmo lasciarlo riprendere dalla
precedente anestesia in modo che possa salutare i suoi cari», s’inserì la Capo guaritrice del castello
appena entrata in sala.
«Con tutto il rispetto per la vostra anzianità e le vostre capacità, non sono d’accordo. Io sono a
capo dei guaritori della spedizione e il guerriero è sotto la mia tutela, non lascerò nulla d’intentato per
salvarlo», replicò Buonia. Un piglio battagliero si era risvegliato in lei.
«Come credete, ma sappiate che sarà anche vostra la responsabilità della sua morte. Io non
prenderò parte a questo esperimento, me ne vado e invito il mio personale a fare altrettanto. Quando
non c’è più niente da fare per un paziente si cerca di regalargli una morte dignitosa, non si fanno
esperimenti per sete di sapere», disse la donna anziana e con piglio deciso abbandonò la sala operatoria,
sbattendo la porta.
I guaritori presenti si lanciarono occhiate perplesse.
«Mi dispiace, ma sono d’accordo con lei», disse il ragazzo che aveva obiettato prima,
andandosene a sua volta.
Pochi secondi dopo, senza dir nulla, anche le altre due ragazze uscirono dalla sala operatoria.
L’avevano lasciata sola con Brian. La paura di sbagliare era come un guscio gigante che l’avvolgeva.
Teneva in mano la siringa con cui somministrare a Brian l’anestetico, incerta sul da farsi.
“Sarebbe stato meglio lasciarlo riprendere i sensi e dargli la possibilità di salutare Mavi? Se
fosse morto entro qualche giorno senza riprendersi?”.
Buonia lanciava quelle domande nel cosmo, dubbi che però non ricevevano nessuna risposta.
Non esisteva nessuno in grado di darle la soluzione ai suoi dilemmi, solo lei poteva decidere. Spostò lo
sguardo su Brian, il guerriero più grande e muscoloso che avesse mai incontrato sembrava così fragile e
indifeso. Concentrò l'attenzione sul male che stava aggredendo il suo corpo e prese la sua decisione.
Mavi si era risvegliata all’improvviso. Era da sola nella stanza di Brian, il lettino non c’era più,
iniziò ad allarmarsi e si alzò in piedi, raggiungendo la porta in corsa. Per poco non travolse la Capo
guaritrice del Castello, che era venuta a portarle una pozione per aiutarla a riprendersi dalla notte di
veglia.
«Dov’è?», chiese subito, ignorando il bicchiere che le veniva porto.
«Buonia lo sta visitando», rispose la donna, cercando poi di sollecitarla a bere la pozione.
«Perché non lo ha visitato in stanza. Che cosa sta accadendo?», insisté Mavi.
«È in sala operatoria, la ferita è infetta», concesse l’anziana guaritrice.
«Infetta? Com’è possibile?», domandò Mavi turbata.
«La sostanza con cui era cosparsa la lancia si è attaccata ai tessuti e li sta divorando, non si
riesce a fermarla. Ho detto a Buonia di lasciare che si risvegli perché possiate salutarvi, ma lei continua
a inciderlo. Sono spiacente, ma essendo lei a capo dei guaritori della Regina non le posso impedire di
fare nulla», replicò la donna diretta.
Mavi non ci vide più dalla rabbia.
«Brian non morirà», l’aggredì.
«Purtroppo il male non si fermerà, abbiamo già visto questo tipo di ferite. La febbre salirà
sempre più e il male divorerà tutto il corpo. Non c’è molto da fare», fu la secca risposta della donna.
Mavi non riuscì a trattenersi, le mise le mani al collo, sbattendola contro un muro.
«Non dire stronzate, hai capito? Brian ce la farà. Buonia ti è stata a sentire? Ha deciso anche lei
che non vale la pena di curarlo e lo lascerà morire? Dimmelo, vecchia strega!», le sibilava in faccia,
schiacciandola contro il muro.
Qualcuno le afferrò le mani staccandola dall’anziana guaritrice, che cadde a terra tossendo
convulsamente.
«Mavi, sta buona. Per amor del cielo, l’hai quasi uccisa!», riconobbe la voce di Caswyn.
«Questa stronza dice che per Brian non ci sono speranze, che Buonia dovrebbe lasciarlo morire.
È questo che ha deciso di fare tua moglie? Devo saperlo», urlò Mavi, mentre si dibatteva cerando di
liberarsi.
«Dove credi di andare? Vuoi forse piombare in sala operatoria, infettando un ambiente sicuro e
uccidendo Brian? Non penserai davvero Buonia si sia arresa», tenne salda la presa Caswyn.
«E come faccio a saperlo, questa vecchia mi ha appena detto che non ci sono speranze», replicò
Mavi.
«Già, e tu l’hai quasi uccisa. Come facciamo a convincere qualcuno a dirci cosa sta accadendo
se, quanto ti danno qualche informazione, provi ad ammazzarlo?», tentò di farla ragionare Caswyn.
La donna nel frattempo si stava rialzando in piedi.
«Sei una pazza!», esclamò rivolta verso Mavi. «Lo dirò al Sovrintendente», la minacciò.
«Dillo a chi vuoi, vecchia strega, così almeno, quando Brian guarirà, sapranno quanto sei
incompetente!», le urlò contro Mavi di rimando.
Caswyn la strattonò in malo modo.
«Mavi, adesso smettila, tutto questo non ci serve. Vai a sederti lì!», le ordinò.
Mavi tentò di opporsi, ma Caswyn era più forte di lei e la trascinò fino alla sedia sulla quale era
stata tutta la notte, durante la colluttazione la vecchia guaritrice se ne andò.
«Questo non è utile a nessuno. Ti rendi conto che, quando riuscirà a parlare con Alasdair, le
cose peggioreranno? Lui potrebbe anche ordinare di allontanarti dall’infermeria, sbatterti fuori dal
Castello. Se fossi in te, raggiungerei la sala dove sta facendo colazione in questo momento e presenterei
le mie scuse», suggerì Caswyn.
«Non ci penso nemmeno, aspetterò che Brian sia riportato qui», s’impuntò lei.
«Mavi, o farai come ti dico o quella donna chissà cosa s’inventerà se avrà la possibilità di
parlare per prima. Non ti nascondo che Buonia stessa mi ha detto che non esistono cure per quel tipo di
ferita e che dovrà probabilmente inventarsi qualcosa. Gli esperimenti non sono ben visti, come tutto ciò
che è innovazione. È vero che Buonia è Capo guaritrice della spedizione, ma siamo nel Castello di
Alasdair e lui potrebbe proibire che si facciano queste cose tra le sue mura. Ha acconsentito alla
creazione della pozione per i guerrieri che si materializzeranno solo dietro richiesta di Celine e per il
pericolo che incombe, ma non prenderà bene che si sperimenti su un paziente incosciente. Ora andrai a
scusarti e lo farai come si deve, inventa se necessario, ma se ami Brian devi fare in modo che Buonia
abbia piena libertà di azione, altrimenti il suo destino è segnato», chiarì Caswyn, scioccandola.
Mavi fino a un secondo prima non aveva idea che la morte incombesse su Brian in quel modo.
Si sentiva sospesa nel vuoto e rivolse a Caswyn uno sguardo allucinato.
«Ieri non ti abbiamo detto nulla perché Buonia aveva rimosso i tessuti marci, sperava che la
cosa fosse chiusa lì, invece si sono riformati. Mi dispiace. Adesso l’unica cosa che puoi fare per
aiutarlo è quella che ti ho appena suggerito; se non lo farai e Buonia sarà fermata per lui non ci sarà
speranza. Ora non c’è Celine, le decisioni spettano al Sovrintendente», rispose Caswyn.
Mavi si alzò in piedi come un automa. Le gambe la guidavano, ma non le sentiva; l’aria le
sfiorava il volto ma le sembrava di essere in assenza di essa; il suo cuore batteva, ma a vuoto. Percorse
i corridoi del Castello raggiungendo la sala dei banchetti. Non mangiava da un giorno ma non aveva
fame e nemmeno vedere il cibo le fece venire appetito.
Notò la vecchia guaritrice già lì, parlava concitata con Alasdair: Caswyn ci aveva visto giusto.
«Sovrintendenti», palesò la sua presenza Mavi, attirando la loro attenzione.
«Forse vorrai spiegarci ciò che ci sta riferendo lei», rispose Alasdair altero.
«Sono venuta per scusarmi del mio comportamento. Sono innamorata di Brian e lui è in quelle
condizioni poiché si è frapposto tra la lancia e il mio corpo: è stato il mio senso di colpa a farmi agire.
Sono molto spiacente di aver aggredito la vostra Capo guaritrice e di averle riversato addosso un mare
di sciocchezze. Se Brian morirà, sarà solo per aver salvato me», replicò Mavi , manifestando una
contrizione che non provava affatto nei suoi confronti.
«Mi vergogno moltissimo per come vi ho trattato. Volevate solo consigliarmi per il meglio»,
disse rivolta alla vecchia e facendosi forza. Il suo orgoglio poteva ficcarselo anche sotto i piedi: la vita
di Brian era più importante.
«Dunque non è vero che tu stia incitando Buonia a tentare metodi sperimentali sul guerriero?»,
volle sapere Alasdair.
«Buonia sta solo asportando chirurgicamente i tessuti danneggiati, non può fare altro», replicò
Mavi.
«Non preferiresti che si risvegliasse, così da poterlo salutare?», indagò la vecchia.
«Brian si è già sacrificato per salvare me. Se anche esistesse un’infinitesimale possibilità che
asportando i tessuti ciclicamente si salvi, preferisco quello. Non lo farò risvegliare per salutarlo,
assecondando il mio egoismo personale. La sua vita è più importante», spiegò Mavi, tentando di
giocarsi nuovamente la carta del senso di colpa.
«Non si risveglierà più se continuerà a essere sedato, morirà senza poter esprimere la sua
volontà in merito», insisté la vecchia.
Alasdair sembrava perplesso e più propenso a dar credito alla sua guaritrice; la speranza che
permettesse a Buonia di continuare a operare Brian era appesa a un filo.
«Forse sarebbe il caso di contattare Gallaibh e sentire i suoi parenti, magari loro hanno delle
volontà da esprimere», prese tempo il Sovrintendente.
«Brian è un guerriero figlio di guerrieri, tutti i suoi parenti prossimi sono morti poiché ha più di
duecento anni. Non c’è nessuno del suo sangue ancora vivo, io sono quanto di più prossimo a una
parente ha, sono la sua compagna», mentì Mavi.
«Ero convinto altrimenti, non pensavo foste sposati. Tu sei molto giovane...», disse Alasdair.
«Infatti non siamo sposati, stiamo insieme. Lo faremo non appena le spedizioni saranno
concluse: non ci sembrava opportuno sposarci prima di portare a termine il nostro dovere», proseguì
Mavi nella menzogna.
«Se la futura moglie vuole siano asportati i tessuti come ultimo tentativo, non posso impedirlo»,
disse il Sovrintendente rivolto alla vecchia.
«Certo, ma questa pratica va contro i miei principi. Il guerriero dovrebbe essere dolcemente
accompagnato verso la morte e sono contraria all’accanimento. Chiedo, quindi, di essere esonerata
dall’assistere Buonia, e vorrei che anche il mio personale lo fosse», s’impose quella megera.
Mavi avvertì la rabbia montare, ma non poté fare nulla. Se avesse nuovamente aggredito la
guaritrice, avrebbe potuto dire addio a qualsiasi speranza avesse di salvare Brian. Decise di rimanere in
silenzio.
«Non posso obbligare il personale a fare qualcosa che ritiene scorretto, spero voi mi capiate e
che Buonia riesca a gestire la situazione da sola», decise infine Alasdair.
«Certamente, mi permetto solo di proporre che Caswyn, suo marito, abbia la possibilità di farle
da assistente, in caso ce ne sia bisogno», chiese Mavi.
«Non si tratta forse di un illusionista? Non vedo come possa essere d’aiuto a una guaritrice»,
s’intromise la vecchia.
Alasdair le lanciò un’occhiata eloquente.
«Caswyn lavorava come illusionista per i test della scuola di guaritori e pozionisti, ha una
minima formazione sul personale medico e potrebbe aiutare la moglie nelle piccolezze. Un minimo
aiuto è meglio di niente, giacché il vostro personale la lascerà sola», chiarì Mavi.
«D’accordo, acconsento. Tutti i giorni m’informerete sui progressi del paziente e non tenterete
nulla di sperimentale senza il consenso mio e della regina», decise Alasdair.
«Certo, sarò io a informarvi sui progressi», prese congedo Mavi.
La battaglia non era vinta, sapeva che la vecchia strega li avrebbe tenuti d’occhio ed era sicura
che Alasdair avrebbe iniziato a scendere in infermeria sempre più spesso. Tuttavia aveva almeno avuto
il via libera affinché Buonia continuasse a prendersi cura di Brian.
Quando raggiunse la camera in cui era ospitato, aveva il cuore in gola. Lui era lì, di fianco al
letto c'era Buonia ed era stanchissima. Caswyn si alzò dalla sedia appena la vide, per lasciarle il posto
vicino a Brian.
«Com’è andata?», volle sapere.
Mavi spiegò loro le condizioni che era riuscita a ottenere.
«Quanto dicono è vero, è un abominio tentare cure sperimentali su un paziente», replicò in
ansia.
«Buonia, dimmi la verità: Brian morirà?», chiese lei diretta.
Buonia si scambiò uno sguardo con Caswyn e lui si pose alle sue spalle. Mavi già sapeva che le
notizie che avrebbe ricevuto non sarebbero state delle migliori; si strinse le braccia intorno al busto in
un gesto protettivo, ma avrebbe desiderato mettersele sulle orecchie.
«Non potrò asportare pelle all’infinito, a un certo punto dovrò arrendermi. Al di là delle
cicatrici che gli lascerò il corpo non resisterà ancora a lungo, potrò intervenire forse altre quattro volte,
considerata la stazza fisica di Brian. Magari resisterà a una quinta, ma poi dovrò fermarmi o l’anestesia
lo ucciderà», spiegò Buonia onesta.
Mavi fu colta da un brivido, il suo corpo stava reagendo a quella notizia e le impediva di stare
ferma. Le mani tremavano, le gambe anche. Sentì il braccio forte di Caswyn che l’avvolgeva.
«È una reazione da stress, dalle qualcosa», ordinò.
Avvertì la pressione di un ago nel collo e tutto si fece buio.
Martedì 20 marzo
Il tappeto rosso era morbido, il tessuto su cui appoggiava le sue mani paffute di bambino
sembrava coccolarlo. Si divertiva a schiacciare forte il palmo su quella superficie perché quando
sollevava la manina, per pochi secondi, il palmo restava impresso.
Sua madre stava lavando i piatti e canticchiava una canzoncina. Osservava gli ingranaggi del
grande orologio appeso al muro che giravano, i piatti decorati con simpatici animali. Dal tavolo di
legno chiaro sporgeva un lembo della tovaglia, sopra c’era ancora il piatto grande con il dolce, ormai
lo riconosceva. Appena lo vedeva batteva le mani e saltellava sul seggiolone perché sapeva che in quel
piatto c’erano sempre cose buone.
«Mmm», iniziò a fare versetti, indicandolo.
«Aidan, stai buono. Se farai il bravo, quando finirò di rigovernare, forse ci sarà ancora un
pezzo di dolce per te», disse sue madre, soffiandogli un bacio.
Suo padre varcò la soglia come una furia.
«I nemici sono qui, stanno venendo a prenderlo: dobbiamo scappare!», esclamò.
Il piatto che sua madre stava asciugando con tanta cura le cadde dalle mani, frantumandosi in
mille pezzi, poi un’esplosione più forte fece volare via tutto ciò che c’era sul tavolo. Suo padre innalzò
un muro di fiamme lungo il perimetro della stanza, il parquet iniziò a tingersi d’arancione per via del
baluginare del fuoco e il tappeto che tanto amava iniziò a puzzare di bruciato.
Lui urlava e urlava, ma non succedeva nulla, non c’erano braccia pronte ad accoglierlo, non
c’era nessuno capace di fermare ciò che stava accadendo. Suo padre cadde a terra, e anche sua madre
pochi secondi dopo. Nella casa si sentiva solo il crepitare delle fiamme unito alle sue urla. Poi si
aggiunse un altro suono, come un ringhio. Aidan si sporse per cercare di raggiungere sua madre, per
cercare protezione in quell’abbraccio che tanto amava.
Una luce potentissima lo accecò...
Aidan si svegliò di soprassalto: il cuore in gola, gli occhi fuori dalle orbite, il sudore che gli
colava lungo la schiena. Seppe di non aver urlato poiché nessuno apparve inorridito davanti al suo
sacco a pelo. Gli incubi ormai tornavano ogni volta che chiudeva gli occhi, era un film dell’orrore che
si ripeteva continuo, ma la cosa che più lo tormentava era il non rammentare i volti dei suoi genitori.
Quando stramazzavano al suolo davanti ai suoi occhi il loro viso era sfocato, come sempre. Loro erano
morti per lui e lui non ricordava neppure che faccia avessero. Voleva sapere come continuava il sogno,
forse era per quello che ormai non passava notte senza che si ripetesse, ma quella maledetta luce bianca
cancellava sempre tutto e lui si svegliava.
Guardò l’orologio: erano le tre del mattino, mancava un’ora all’inizio del suo turno di guardia,
ma non aveva voglia di restare a letto, tanto non avrebbe ripreso sonno. Lì, nel buio totale della
Miniera, avrebbe rivisto baluginare il fuoco e le fiamme divorare il parquet. Avrebbe dato qualsiasi
cosa per poter attraversare il corridoio ed entrare nella stanza di Celine, voleva parlarle, raccontarle
cosa sognava. Aveva bisogno di sentire cosa ne pensasse. Il senso di colpa per la morte dei suoi non lo
abbandonava un secondo, nemmeno dopo tutti quegli anni era riuscito a farsene una ragione.
Decise di uscire a tenere compagnia a Murch, sapeva che c’era lui di guardia. L’aria fredda
della notte gli avrebbe fatto bene. Quando aprì il portone, però, si rese conto di non aver avuto una
buona idea. Vide Kenina schizzare lontano da Murch e si accorse di aver interrotto qualcosa. Aveva
notato, durante i vari spostamenti, che lei gli era sempre vicino e che l’amico ne sembrava felice, ma
non avrebbe mai pensato ci fosse qualcosa tra loro. Solo un mese prima Murchadh non faceva che
scrivere lettere su lettere ad Adraste, e non era certo il tipo da saltare da una ragazza all’altra. Tuttavia
Aidan non si sentiva in diritto di giudicare nessuno, considerando il suo passato sarebbe stato un vero
ipocrita se lo avesse fatto.
«Ti prego, ho sbagliato, non dire niente a Erskine», si giustificò immediatamente Murch
alzandosi in piedi.
«Non lo farei mai, non credo che un bacio sotto le stelle possa uccidere qualcuno. E anche se
fosse, eravate chiusi fuori: sareste morti solo voi», scherzò Aidan.
«Non metterei mai in pericolo altre persone, la Miniera da fuori non si apre per chi non ne ha il
diritto», disse Kenina.
«È quanto ho appena detto. Vi chiedo scusa, torno dentro», cercò di defilarsi Aidan.
«No, aspetta. Resta, hai una faccia terribile», lo invitò Kenina con una sincera preoccupazione
sul volto.
«Che dire... Sono abituato a ricevere complimenti ben diversi dalle signore», la buttò
sull’umorismo per cercare di evitare domande.
Murch, però, non era stupido e gli rivolse un’occhiata penetrante.
«Problemi a dormire?», chiese.
«Già, come ben sai io non sono molto avvezzo all’immobilità: sapere di dover stare qui
confinati probabilmente rende il mio sonno inquieto», tagliò corto lui.
Stava cercando un’altra scusa per andarsene, quando il pesante portone della Miniera si aprì di
nuovo: Kaina. Quella nottata non poteva che peggiorare.
«Ti ho sentito alzarti e sono venuta a vedere come stavi, se hai bisogno di qualche pozione per
dormire posso aiutarti», si offrì.
«No, grazie. Tra poco meno di un’ora inizierà il mio turno, ho deciso che rimarrò sveglio»,
rispose il più cortesemente possibile.
«Allora resterò a farti compagnia. Magari posso darti qualche consiglio su come rilassarti...»,
propose lei.
«Kaina, sei una guaritrice e non ti spettano turni di guardia. Non stiamo qui fuori a bivaccare. Io
sono uscito per non fare rumore dentro, giacché ero sveglio, non per venire a fare una chiacchierata con
Murch e Kenina», replicò lui. Iniziava a stancarsi della sua insistenza.
«Non c’è problema. Anzi poiché ancora non tocca a te, se vuoi approfittarne per parlarle dei
tuoi problemi e farti preparare qualcosa fa pure. Io e Murch resteremo qui fino alla fine del turno»,
intervenne ingenuamente Kenina.
Purtroppo non poteva sapere quanto lui aborrisse la compagnia di Kaina e gli toccò fare buon
viso a cattivo gioco.
«Facciamo due passi», disse rivolto alla strega. Non che desiderasse stare da solo con lei, ma
temeva che dalla sua bocca uscisse qualcosa d’inopportuno davanti alla figlia dei Sovrintendenti.
«Che cosa vuoi, Kaina?», domandò seccato, quando furono fuori dalla portata di orecchie altrui.
«Stare un po’ con te, che domande!», rispose lei, abbracciandolo. «Vedo come stai male, vorrei
avere più tempo per aiutarti, ma di giorno siamo sempre impegnate con Celine e i Custodi che
guarisce».
Aidan se la scrollò di dosso in malo modo.
«Non toccarmi, Kaina. Sai che non mi piace», la fulminò con lo sguardo.
«Fino a poco fa non era così però...».
«Be', non è più così da un po’, fattene una ragione. Non ti avvicinare a me, non pensarmi, non
cercarmi e, soprattutto, non fingere di volermi somministrare pozioni o simili. So benissimo cosa vuoi
da me e non lo avrai mai più», mise in chiaro.
«È per lei, vero? È colpa sua se stai così male? Che cosa ti ha fatto, Aidan? Come ha potuto
quell’insulsa ragazzina cambiarti così e ridurti in questo stato. Da un paio di giorni sembri più morto
che vivo. Quello che provi per lei ti sta distruggendo, perché lo sai che non puoi averla, non è così?»,
sibilò lei arrabbiata.
«Stai molto attenta a come parli di Celine e a chi dici queste cose, mi hai capito bene? Se ti
sento dire qualcosa del genere a qualcuno, anche solo alludere a lei nei tuoi soliti modi malevoli, saprò
come ricompensarti. E lo stesso vale per mio cugino. Non credere di essere al sicuro dietro di lui, non
mi interessa che sia un membro del Consiglio, né che sia mio parente. Se tenterete di farle del male, io
vi distruggerò», la minacciò lui.
«Come può qualcuno che sai già ti ferirà profondamente essere chi più ami al mondo?»
«Io non amo ciò che potrebbe darmi, non auspico la felicità che deriverebbe dal suo amore, amo
lei e basta. Non cerco qualcosa per me stesso, la sua felicità sarà la mia, qualsiasi sia la strada che
sceglierà di percorrere», rispose, dicendole la verità.
Lacrime di rabbia iniziarono a scendere dagli occhi di Kaina, era quasi certo che da un
momento all’altro le si sarebbe scagliata contro.
«Scusate», sbucò da dietro un angolo Aengus. «Mi sono alzato in anticipo e, giacché Murch e
Kenina mi hanno detto che eri già in piedi anche tu, ho proposto loro di dargli il cambio anzitempo».
«Certo», colse la palla al balzo immediatamente. «Kaina stava giusto andando a dormire»,
aggiunse, voltandole poi le spalle.
Una spallata quasi lo buttò per terra. Kaina li superò, correndo come una furia verso l’ingresso
della Miniera. Aidan si disse che era ovvio: di certo non si sarebbe risparmiata una sceneggiata davanti
a Murch e Kenina. Quando li raggiunsero anche loro, notò la strana occhiata che gli lanciò la ragazza.
«Ti ho salvato», lo prese in giro Aengus, quando rimasero soli.
«Puoi dirlo forte, ero già giunto al limite della sopportazione», replicò lui.
«Ne sono certo, ti ho udito. Non mi sarei mai aspettato di sentirti dire la verità», osservò stupito.
«Non le ho certo detto che anche Celine mi ama o che sto con lei. Per quanto riguarda la nostra
legge non è un reato che io sia innamorato di lei e neppure le condizioni alle quali lo sono», si mise
sulla difensiva.
«Non intendevo questo, solo non mi aspettavo che glielo dicessi».
«Kaina non sa cosa sia l’amore, conosce solo la cattiveria e i mezzucci. Se mi amasse come
dice non si comporterebbe così. Volevo solo darle una dimostrazione», spiegò lui.
«Penso che tu ci sia riuscito. Aveva una faccia orribile».
«Già, sono stato uno stupido, spero che non si vendichi con Celine», s’incupì Aidan.
«Come potrebbe? C’è sempre Bhirginia vicino a lei. Devo dire che sono stupito Celine non
abbia avuto bisogno di pozioni», osservò Aengus.
«Sono riuscito raramente a scambiare qualche chiacchiera mentale con lei. Si sta limitando e la
cosa mi rende più sereno. Purtroppo siamo rinchiusi, nessuno ha molto da fare, tutti osservano le sue
guarigioni e tentano di aiutare i Custodi guariti. Celine teme di sentirsi male, sa che adesso non potrei
aiutarla, almeno non tempestivamente; preferisce curarne pochi per volta e fare le cose con calma. Il
popolo al villaggio ha risposto bene al problema», chiarì Aidan.
«Immaginavo. Ho anche temuto che qualcuno le chiedesse di usare il Potere della Luce per
controllare il territorio e vedere se ci siano altri nemici».
«Erskine non lo farebbe mai, anche se Celine ha dimostrato di saper controllare l’energia
temono tutti che usi i poteri da sola. Il fatto che Lonn abbia settato i sistemi di sorveglianza per
verificare minacce interne risolve tutto: se ci fosse qualcuno i sistemi lo direbbero», rispose Aidan
tranquillo. Almeno su quel punto non aveva dubbi: se anche Kaina avesse fatto qualche uscita infelice
spronando Celine a verificare il territorio, Erskine l’avrebbe rimessa al suo posto.
«Pensavo guarisse subito tutti i bambini, invece ho visto che ha agito con ingegno: mi stupisce
sempre vista la sua giovane età», proseguì Aengus.
«Celine non vedeva l’ora di eliminare la corruzione da tutti i piccoli, ma poi ha pensato che, una
volta tornati indietro, sarebbero stati terrorizzati in compagnia di sconosciuti. Si è fatta aiutare da
Kenina a identificare le famiglie e sta facendo in modo che per ogni bambino curato ci sia almeno un
parente in grado di rassicurarlo», rispose Aidan.
«Tu, però, non mi sembri sereno. Che cosa ti turba?», indagò l’amico.
«I miei genitori, Aengus. Non ricordo le loro facce e tutte le notti faccio quel maledetto incubo.
Vorrei ricordare l’espressione di mia madre, il modo in cui mi guardava, invece rammento solamente
come sono morti. E so che è stato per me!», esclamò, dando un pugno nella sabbia.
«Non puoi sapere se sono ricordi, Aidan. Forse è solo qualcosa che ha elaborato la tua mente,
forse stai solo cercando di punirti per avvenimenti di cui non hai colpa...»
«Se ci fosse almeno una loro foto, qualcosa... Ti prego, Aengus. Hai sempre rispettato la
volontà dei genitori di Mavi e non mi hai mai parlato di casa mia, ma puoi almeno dirmi qualcosa della
cucina? Rammenti com’era fatta?», insisté Aidan.
«Sei mai tornato lì, Aidan?», rispose Aengus con un’altra domanda.
«No. Da piccolo ne avevo paura e sapevo che Kenner e Lioslaith ne sarebbero stati feriti. Non
avrei avuto il coraggio di mentirgli. Dopo c’è stato l’assegnamento alla Divisione di Venezia e adesso
temo di non averne il coraggio, di nuovo», ammise sincero.
«Forse dovresti, forse vedere quella casa, sebbene sia ormai uno scheletro distrutto dalle
fiamme, ti aiuterà a far pace con il passato. Non ti dirò com’era la cucina di casa tua, sono passati
troppi anni e ho ascoltato talmente tante volte il racconto del tuo incubo che, forse, finirei per
raccontarti ciò che mi hai narrato tu», suggerì Aengus.
«Fedele per sempre, vero?», domandò Aidan.
«No, non avrei mancato di rispetto a una promessa fatta a Kenner e Lioslaith. Quando ti hanno
mandato alla Divisione di Venezia eri poco più che un ragazzino e loro erano in pena per te, adesso è
diverso, però temo davvero di dirti qualcosa di sbagliato. Lo sai, ti ho sempre parlato di tuo padre per
quanto possibile, gli volevo molto bene, ma com’era casa tua quando loro sono morti è qualcosa che
non rammento chiaramente. Io vivevo a Venezia allora, i tuoi erano nella Capitale. Forse devi andarci:
è giunto il momento che tu faccia pace con i tuoi fantasmi».
«Penso di sì, hai ragione», ammise Aidan per poi piombare nel silenzio.
Sapeva che questa volta, appena tornato a Gallaibh, ci sarebbe andato. E non da solo. Appena
avessero avuto tempo per parlare lo avrebbe raccontato a Celine: non riusciva più a tenersi per sé il
peso di quegli incubi. Sapeva che, varcando le soglie incenerite di quella casa sarebbe stato male, ma
senza lei vicino non sarebbe stato sopportabile. Era l’unica in grado di dargli conforto e l’unica con cui
non avrebbe avuto paura di dimostrare la sua sofferenza.
Non aveva neppure idea di quanto fosse rimasto in piedi. Non si era mai avvicinato, anche se il
terreno era suo. Nessuno aveva mai toccato nulla da quella maledetta notte. I genitori di Mavi, perché
non crescesse davanti alla casa in cui erano morti i suoi, lo avevano portato a vivere nella villetta al
capo opposto della Capitale, e lui non ci era mai tornato.
Ma lo avrebbe fatto.
Lo doveva a se stesso.
Mercoledì 21 marzo
Buonia era stremata, non tanto per la stanchezza fisica, quanto mentale. Aveva appena
terminato di creare la pozione per rinvigorire i Custodi dopo la materializzazione. In breve sarebbe
andata ad annunciarlo al Sovrintendente e avrebbero fatto una prova.
Il suo malessere non era però dovuto a quella fatica, ma al disagio che le procurava la
condizione di Brian. Erano passati tre giorni e lo aveva rioperato altre tre volte, il giorno seguente
sarebbe stata la quinta, sapeva già che non sarebbe sopravvissuto. Il suo petto ormai era quasi
completamente abraso. Se fosse rimasto in vita, le cicatrici sarebbero state orrende, ma asportare i
tessuti Corrotti faceva scendere la febbre e le dava tempo per tentare altre cure. Aveva provato i
medicamenti più disparati, miscelando varie pozioni insieme e sperando che i diversi ingredienti
congiunti dessero un risultato diverso. Ma non sembrava funzionare niente.
Mavi era talmente stremata dal dolore che non parlava quasi più. Ogni giorno le ripeteva la
stessa cosa: “Prova”, poi non diceva altro e non mangiava. Era sempre stata esile e minuta, ma ora
sembrava quasi un morto che camminava. Caswyn aveva tentato in tutti i modi di convincerla a
mangiare qualcosa, ma purtroppo l’unica cosa che ingeriva era del tè.
Fissava le provette ordinatamente impilate maledicendole: antidoti su antidoti che non erano
serviti a niente. Se il giorno dopo avesse nuovamente inciso Brian, probabilmente l’anestesia sarebbe
stata fatale; se non l’avesse fatto, il male si sarebbe propagato uccidendolo comunque. Il suo cuore era
sempre più flebile, il viso iniziava a essere smunto, il colorito era già quello di un cadavere e la febbre
altissima lo consumava.
In un impeto di rabbia diede una manata a tutto ciò che c’era sul bancone. Le pozioni che aveva
miscelato per tentare di trovare una cura per Brian si schiantarono a terra, rompendosi in mille pezzi e
creando pozze colorate sul pavimento. Si prese il viso tra le mani, pentendosi immediatamente di
quanto aveva fatto. Doveva mettere a posto e rapidamente perché se fosse entrato qualcuno avrebbe
dovuto dare spiegazioni su quel disastro. Era già sotto stretta sorveglianza, non poteva destare altri
sospetti. Era stata una vera stupida. Avrebbe perso tempo prezioso a ripulire anziché continuare a
lavorare a qualcosa per Brian.
Si chinò con l’intento di asciugare il disastro quando il suo sguardo si posò su un contenitore
messo da parte sotto la credenza. Era la scatola in cui erano custoditi alcuni campioni della soluzione
che avevano usato per purificare l’acqua dei fiumi. Un’idea iniziò a balenarle in mente: era folle, lo
sapeva. Quella soluzione era stata studiata per epurare i fiumi dalle sostanze malefiche del nemico, ma
era anche vero che conteneva il sangue più puro della stirpe, quello di Celine, lo stesso sangue che
aveva quasi resuscitato Mavi.
Buonia soppesò il suo ruolo di guaritrice. La promessa di attenersi sempre al protocollo, il
giuramento sul suo codice morale e tutto il resto le parvero senza senso in quel momento. Davanti
all’imminente morte di Brian, non poteva pensare solo a se stessa. Dimentica del disastro che aveva
fatto sul pavimento, afferrò una delle provette contenuta nella scatola; il suo cervello lavorava febbrile.
Prese diverse pozioni che aveva già usato insieme: una per rallentare l’avvelenamento, una per
combattere la febbre e un’altra che serviva a distruggere le tossine. Con un misurino prelevò quantità
uguali di ognuna e le miscelò insieme. A quel punto afferrò il siero per purificare i fiumi. Si stava
giocando tutto.
Ci pensò ancora un istante, poi prese un misurino e ne prelevò una goccia. Le sostanze presero a
ribollire e produrre schiuma, poi si fermarono e la pozione assunse un colore completamente
trasparente. Buonia la prelevò e riempì una provetta. La pozione rigenerante per la materializzazione
avrebbe atteso ancora un po’. Si diresse decisa verso la stanza di Brian e, quando aprì la porta, sperò di
non essere arrivata troppo tardi. Mavi piangeva silenziosamente, mentre stringeva tra le sue la mano
inerme di Brian. Quando la vide, il suo sguardo si accese.
«Ho fatto un tentativo, Mavi. Sarò sincera: ho inventato. In questi giorni ho provato qualsiasi
rimedio mai creato, ma non è servito a niente. Se domani lo inciderò di nuovo, morirà; se non lo farò,
lo consumeranno la febbre e l’infezione. Credo che questa sia la nostra ultima speranza», disse, tirando
fuori dalla tasca la provetta.
«Che cosa c’è lì dentro?», domandò Mavi.
«Il sangue di Celine. È parte della soluzione usata per sanare l’avvelenamento dei fiumi unita ad
altri principi curativi. Lo stesso sangue che ha salvato anche la tua vita. Sarò sincera: ciò che ti sto
proponendo non è etico, né tantomeno mi sarebbe concesso. È un esperimento in tutto e per tutto.
Potrebbe anche ucciderlo», replicò Buonia senza omettere nulla.
«Credi che funzionerà?», volle sapere Mavi.
«Non ne ho idea, ma se non funziona questo non saprei cos’altro fare. Brian morirà comunque».
«Fallo, provaci», la incoraggiò Mavi.
«D’accordo. Esci. Rimuoverò le bende e proverò a cospargere i tessuti marci con questa
pozione», acconsentì Buonia.
«Voglio restare, se dovesse morire voglio esserci», mise in chiaro Mavi, rifiutandosi di lasciare
la stanza.
«Potrebbe essere uno spettacolo poco piacevole da vedere, sotto le bende la pelle è
completamente abrasa e il tessuto in necrosi è sicuramente ricresciuto da stamattina», chiarì Buonia.
«È l’uomo che amo, se si salverà dovrò abituarmi a quanto sta sotto quelle bende, inoltre sono
abituata a vedere ferite».
Buonia assentì impercettibilmente, poi prese un bisturi e iniziò a tagliare le garze che
ricoprivano la ferita di Brian. La situazione era peggiore di quanto avesse immaginato: l’infezione era
diventata ancora più aggressiva. Colse l’orrore nello sguardo di Mavi, che cadde seduta sulla sedia.
Svitò il tappo della provetta e ne rovesciò un’abbondante quantità su una garza sterile poi, armandosi di
coraggio, iniziò a tamponarci i tessuti Corrotti. La ferita iniziò a schiumare, Brian iniziò a tremare e
Buonia fu certa di aver commesso un terribile errore. Il tremito divenne sempre più forte. Buonia era
attonita, non sapeva cosa fare, poi sulla ferita si levò una flebile aura luminosa, era come un gas che
saliva dalla schiuma che continuava a frizzare. Sotto i suoi occhi increduli, i tessuti neri e marci
stavano guarendo e tornando al loro stato originale.
Si affrettò a cospargere anche il resto della ferita con la soluzione che aveva preparato. Quando
terminò, era ancora scioccata. Tamponò la ferita con un estratto di rosa mosqueta, per favorirne la
cicatrizzazione, e riposizionò le bende.
«Adesso?», domandò Mavi ancora stordita.
«Ora possiamo solo aspettare e scoprire se davvero ha funzionato. Resta vigile e se dovesse
iniziare a lamentarsi corri a chiamarmi. Vado a presentare ai Sovrintendenti la pozione che mi ha
ordinato di creare Celine; dopo tornerò a ricontrollarlo, visto che per essere certi che l’infezione si sia
fermata basterà un’ora», replicò Buonia ancora scossa.
Mentre andava a prendere la pozione per la materializzazione, Buonia cercò di calmarsi. Non
poteva presentarsi ad Alasdair in quello stato.
Recuperato il controllo delle sue emozioni, si recò nella sala dov’era attesa.
Mavi era tesa e preoccupata, ogni volta che sentiva un rumore di passi avvertiva il battito del
cuore in gola. Non sapeva quanto tempo fosse passato da quando Buonia se n’era andata, ma le era
chiaro che quando fosse tornata avrebbe saputo se la pozione aveva davvero funzionato. La
temperatura corporea di Brian era calata, aveva smesso di sudare e il suo viso era più fresco, ma ancora
non riusciva a illudersi che il peggio fosse passato. Non smetteva di vedersi davanti agli occhi le
orribili ferite che aveva e tutta quella sostanza nera che cresceva sopra. Continuava a domandarsi se
davvero avrebbe avuto un’altra possibilità, se Brian si sarebbe risvegliato e lei avrebbe avuto modo di
parlargli ancora, di accettare quell’amore che si era impuntata a rifiutare per orgoglio.
Quando la porta si aprì, ci mancò poco che non saltasse dalla sedia vista la tensione che
animava il suo corpo. Buonia era con Caswyn.
«Il test della pozione per la materializzazione è andato bene, il Sovrintendente era molto
soddisfatto e credo che per stasera saremo tranquilli. Ora sono libera di controllare la ferita», disse
Buonia.
Mavi annuì e basta, non ce la faceva a parlare. Vide Buonia iniziare ad armeggiare con le
bende, avrebbe voluto tapparsi gli occhi e non guardare: se i tessuti fossero stati di nuovo neri, per
Brian non ci sarebbe stato più niente da fare. Buonia stava per sollevare l’ultimo lembo di bende e nella
stanza non si avvertiva alcun suono, sembrava che anche lei stesse trattenendo il respiro.
«Buonia, è fantastico. non c’è più niente, la ferita è sana», esultò Caswyn.
Mavi sentì il suo cuore riprendere a battere e le lacrime le bagnarono il viso. Piangeva come una
bambina, ma non se ne vergognò perché erano lacrime di gioia. Si alzò in piedi e strinse Buonia a sé,
affondandole il volto nella spalla. Lei ricambiò il suo abbraccio, massaggiandole la schiena.
«Adesso mi starai a sentire e mangerai qualcosa», fu la prima cosa che le disse.
«D’accordo, ma non voglio muovermi di qui. Sai, magari potrebbe svegliarsi...», abbozzò
Mavi.
«Ti porteremo qualcosa dopo cena, ma non credo si sveglierà tanto in fretta. Capisco che tu non
voglia allontanarti», le sorrise Buonia.
«Le ferite guariranno del tutto?», domandò Mavi incerta.
«La pelle crescerà e si riformerà, ma le abrasioni resteranno. Ho fatto il possibile per raschiare
via solo i tessuti marci, intaccando meno epidermide possibile, ma ho asportato tanto. Non tornerà
come prima, mi dispiace», chiarì Buonia.
«Non preoccuparti, hai fatto ciò che andava fatto. Siamo guerrieri, le cicatrici fanno parte delle
nostre vite», la tranquillizzò Mavi.
Quando rimase sola con Brian, non poté fare a meno di chiedersi come l’avrebbe presa lui
quando si fosse visto. Mavi si domandò se avrebbe accettato che il suo fisico, che tanto curava, sarebbe
rimasto deturpato per sempre. Un altro mattoncino che si andava a sommare agli altri, dopotutto era
solo colpa sua se era in quelle condizioni.
Lunedì 26 marzo
I giorni scorrevano uno uguale all’altro alla Miniera, ma Celine era felice perchè stava salvando
la sua gente. Molto lentamente tutti i Custodi vittime della corruzione stavano guarendo e, per fortuna, i
bambini erano ormai tutti stati salvati dal male. Erano gli occhi dei loro genitori a turbarla: in quegli
sguardi leggeva il terrore, la paura di chi aveva visto infrangersi ogni certezza.
Era accaduto poco prima dell’alba, la gente era ancora nel proprio letto, poi erano iniziati i
bagliori e le urla. Tutti raccontavano di aver notato un guerriero Ombra ben diverso dai soliti, con
poteri mai visti: era stato lui a mutarli, ma i bambini per primi, davanti alle urla strazianti delle madri.
Non c’era nessun dubbio fosse stato Urchaid, ma la domanda era come avesse fatto a entrare nel
Regno, e soprattutto dove fosse finito. Celine non comprendeva come mai lui, che aveva tanto insistito
affinché gli consentisse di passare, avesse avuto la possibilità di camminare liberamente su quella terra
e se ne fosse andato. Il quadro generale era confuso e privo di senso, non si spiegava i motivi del
nemico e questo la turbava ancor più che non sapere come avesse fatto a palesarsi lì.
Le sembrava che la testa le stesse scoppiando, quella giornata era stata particolarmente dura.
Inizialmente non aveva guarito più di tre persone al giorno, poi era passata a cinque ma per precauzione
beveva il tonico rinvigorente prima e dopo ogni guarigione. Fino a quel momento non era mai svenuta,
ma ci era andata molto vicino. Quel mattino, dopo aver preso la pozione e portato a compimento le
guarigioni, aveva raggiunto Erskine. Il Maestro le aveva chiesto come stesse e naturalmente lei non
aveva fatto riferimento alla sua stanchezza devastante, così lui le aveva proposto di tentare un contatto.
Kenina l’aveva guidata nelle profondità della Miniera e la grande sala di tormalina era stata una vista
spettacolare.
Tutti i muri rilucevano delle varie sfumature che la pietra possedeva; in mezzo a due colonne
nere magistralmente scolpite c’era una statua dello Spirito del Fuoco rossa e arancione, sembrava fatta
di fiamme in movimento. La statua le sembrò fissarla con disapprovazione, ma si disse che si trattava
solo della sua fantasia. Una statua era pur sempre una statua. Abbandonando la soggezione, si era
inginocchiata ai suoi piedi tentando disperatamente d’invocare le attenzioni degli Spiriti, ma nessuno le
aveva risposto. Con l’ansia che le divorava il cuore, aveva finto di essere in raccoglimento per
inventare qualcosa da dire: il cervello fuso dalla fatica, le energie andate per via delle guarigioni e la
coscienza che le rimordeva sempre di più. Tutti non facevano che lodare le capacità con le quali
assolveva al suo incarico, ma quelle menzogne erano forse la prova più lampante della sua immaturità.
Si era alzata malferma sulle gambe, la testa che pulsava furiosamente.
«L’arco non è stato forgiato qui. Ho potuto ammirare l’ingegno della nostra stirpe, quanta fatica
sia costata scavare questi tunnel, quale perseveranza abbia influito sui risultati dei Custodi che qui
risiedono. Ma non è questo il luogo di forgiatura dell’Arco, anzi la perseveranza della quale
risplendono queste sale è un invito a fare altrettanto con la nostra ricerca», aveva mentito Celine.
«Celine, stai bene?», aveva chiesto Kenina, che forse aveva colto più di Erskine la sua
espressione dolente.
«Sono solo un po’ stanca, andrò a riposare prima di cena», aveva risposto lei.
Aveva preferito la reale stanchezza fisica allo svenimento, ma le sue forze erano state
letteralmente prosciugate quel giorno. Se avesse provato a materializzarsi, quasi certamente, sarebbe
arrivata svenuta o sarebbe finita chissà dove. Le serviva Aidan, ma non esisteva possibilità di stare con
lui. Kaina, con la scusa di aiutare Bhirginia e supplire Buonia, le ronzava costantemente intorno, come
una mamma chioccia preoccupata. Le sue attenzioni le davano il voltastomaco, anche perché sapeva
quanto fossero finte e frutto di emulazione. Se avesse potuto l’avrebbe avvelenata, per poi esibirsi in
pianti davanti alla sua bara.
La porta si socchiuse leggermente e, nell’oscurità della sua stanza, entrò il sole. Aidan era lì, in
piedi, e la osservava preoccupato, come d’altra parte stava sicuramente facendo lei con lui. Non sapeva
cosa gli stesse accadendo, appariva smunto e sembrava non dormisse da dieci anni. Aveva provato a
domandargli cosa avesse, ma lui le aveva detto che le avrebbe spiegato quando ci sarebbe stata
occasione di stare soli.
“Come stai?”, le chiese mentalmente.
“Ho bisogno di te, oggi sono davvero stanca”, rispose sincera.
“Sono venuto apposta”, replicò lui, infilandosi svelto nella stanza e richiudendo la porta.
Celine si mise a sedere sul sacco a pelo. Le loro labbra s’incontrarono con naturalezza, quasi
non fosse un rito segreto il loro stare insieme, come se il bisogno che quel puzzle perfetto si unisse
fosse più forte di qualsiasi precauzione.
«Abbiamo poco tempo», disse lui, prendendole le mani.
Celine avvertì nell’immediato quella scossa calda e vitale che solo lui le sapeva dare, e dalle
loro mani congiunte si levò un’intesa luce bianca.
«Come hai fatto a venire da me senza farti notare da nessuno?», volle sapere.
«Sono tutti in fermento, tra poco ti verranno a chiamare; Kenina era di guardia fuori dalla porta
quando è arrivato un superstite, uno sfuggito all’attacco. Bhirginia stava riposando, quindi hanno
chiamato Kaina perché andasse a prestargli le prime cure. Volevano venire subito da te, ma Erskine ha
ordinato di farti risposare un po’ prima e che fosse curato», spiegò Aidan.
«Tu che cos’hai? Ti prego, dimmelo», lo implorò Celine.
«Appena potremo, te ne parlerò con calma. È una cosa difficile», continuò a tergiversare lui.
Celine gli prese il viso tra le mani terrorizzata, temeva che lui volesse porre fine al loro stare
insieme. Era un mostro. Si era tormentata allo sfinimento sulle parole che le aveva rivolto lo Spirito del
Fuoco, si era chiesta quanto male avrebbe potuto fare ad Aidan in futuro il loro rapporto, ma ora che
sospettava lui avesse nuovamente cambiato idea si sentiva precipitare in caduta libera.
Lui colse la paura nel suo sguardo e la strinse a sé.
«Fidati di me Celine, non ti lascerò mai. Ormai i miei principi sono andati, avrei dovuto
continuare a dirti no», la rassicurò baciandola. «Stai meglio?», chiese poi.
«Sì», sussurrò lei, poggiandogli il viso nell’incavo, tra la spalla e il collo.
L’odore di Aidan era il più buono del mondo, la faceva sentire a casa, proprio nel posto in cui
avrebbe dovuto essere.
Urla agghiaccianti turbarono quel momento magnifico.
Aidan schizzò in piedi come una molla.
«Resta qui, vado a vedere cosa succede!», esclamò e senza darle il tempo di dire alcunché volò
fuori dalla porta.
Celine afferrò gli stivali e iniziò ad armeggiare rapida con le stringhe: voleva andare a vedere
anche lei, era certa che non vi fosse nessun pericolo. Se fosse stata opera dei nemici, Erskine sarebbe
già stato lì con lei. Stava per aprire la porta, quando Ermer piombò nella stanza.
«Celine, devi venire subito», disse, la voce che non prometteva nulla di buono.
«Di che cosa si tratta?», la interrogò, mentre camminavano per i corridoi di pietra nera.
«Un Custode era riuscito a sfuggire all’attacco dell’altro giorno, voleva raccontarci cosa aveva
visto. Kaina lo stava curando, ma a un certo punto è impazzito e ha tentato di strangolarla. Lei si è
difesa afferrando una pietra per tentare di tramortirlo, ma il colpo gli è stato fatale», rispose Ermer.
«È terribile!», esclamò Celine scioccata.
Il suo cervello già lavorava febbrile, si chiese cosa avesse potuto dire Kaina per spingere uno
sconosciuto a tentare di strangolarla pochi secondi dopo averla incontrata. Si sgridò per aver fatto un
pensiero del genere e si dispiacque per quella vita ormai persa.
«Sappiamo che cosa aveva da riferire?», domandò a Ermer.
«Voleva parlare con te, ma ha detto qualcosa a Kenina. Potrai chiederglielo dopo perché ha
avuto un malore alla vista del Custode morto: lo conosceva bene», spiegò Ermer.
Quando Celine arrivò nella stanza dov’era accaduto il fattaccio, trovò Kaina in lacrime.
Avrebbe dovuto sforzarsi di esprimere qualche parola di conforto, ma proprio non ce la fece. Si
avvicinò al Custode morto. Una pozza di sangue si era formata dietro la sua testa, lì vicino giaceva
abbandonata una pietra.
«Come sono andate le cose? La sua espressione mi sembra normale, non mi pare un corrotto.
Perché ti ha aggredito?», chiese Celine rivolta a Kaina.
«Non lo so, mi sono avvicinata per medicarlo e a un tratto mi è saltato addosso afferrandomi il
collo. Ho provato a liberarmi, ma le sue mani sembravano d’acciaio, aveva una strana espressione negli
occhi: sono stata obbligata a colpirlo o mi avrebbe ucciso», rispose Kaina singhiozzando, mentre si
accarezzava i lividi sul collo.
«Forse era come Acheflow: il nemico deve averlo irretito, ma senza tramutarlo in Corrotto»,
ipotizzò Erskine.
Celine si avvicinò al cadavere e gli controllò le mani.
«È possibile. Non porta l’anello», disse pensierosa.« Non mi spiego, però, come mai non abbia
aspettato di aggredire me», aggiunse poi.
«Lo sanno tutti che Urchaid è innamorato di te, non ti farebbe mai del male, ti vuole viva. Forse
voleva solo fargli uccidere qualche guaritrice per farti avere meno supporto», sputò Kaina che
nonostante il turbamento non era a corto di parole.
Celine si limitò a fulminarla con un’occhiataccia.
«Vado da Kenina», disse, lasciando la stanza.
Quando raggiunse la ragazza, incontrò Bhirginia che le aveva appena dato una pozione.
«È stato solo un crollo emotivo, sta bene», la tranquillizzò.
Kenina, non appena la vide, si mise subito seduta.
«Non affaticarti, se preferisci stare sdraiata non è un problema», disse Celine, sedendosi per
terra accanto al sacco a pelo.
«Sto meglio, davvero», replicò lei.
«Volevo chiederti cosa ti ha detto quel ragazzo. Mi dispiace che sia morto, so che lo
conoscevi», indagò Celine, cercando di essere il più delicata possibile.
«Si chiamava Camdyn, era un ragazzo molto sveglio e capace, abbiamo studiato insieme da
ragazzini. Lui desiderava diventare un tessitore, ma ha scelto la strada dell’artigiano facendo contento il
padre. Alcuni abiti me li aveva fatti lui. I suoi genitori ancora non li hai curati. Non riconoscendolo tra
le vittime dell’attacco, avevo sperato che per qualche motivo fosse al Castello», iniziò Kenina, nuove
lacrime le bagnarono il viso. «Quando l’ho visto arrivare dal nulla sono stata felicissima: era normale,
ci siamo abbracciati e mi ha chiesto di parlare con te», proseguì.
«Non ti ha detto altro?», indagò Celine.
«Mi ha riferito che era andato ad ammirare l’alba sulla Duna dei Venti, era accovacciato dietro
una sporgenza su cui gli piaceva appoggiarsi. A un tratto ha visto apparire quell’essere, Urchaid, ma
non era solo, c’era anche un’altra persona con lui. Non mi ha voluto dire chi, ha insistito che ne
avrebbe prima discusso con te. Ha soltanto parlato di grave tradimento, spiegandomi che era uno di noi.
Ho lasciato la stanza per mandarti a chiamare e nel frattempo ho sollecitato delle cure perché era
visibilmente disidratato. Non è fuggito all’attacco per codardia, anche se sapeva che avrebbe potuto
fare ben poco: si è allontanato per avere la possibilità di riferirti com’erano andate le cose. Sapeva che
eravamo al Vulcano, lo ha raggiunto, trovando l’accampamento vuoto; allora ha provato a tornare
indietro e ci ha trovati», terminò Kenina.
Celine l’abbracciò.
«Mi dispiace molto per la tua perdita. Può essere che quanto ti ha detto non sia vero».
«Che cosa intendi?», chiese Kenina.
«Camdyn non aveva l’anello al dito, è probabile che fosse sotto l’influsso mentale del nemico,
pur senza essere un corrotto a tutti gli effetti», spiegò Celine.
«Per quale motivo il nemico lo avrebbe manovrato, facendomi raccontare com’era andato
l’attacco?», obietto Kenina.
«Cara, farci dire che un altro Custode è un traditore potrebbe servire a insinuare dubbi e
incertezze tra i nostri ranghi: questo era sicuramente lo scopo. Spingerci a disgregarci è in testa ai
desideri del nemico», chiarì Celine.
«Povero Camdyn, è stato risparmiato dalla corruzione solo per essere usato come una pedina»,
si rattristò Kenina.
«Se ti fa piacere posso far sostituire Murch dal turno di guardia e chiedergli di venire a farti
compagnia. Siamo in tanti e qui non c’è molto da fare», propose Celine.
«Davvero lo faresti?», domandò Kenina stupita.
«Certo, come ti dicevo qui la gente non ha compiti particolari, non sarebbe un problema fargli
cambiare il turno con qualcuno», rispose Celine.
«No... Intendevo per via di Adraste», ammise Kenina.
«Ascolta, qualsiasi cosa abbia detto Kaina l’altra sera, sappi che non ha un minimo di
credibilità. Quella ragazza è una serpe e le piace mettere discordia tra le persone. Io non ho preferenze
su chi sia la compagna di Murch. Lui ha la sua vita, e solo lui può decidere in merito. Credimi, è lo
stesso per Buonia. Per quanto ami sua cugina e desideri vederla felice, non cercherebbe mai di mettersi
direttamente tra voi», chiarì Celine.
Kenina le lanciò uno sguardo strano. Celine si era già alzata e stava per uscire quando la
ragazza la fermò.
«Anche ciò che ha detto in merito a un guerriero che ama, ma che sta con una persona che gli
farà del male era falso?».
Celine si sentì trafiggere da una coltellata, riascoltare le parole di Kaina l’aveva fatta
nuovamente precipitare nella sua preoccupazione: il suo costante chiedersi se sarebbe esistito un futuro
nel quale avrebbe ferito Aidan. Il suo viso fu troppo eloquente per provare a mentire, lo capì
dall’espressione di Kenina.
«È falso nel modo in cui lei lo ha descritto», rispose, cercando di rimanere vaga.
«E dimmi, Celine, esiste un modo corretto in cui una dei Prescelti potrebbe stare con un laoch
qualsiasi?», domandò Kenina, squadrandola.
«No, non esiste nella profezia e in tutto ciò che vi hanno spiegato sin da quando siete nati, ma
nella realtà dei fatti sì. Io e Aidan ci amiamo. Kaina mente: lui non l’ha mai amata, né l’ha mai illusa.
Abbiamo provato in tutti i modi a stare lontani, ma è impossibile, siamo legati da qualcosa che va al di
là di tutto ciò che vi hanno insegnato. Il primo a desiderare di stare lontano da me e a credere
fermamente nella profezia era proprio Aidan. Sono successe alcune cose che hanno cambiato gli
obblighi morali che si era imposto. Quello che dici è vero e mi ferisce a morte, mi sono spesso chiesta
cosa costerà tutto questo ad Aidan», rispose Celine, troppo stanca di mentire, troppo provata dal dolore
che sentiva per quel peso che si portava sul cuore per riuscire a inventare qualcosa di credibile per
Kenina.
La ragazza la fissò scioccata.
«Kenina, so che quello che ti sto dicendo ti sembra assurdo, ma ti prego, non parlarne con
nessuno, tienilo per te. Non si tratta di divertimento, non riguarda il prendere a calci le nostre credenze:
tra me e Aidan c’è davvero qualcosa che va oltre il semplice legame tra due persone...».
«Io credevo ciecamente in te!», esclamò Kenina, interrompendola. «Ti ammiravo, non vedevo
l’ora di conoscerti e quando ti ho visto la mia ammirazione è aumentata a dismisura. Stando qui e
ascoltando certe cose ho iniziato a sospettare, mi dicevo che non era possibile, ma ogni volta accadeva
qualcosa che mi faceva sorgere altri dubbi. Chi altro sa? Non vorrai dirmi che il Maestro è a
conoscenza di tutto questo e finge davanti al Consiglio?», volle sapere Kenina sempre più arrabbiata.
Celine si sedette nuovamente di fianco a lei, la fissò senza distogliere lo sguardo.
«Ascoltami bene, Kenina: Erskine ed Ermer non ne sanno niente, se lo sapessero oggi Aidan
non sarebbe qui, ci terrebbero lontani...».
«È così che dovrebbe essere!», la interruppe Kenina.
«Già, e probabilmente io sarei morta, o ancora incosciente in un letto nel Regno dell’Aria»,
rispose Celine.
Kenina la fissava senza dire alcunché, ma era certa di aver suscitato la sua curiosità. Così le
narrò quanto era avvenuto senza omettere nulla.
«È impossibile», obiettò Kenina, «non ho mai sentito nulla del genere».
«Nemmeno noi, ma non ti sto mentendo. Non ti dirò chi altro sa di noi, non tradirò le persone
che con me non lo hanno fatto, mettendo a rischio il loro futuro. Ti chiedo solo di attendere il nostro
rientro al Vulcano, quando saremo lì, lontano da occhi indiscreti ti mostrerò il potere che lega me e
Aidan».
«Come faccio a crederti? Se quando giungeremo lì inventerai un’altra scusa per rimandare, fin
quando non sarete ormai lontani? Come faccio a sapere che non tenterai di mettermi a tacere?», chiese
Kenina.
«Perché mi conosci, Kenina. Per quanto tutto questo ti sembri un tradimento, sai chi sono.
Perché quelle come te sentono le persone: sai che non tenterei mai di farti del male, piuttosto pagherei
io», rispose Celine.
La ragazza ricambiò il suo sguardo.
«D’accordo, non fiaterò fino a prova contraria, anche se mi sembra tutto assurdo», disse.
Celine lasciò la stanza e andò a chiamare Murch, poi raggiunse gli altri. Tutti parlavano di
Camdyn e di quanto era accaduto. Ascoltare quei discorsi distraeva la mente dalle sue preoccupazioni.
Decise che non avrebbe detto niente ad Aidan fin quando non fossero stati soli, si sarebbe agitato
inutilmente. Non temeva che Kenina parlasse: se avesse voluto farlo davvero, avrebbe cercato di agire
direttamente, ma aveva preferito chiedere a lei.
Martedì 27 marzo
Mavi stava facendo colazione nella stanza di Brian, Buonia l’aveva esortata più volte a uscire di
lì, ma non se la sentiva di abbandonarlo nemmeno per un secondo.
Nonostante non si fosse ancora svegliato, Buonia l’aveva rassicurata: lo trovava normale,
diceva che era per via di tutte le anestesie che aveva subito e per il grande sforzo che il suo corpo aveva
fatto per tenere duro contro l’infezione e la febbre. Aveva curato la ferita altre due volte con la sua
miracolosa pozione, non perché ce ne fosse necessità, ma per sicurezza. I tagli si stavano rimarginando
velocemente; Buonia ipotizzava che da lì a qualche giorno avrebbe potuto rimuovere le bende. Non lo
aveva più controllato, le sue condizioni garantivano stesse bene e se volevano che la ferita guarisse
dovevano lasciare le bende al loro posto. Le loro pozioni garantivano una guarigione più rapida di
quelle degli umani, ma Brian avrebbe dovuto stare lontano dai combattimenti ancora qualche
settimana.
Mavi aveva pensato mille volte a cosa gli avrebbe detto, ma niente le sembrava adatto.
«Non fanno un buon servizio in camera in questo posto, hanno portato la colazione solo per te»,
la fece sobbalzare una voce che troppo a lungo aveva temuto di non sentire mai più.
Si alzò di scatto, rovesciando la tazza di tè che c’era sul tavolo, e corse a sedersi sul letto di
fianco a lui. Brian la fissava incerto, Mavi comprese che rammentava perfettamente come lei lo avesse
trattato fino a prima dell’aggressione. Dimentica delle ferite che aveva, gli buttò le braccia al collo
stringendosi a lui, troppo emozionata per trovare le parole giuste.
Si rese conto di cosa aveva fatto quando a Brian sfuggì un gemito di dolore; fece per
allontanarsi ma due braccia forti la bloccarono.
«Non m’importa niente del dolore, Mavi, non quando la donna che voglio sta finalmente tra le
mie braccia», disse, stringendola a sua volta.
Mavi, per la prima volta, non si chiese come sarebbe stato e si lasciò andare contro quel corpo
forte che aveva sognato tante volte. Gli poggiò la testa sulla spalla e inspirò il suo profumo; ringraziò
gli Spiriti che fosse vivo, che le avessero concesso di vivere quel momento.
«Perché hai fatto una cosa così stupida?», domandò, scostandosi per guardarlo in viso.
«Ti avevo già visto morire una volta, Mavi, e mi è bastato. Una seconda non lo avrei
permesso», rispose lui, senza distogliere lo sguardo dal suo.
Si sentiva un groppo in gola. Voleva chiedere scusa, dirgli che era stata una stupida, che
desiderava la perdonasse, ma non riusciva a parlare; una lacrima dispettosa le bagnò il viso, mentre
apriva e chiudeva la bocca come un pesce rosso fuori dall’acqua.
«Stai tranquilla, lo so», disse Brian, sorridendole.
Fu quel sorriso a distruggere definitivamente ogni sua barriera: Mavi pensò che dopotutto non
c’era bisogno di parlare, esistevano altri metodi. Fece qualcosa che desiderava da quando lo aveva
conosciuto. Lo baciò. Nessuna fantasia avrebbe potuto prepararla all’intensità di quel momento. Aveva
avuto tanti ragazzi, si era divertita, non come Kaina, ma non era nemmeno stata una santa come
Buonia. Ma quel bacio era qualcosa di diverso: avrebbe potuto contare ogni singolo battito del suo
cuore, lo sentiva nettamente rimbombarle nel petto mentre le loro labbra si sfioravano delicatamente.
«Lo hai capito che ti amo?», domandò lui.
Mavi annuì, incapace di parlare, e Brian l’attirò nuovamente a sé per baciarla. Sentire le sue
braccia che la cingevano, la faceva sentire al sicuro. Lo stomaco di Brian che brontolava la riportò alla
realtà.
«Vado a cercare qualcosa da mangiare per te e a chiamare Buonia», disse Mavi, scostandosi da
lui.
«Tornerai da me dopo, vero?», domandò Brian, che sembrava quasi non volerla lasciare andare.
«Certo, non mi sono allontanata in tutti questi giorni, non lo farò adesso. Il passato è morto,
Brian: ricominceremo da oggi», lo tranquillizzò lei.
Buonia era a tavola con Caswyn e i Sovrintendenti quando sopraggiunse Mavi visibilmente
agitata.
«Che cosa succede?», domandò spaventata. Sapeva che la ragazza non abbandonava mai la
stanza di Brian.
«Brian si è svegliato, ha fame. Sarebbe meglio che lo vedessi», rispose lei sorridente.
«È impossibile...», disse Alasdair scioccato.
«Forse lasciar morire i pazienti, convinti che non ci sia nulla da fare, non è mai stata la
soluzione migliore», quasi lo aggredì Mavi.
«Possiamo quasi dire sia un miracolo, non la regola», si mise sulla difensiva Alasdair.
«O forse si tratta solo di guaritrici che hanno le capacità adeguate», proseguì Mavi.
«Andiamo da Brian», intervenne Buonia che iniziava ad agitarsi e temeva che il Sovrintendente
ponesse domande scomode alle quali non avrebbe saputo rispondere.
«Mavi, stai attenta a come parli, non siamo al sicuro. Celine non è qui e, se scoprono cosa ho
fatto, potrei passare dei guai», la sgridò.
«Scusami, è solo che non riuscivo a smettere di pensare a quante persone hanno lasciato morire,
magari avrebbero potuto essere salvate anche loro», si giustificò lei.
«Be', non pensarci. Non avrebbero potuto salvarli comunque perché nessuno di loro disponeva
della soluzione con il sangue di Celine», replicò Buonia.
«Adesso come farai? Voglio dire dobbiamo dirlo, questa pozione potrebbe salvare molte vite»,
s’informò Mavi.
«Certo, ma non intendo farlo ora, lo diremo a Celine e prenderà lei una decisione», rispose
Buonia.
Varcare la soglia della stanza di Brian, vederlo seduto sul letto e in ottimo stato, le fece
dimenticare immediatamente tutte le preoccupazioni. Ci mancò poco che si commuovesse: era stata lei
a poter permettere che guarisse, aveva creduto nelle sue capacità, come sempre le suggerivano Caswyn
e Celine.
«Ti sono infinitamente grato», l’accolse Brian.
«Prima di dirlo, aspetta di sapere cosa ho fatto», gli rispose Buonia.
Lui la osservò perplesso e così Buonia, per onestà, raccontò al guerriero com’erano davvero
andate le cose, mentre si accertava che la febbre fosse sparita del tutto.
«E così mi hai usato come cavia?», scherzò Brian, quando lei finì il suo racconto.
«Non era quella la mia intenzione...», tentò di giustificarsi Buonia imbarazzata.
«Ehi, tranquilla, stavo solo scherzando. Se tu non avessi provato, a quest’ora sarei morto: non
potrei esserti più grato», la rassicurò lui.
«Tra qualche giorno potremo sbendarti e vedere come si stanno rimarginando le ferite; vorrei
che stessi a letto ancora un po’, poi potrai iniziare a fare qualche passeggiata per i giardini, se lo
vorrai».
«Potrò raggiungere gli altri per la missione?», domandò Brian.
«Assolutamente no. Non sei pronto ad affrontare un’altra battaglia, né tantomeno a vivere in
tenda con le condizioni climatiche estreme di questo posto», chiarì Buonia.
«Io rimarrò con lui», disse Mavi.
«Non penso che Celine avrà nulla in contrario», rispose Buonia.
«La missione come sta andando?», domandò Brian.
«Sappiamo solo che sono ancora rifugiati nella miniera. Celine sta guarendo i Corrotti e quando
torneranno al Vulcano ci avviseranno, così io e Caswyn potremo raggiungerli. Non ci sono più stati
attacchi dei nemici», spiegò Buonia.
Brian le sembrò essersi tranquillizzato a quelle parole.
«Conto su di te: mantienilo calmo e fallo riposare», disse Buonia, lasciando la stanza.
Capitolo 17 ~ Salvare il popolo
Sabato 31 marzo
Celine si lasciò andare sulla sedia, stremata. Aveva guarito sei Custodi Corrotti quel giorno,
erano gli ultimi e non le andava di lasciarne indietro uno per il giorno seguente. Almeno sapeva che di
lì a tre giorni tutti si sarebbero ristabiliti e loro avrebbero potuto continuare con la missione.
La Miniera riecheggiava delle risate dei bambini che giocavano tra loro, sotto gli occhi attenti
delle loro madri. Ovunque andasse qualcuno la ringraziava e la cosa le dava la forza di andare avanti.
Nei giorni passati aveva più volte avuto la tentazione di prendere Aidan per mano e materializzarsi da
qualche parte con lui, desiderava disperatamente parlargli perché lo vedeva sempre peggio e non capiva
cosa avesse. Il suo cervello lavorava febbrile, si domandava se gli Spiriti non avessero tentato di dire
anche a lui qualcosa sull’eventuale arrivo del Prescelto.
«Celine, bevi la pozione, sei pallidissima», interruppe i suoi pensieri Bhirginia.
«Devo parlare con Erskine, dobbiamo procedere. A breve saranno tutti guariti e noi potremo
riprendere la missione», replicò Celine.
«A breve andrai a raggiungere il tuo sacco a pelo e ci starai per qualche ora. Dopo parlerai con
Erskine, non voglio sentire ragioni», si oppose Bhirginia.
«Hai proprio preso il ruolo di Buonia in tutto e per tutto», scherzò Celine.
«Certo, ora la responsabilità è nostra: non sia mai che tu ti senta male sotto la nostra custodia»,
s’inserì Kaina.
Celine le rivolse un’occhiata gelida. La odiava sempre più. Quando avevano guarito i genitori di
Camdyn si era presentata per parlare con loro, senza nemmeno essere stata invitata a farlo. Celine si era
sentita gelare il sangue nelle vene alla sua vista. Quei poveretti erano già traumatizzati dall’aver
appreso della morte del figlio e del fatto che fosse sotto l’influenza del nemico, ma Kaina non aveva
potuto esimersi dal metterci del suo. Si era presentata come vittima addolorata, dicendo che era stata lei
a uccidere il ragazzo e mostrando a quei poveretti i segni che aveva sul collo. Era presente anche
Kenina e ci era mancato poco che non la sbattesse fuori dalla porta a calci; quando erano riuscite a
liberarsi della sua presenza la ragazza le aveva lanciato un’occhiata penetrante. In quello sguardo
Celine aveva colto i pensieri di Kenina: aveva realmente capito chi era Kaina.
Senza obiettare si fece condurre alla sua stanza e si sdraiò. Un po’ di riposo le ci voleva e le
sarebbe stato utile per affrontare la discussione con Erskine: aveva preso una decisione su come
muoversi.
Celine si risvegliò di soprassalto, non aveva idea di quanto avesse dormito, si rimproverò per
quella leggerezza. Sapeva quanto era stanca per via delle guarigioni, non avrebbe dovuto sdraiarsi;
sperò che non fosse troppo tardi per ciò che aveva in mente, mentre faceva luce per osservare il suo
orologio. Fortunatamente era primo pomeriggio.
Andò in cerca di Erskine e lo trovò facilmente, come sempre lui ed Ermer erano al lavoro.
Stavano studiando con Kenina i possibili percorsi da fare per quando si sarebbero rimessi in moto.
«Stai meglio?», domandò Erskine, andandole incontro.
«Non sono mai stata male...», abbozzò Celine.
«Kaina ci ha detto che sei praticamente svenuta e che ti hanno accompagnato in camera», la
interruppe Erskine. «Non dovevi esagerare curandone sei».
«Non è affatto vero. Kaina, dopo l’aggressione, tende ad avere una propensione per il dramma.
Non sono svenuta, né stata male, ero solo stanca, ma adesso mi sono ripresa completamente», chiarì
Celine.
«In effetti non sembra star male», s’inserì Ermer.
«Se possiamo passare oltre le cretinate che dice quella ragazza, vorrei parlare di cose serie»,
mise fine alle chiacchiere Celine. «I Custodi che ho guarito oggi tra un paio di giorni saranno svegli,
dobbiamo pensare alla loro incolumità».
«Questo è chiaro», approvò Erskine.
«Fino a quando non faremo luce su come il nemico si sia introdotto nel Regno, non potremo
lasciarli qui. Nella Miniera presto le scorte finiranno e al piccolo insediamento non saranno al sicuro.
Sono tutti residenti e dobbiamo fare in modo di condurli al Castello, solo lì saranno protetti a dovere.
Sarà poi compito di Alasdair trovare loro una sistemazione momentanea, o al palazzo o nelle case del
Villaggio d’Oro», spiegò Celine.
«Sono favorevole, non possono essere abbandonati qui», la appoggiò Kenina.
«Faremo in modo di mandare un messaggio, magari qualcuno di noi si potrebbe materializzare
lì e spiegare la situazione», propose Erskine.
«Non qualcuno di voi, lo farò io. Ancora non sappiamo qual è l’esito della pozione che ho
chiesto a Buonia di creare. Uno di voi arriverebbe lì stravolto e avrebbe anche difficoltà a tornare
indietro per riferire a noi le condizioni: perderemo troppo tempo. Io sono l’unica che può resistere a
una materializzazione così distante», disse Celine.
«Non puoi portare lì tutti i residenti con la materializzazione, sarebbe troppo», obiettò Erskine.
«Lo so, va oltre le mie conoscenze e non posso rischiare. Il mio piano è differente. Questa sera
andrò al Castello d’Oro, parlerò con Alasdair e organizzeremo una spedizione da qui a tre giorni. Noi
andremo fino al Vulcano, portando con noi tutti i residenti, mentre loro ci verranno incontro dal
Castello con Buonia e Caswyn. Così ricompatteremo il nostro gruppo», spiegò Celine.
«In questo modo, però, non potremo andare il giorno stesso all’Oasi e al Canyon. Andare al
Vulcano con tutte queste persone, senza cavallo, ci porterebbe via una giornata intera», fece presente
Ermer.
«Va bene così. Un giorno in più non farà differenza e almeno avremo la possibilità di riabituarci
alla vita nel deserto, sono settimane che siamo lontani dai raggi del sole cocente», la rassicurò Celine.
«Vuoi che venga con te?», si offrì Erskine.
«No. Andrò con Aidan, ha il diritto di rivedere sua sorella dopo tutto questo tempo. Lo vedo
sempre peggio, credo sia in ansia per Mavi e Brian», rispose Celine.
Erskine le lanciò uno sguardo carico di disapprovazione, ma con sua sorpresa intervenne
Kenina. «È vero, ho notato anche io che sta male, qualche sera fa aveva una faccia terribile. Era venuto
a dare il cambio a me e Murch e sembrava un morto che cammina».
Celine si chiese perché lo avesse fatto, dopo quello che le aveva detto. Voleva forse dire che le
concedeva il beneficio del dubbio? Forse Murch le aveva detto di essere anche lui al corrente di ciò che
c’era tra loro e le aveva fatto cambiare idea?
Tutte quelle domande per il momento sarebbero rimaste senza risposta.
Era tempo di agire.
Aidan stava osservando i bambini giocare con le loro madri, non riusciva a fare a meno di
chiedersi come sarebbe stato vivere quei momenti. Il sogno sulla notte della morte dei suoi genitori
ormai lo tormentava ogni volta che chiudeva gli occhi, era quasi peggiore degli incubi che faceva su
Celine, perché quelli erano solo incubi. Eppure a quell’epoca era poco più che un neonato, era
impossibile che ricordasse così vividamente quei fatti.
Era talmente assorto nei suoi pensieri che quasi non si accorse che Celine gli si era fermata
davanti. Sollevò lo sguardo, incrociando quegli occhi grigi che tanto amava.
«Vieni con me, usciremo dalla Miniera e ci materializzeremo al Castello. Dobbiamo
organizzare il trasferimento dei Custodi guariti», gli disse, sorridendogli.
«Erskine lo sa?», domandò lui dubbioso.
«Certo, verrai tu con me. Hai diritto di rivedere tua sorella e sapere come stanno lei e Brian»,
disse ad alta voce Celine, a beneficio di orecchie in ascolto.
Lui la seguì e come sempre si lasciò portare da lei: ormai sapeva che, grazie al loro contatto,
sarebbe stata in grado di raggiungere qualsiasi distanza. Ma quando percepì nuovamente il terreno sotto
i piedi rimase confuso dalla destinazione raggiunta. Si trovavano nei pressi del Vulcano.
Scambiò uno sguardo con Celine.
«Prima di andare al Castello, giacché questa volta siamo soli, ho pensato di venire qui e parlare
con te, non potevo più aspettare», spiegò, entrando nella piccola grotta dove s’incontravano di solito.
«Aidan, so che c’è qualcosa che non va, adesso è il momento che tu me ne parli. Ho anche io
qualcosa da dirti, ma vorrei iniziassi tu. Ti prego», lo esortò, accarezzandogli il volto.
Lui non aveva bisogno di essere supplicato, aveva già deciso che le avrebbe detto tutto, ma
dover affrontare davvero quel momento era più difficile rispetto alla sua immaginazione. Temeva che
lei vedesse davvero le sue debolezze, i suoi difetti, e non lo trovasse più coraggioso. Tuttavia quegli
occhi grigi non si staccavano dai suoi e domandavano risposte.
«Da quando siamo arrivati qua non riesco quasi più a dormire serenamente. Forse mi ero
abituato troppo bene: potendo passare tutte le notti con te era diverso. Ma non posso attribuire la colpa
a questo posto perché questi incubi mi hanno sempre perseguitato, solo che ora non posso più
nemmeno chiudere gli occhi», iniziò, prendendola alla larga.
«Quali incubi, Aidan? Gli Spiriti ti mostrano sempre la mia morte?», domandò lei allarmata.
«No, si tratta solo di me. Quelli almeno al risveglio sapevo che erano incubi, questi sono
peggio, poiché non riesco a decifrare se si tratti di un ricordo o meno», rispose lui, cercando di
prendere tempo.
Sentiva che la crepa della sua corazza si scalfiva sempre più, che Celine l’aveva distrutta quasi
completamente. Con lei poteva davvero essere chi era, senza timori, senza dover dimostrare nulla, e la
cosa lo terrorizzava, poiché quella comunione di anime non sarebbe durata per sempre e presto ci
sarebbe stato un conto da saldare.
«Aidan, sii chiaro, ti prego. Che cosa c’entrano le notti che passavi con me?», domandò lei,
riportandolo alla realtà di quel momento.
«Faccio spesso un sogno dove rivivo la notte della morte dei miei genitori, non so se sia solo la
mia fantasia o un ricordo cosciente; ero poco più che un neonato quella maledetta notte, ma sembra
tutto così vivido. Come ti anticipai, quando ti raccontai della lampada nella mia stanza, soffro di incubi
sin da quando ero piccolo, ma non si erano mai presentati costantemente come ora. Quando passavo le
notti accanto a te, riuscivo a dormire bene e, anche se per poche ore, il mio sonno era ristoratore. Da
quando siamo qui e tu sei lontano da me, non riesco a chiudere gli occhi senza rivivere quegli attimi
terribili», disse finalmente libero da quel peso.
«Ti prego, Aidan, raccontami questo sogno», lo esortò lei, mentre lo abbracciava.
Così lo fece, le disse tutto, senza omettere nulla.
«Capisci? Mi sembra di sentire, anche adesso che sono sveglio, com’era al tatto quel dannato
tappeto!», esclamò, prendendosi la testa tra le mani.
«Ehi», disse Celine spostandogli le mani dal viso, «lo affronteremo insieme. Esiste ancora
quella casa?», chiese poi.
Aidan si stupì che lei si fosse già diretta verso ciò che voleva chiederle. Annuì.
«Io credo che tu debba andarci. Ci sei mai più stato?», domandò lei.
«Pensavo di farlo quando torneremo a Gallaibh. Ho rimandato in tutti questi anni, ma è arrivato
il momento che io affronti il mio passato. Non posso più nascondermi: devo vedere quel posto e capire
se ciò che sogno è reale o frutto della mia fantasia», rispose.
«Verrò con te, se mi vorrai», si offrì lei, risparmiandogli di doverglielo chiedere.
Aidan avvertì come un grande calore che circondava il suo cuore: la sensazione di non essere
più solo. Aveva sempre avuto intorno gli amici, la famiglia di Mavi si era presa cura di lui, lei era stata
la migliore sorella del mondo, eppure si era sempre sentito smarrito, come un pezzo di legno secco che
galleggiava in mezzo a un fiume, alla deriva. Con Celine, invece, si sentiva saldo come una quercia ben
piantata nel terreno. Lei lo completava. Era lì per lui.
Senza risponderle nulla, l’attirò a sé per baciarla. Lei rispose al suo bacio con delicatezza e gli
accarezzò il viso lentamente. Sentiva tutto di lei: le sue emozioni, i respiri in sincrono con i suoi, il suo
amore. Lo stava consolando e lui, dopo giorni di dolore, si sentiva finalmente bene. Era di nuovo vivo.
«Certo, voglio che tu ci sia, non saprei come affrontarlo da solo», le disse a fior di labbra.
Celine gli sorrise.
«Ti amo ancora di più», gli disse.
«Perché?», chiese perplesso.
«Perché mi permetti di vederti davvero, non ti nascondi da me. Io ti amo per tutto, Aidan, per il
tuo coraggio, la tua forza, la tua vulnerabilità. Sei la mia luce», rispose lei.
Il calore cresceva sempre di più. Non se lo sapeva spiegare ma ogni volta che stava con lei gli
sembrava che qualcosa finalmente lo rimettesse insieme, lo completasse. Quella volta, però, era
diverso, più intenso.
«Adesso dimmi cosa turba te», la sollecitò.
«Kenina sa di noi, l’ha scoperto grazie e Kaina e io non ero preparata a negare», spiegò Celine,
infrangendo quella bolla di felicità in cui era stato fino a un secondo prima.
«Com’è successo, Celine? Lo sapevo che ti avrei messo in pericolo. Se lo dirà a qualcuno...».
«Stai tranquillo. È una ragazza impetuosa, ma ha affrontato me; se avesse voluto danneggiarci
davvero avrebbe richiamato l’attenzione di Erskine. Oggi è stata proprio lei a favorire la mia
materializzazione con te. Le ho promesso che le mostreremo il potere che ci lega, quando saremo
nuovamente qui. Non verrò meno alla mia parola, ma credo che la questione sia già parzialmente
risolta», lo interruppe lei.
«Celine, dobbiamo stare più attenti, io potrei davvero rovinarti. Qualcun altro potrebbe capire»,
obiettò lui, andando nel panico.
«È stata solo colpa di Kaina, voleva divertirsi mettendomi in imbarazzo con una trovata che
sarebbe dovuta risultare anonima. Kenina non è una stupida, ma dopo la pessima figura con i genitori
di Camdyn ha capito con chi ha a che fare».
«Ne sei certa? Non pensi che oggi, vista la tua assenza, potrebbe parlare con Erskine ed Ermer»,
osservò lui preoccupato.
«No, se avesse voluto lo avrebbe già fatto. Andrà tutto bene, Aidan», lo rassicurò nuovamente.
«Pensi di usare la materializzazione per i Custodi che hai guarito?», indagò lui.
«So che con te ce la farei e funzionerebbe, ma sarebbe troppo. Potrei destare domande. Il
Prescelto non è con me, dimostrare che reggo un dispendio così grande di energia potrebbe sollevare
domande che preferisco nessuno si faccia. Dobbiamo scoprire di più su quei guerrieri di cui mi ha
parlato Govran», chiarì Celine.
«Nel prossimo viaggio lo faremo, ci penserò io».
«Dobbiamo andare al Castello, vorrei rimanere qui con te tutto il giorno, ma non possiamo»,
disse Celine.
«Hai ragione, non possiamo, ma sono certo che questa notte riuscirò finalmente a dormire»,
rispose Aidan, che si sentiva come alleggerito di un peso.
Di nuovo fuori dal Vulcano, con le mani tra le sue e un sorriso stampato in volto Aidan
sembrava stare meglio. Celine non ce l’aveva fatta a dirgli davvero cosa la turbava. Certo, la questione
di Kenina era una spina nel fianco, ma il dolore che provava rispetto al male che gli avrebbe potuto fare
era maggiore. Quel pensiero era come una zanzara fastidiosa, appena le passava il prurito la pungeva di
nuovo. Non se lo sapeva spiegare. Non ci aveva mai dato peso. Era certa del suo amore per Aidan,
sicura che non avrebbe mai amato altri che lui, ma le parole che le aveva rivolto Te?net la
tormentavano. Aidan era così turbato dai suoi incubi, così fragile e bisognoso di conforto che non ce
l’aveva fatta a mettergli un altro peso sulle spalle.
«Pronta, Celine?», la riportò lui al presente.
«Scusami, stavo riordinando le idee per il nostro incontro con Alasdair», mentì Celine.
Con dispiacere si disse che, nell’ultimo periodo, la sua tendenza a mentire stava diventando
un’abitudine, un vizio orrendo di cui presto si sarebbe dovuta liberare.
Scacciò dalla mente i pensieri relativi a se stessa e si materializzò al Castello. Quando
piombarono nei giardini le guardie si fecero loro incontro e si inginocchiarono.
«Avvisate il Sovrintendente della nostra presenza, andremo in infermeria a fare visita a Brian»,
disse Celine.
Poi, insieme ad Aidan, si diresse verso l’infermeria, si chiese che cosa avrebbero trovato e se
Brian fosse guarito: lo sperava con tutto il cuore, specialmente per Mavi. Quando varcarono le soglie
dell’ala riservata ai pazienti, colsero un gruppo di guaritrici intente a sussurrare intorno alla capo
guaritrice.
«Mia Regina», s’inchinò lei, vedendola.
«Buona sera, sapete dirci in che stanza si trova Brian, e se sta meglio?», domandò Celine.
«Il vostro compagno è stato miracolato, sarebbe dovuto morire, ma Te?net ha deciso altrimenti.
Venite», rispose la donna, facendo loro strada.
Si scambiò uno sguardo eloquente con Aidan, ma non chiesero nulla. I corridoi erano silenziosi,
ma giungendo davanti a una porta chiusa si avvertì chiaramente lo schiamazzo di diverse risate. La
donna le parve quasi seccata dalla cosa, ma bussò sonoramente alla porta.
«Avanti!», esclamò una voce che riconobbe chiaramente. Buonia.
«Accomodatevi», li esortò la Capo guaritrice, facendosi da parte.
Celine aprì la porta e si trovò davanti tutti e quattro i suoi amici. Fu felice di vedere Brian
seduto su letto con Mavi al suo fianco; Buonia e Caswyn erano su due sedie vicine al letto.
«Celine!», esclamò l’amica non appena la vide, correndole incontro.
Celine ricambiò l’abbraccio.
«Sembra che sia avvenuto un miracolo qui, raccontatemi tutto», esordì.
«Tutto ciò che Buonia ha messo in atto è stato fatto solo per salvarmi la vita», s’inserì
immediatamente Brian.
«Con questa premessa so già che non potrò accontentarmi di qualcosa di semplice, immagino
che il miracolo sia a beneficio degli abitanti del Castello. Non temere, Brian, qualsiasi cosa abbia fatto
Buonia per me va bene, l’importante è che tu sia ancora tra noi», replicò Celine.
Aidan era già andato ad abbracciare la sorella e l’amico.
«Penso sia opportuno lasciarli parlare un po’ tra loro, mentre noi andiamo altrove», la esortò
Buonia.
«D’accordo», acconsentì Celine.
Seguì Buonia nella stanza delle pozioni, insieme a loro c’era anche Caswyn.
«Io rimarrò qui fuori per assicurarmi che non arrivi nessuno, da dietro l’angolo farò in tempo a
sentire i passi ed entrare ad avvertirvi», si offrì Caswyn.
Celine era sempre più sconvolta dalla piega che stavano prendendo le cose e si chiese cosa mai
potesse aver fatto Buonia di tanto grave.
«Dimmi tutto», spronò l’amica.
«Parto dalla cosa più semplice. La pozione per la materializzazione ha avuto successo. Gli altri
guaritori si sono dati già da fare nel riprodurla, potremo presto avvalercene senza problema alcuno»,
spiegò Buonia.
«Ero certa che saresti riuscita a trovare un modo per adattarla anche a questa evenienza», si
congratulò Celine. «Adesso dimmi la parte peggiore».
«Ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare, ma la vita di Brian era appesa a un filo, se non
avessi tentato sarebbe morto...», iniziò l’amica incerta.
«Avanti, Buonia, non avrai mica fatto un sacrificio umano, dai!», sbottò Celine che non riusciva
più ad aspettare.
Così Buonia le narrò di aver inventato una pozione per curare Brian, di aver sperimentato su di
lui qualcosa che non esisteva.
«Ho violato il giuramento sull’etica, quella pozione avrebbe anche potuto ucciderlo, ma lo ha
salvato. Potremmo tenerlo per noi, far passare la cosa come miracolo e io non pagherei conseguenza
alcuna, ma non possiamo tacerlo. Molti altri guerrieri sono morti a causa di ferite del genere e questa
pozione potrebbe salvare altre vite. Non posso nasconderla, sarebbe troppo. A costo di venire esiliata e
cacciata dai guaritori, preferisco informare tutti», terminò Buonia.
Celine era attonita, non capiva come fosse possibile che Buonia avesse creato un tale prodigio e
temesse di essere cacciata dall’ordine dei guaritori.
«Celine, è vietato sperimentare su un essere vivente. Avrei potuto ucciderlo!», esclamò Buonia,
cogliendo la sua perplessità.
«Sarebbe morto comunque», obiettò lei.
«Lo so, ma sarebbe stato naturale, mentre io lo avrei ammazzato», rispose Buonia.
«Capisco il tuo problema etico, ma posso dirti che hai fatto bene a comportarti come hai scelto
di agire. Brian non doveva morire, aveva diritto di ricevere le cure migliori, per questo ti ho lasciato qui
privandomi della mia più cara amica», la rassicurò Celine.
«Che cosa vuoi dire?», domandò Buonia. Questa volta era il suo turno di essere perplessa.
«Voglio dire che ti ho ordinato io di creare questa pozione, che ho pensato io fosse il caso di
tentare con il mio sangue visti i risultati che dava con la corruzione nei fiumi. Mi dispiace, Buonia, non
potrai prenderti il merito dell’idea, ma così non ti verrà data nessuna colpa», spiegò Celine.
«Lo diresti davvero?», chiese l’altra incredula.
«Certo, è l’unica soluzione possibile, diremo che lo abbiamo tenuto per noi per non illudere
altre persone, in caso non funzionasse. Sono solo addolorata che tu non possa avere il merito per l’idea,
ma mi sembra l’unico modo per coprirti», rispose Celine.
«Grazie!», esclamò Buonia, buttandole le braccia al collo.
Celine strinse a sé l’amica, erano state lontane poco tempo, ma le era mancata da morire.
«Dimmi di te», la esortò.
Così Celine le raccontò tutto: di Kenina, dei suoi sospetti, ma soprattutto del peso che
continuava ad addolorarla.
«Penso che tu stia così male e che la cosa abbia così attecchito proprio perché non ti parlano gli
Spiriti e ti senti colpevole con il popolo. Sei incerta su te stessa, sulle tue capacità e di conseguenza
anche su tutto il resto. Io penso che la tua paura sia insignificante. Credi che Aidan non si sia già posto
questa domanda e non abbia deciso di mettere da parte la risposta?», la fece ragionare Buonia.
«Immagino che lui per primo ci abbia pensato, ma devo sentirlo uscire dalla sua bocca. Mi sono
sempre dimostrata certa che il nostro sarebbe stato un per sempre, comunque, contro ogni cosa, ma non
sono più sicura di niente», rispose Celine, lasciandosi andare a un pianto liberatorio.
Buonia l’avvolse in un abbraccio materno.
«Per quanto possa contare poco, Celine, io credo in te, in quello che fai e nelle tue forze. Verrai
a capo anche di questo mistero, solo che ancora non è giunto il momento. Ognuno di questi Regni ti
chiederà una prova: nel Regno dell’Aria hai dovuto scoprire il tuo potere, dargli voce, qui
probabilmente qualcos’altro deve verificarsi, qualcosa che ancora non abbiamo visto. Ma accadrà,
Celine, ne sono certa», la rincuorò l’amica.
«Grazie», rispose Celine, grata di avere qualcuno con cui poter essere sincera fino al midollo.
Si disse che presto lo sarebbe stata anche con Aidan: appena ne avessero avuto la possibilità
avrebbe detto la verità anche a lui su ciò che la turbava, glielo doveva.
«Sta arrivando qualcuno», annunciò Caswyn, entrando.
Quando bussarono alla porta Celine si era già ricomposta e fu pronta ad accogliere Alasdair e a
discutere con lui i dettagli del trasferimento. Diede il suo consenso affinché Mavi restasse al castello
con Brian; spiegò al Sovrintendente come Buonia avesse creato una pozione dietro suo ordine e quale
fosse stato il risultato.
«Avete ordinato si facesse un tentativo alla cieca su un paziente?», s’indignò Alasdair.
«Sovrintendente, come reagiste quando vi dissi che nel fiume ci doveva essere qualcosa di
corrotto da purificare? Come avete poi reagito alla vista di ciò che ha fatto quella pozione sulle acque e
di come io sia riuscita a sconfiggere quel potere? Dubitate forse di me?», lo mise al suo posto altera
Celine.
«No, Mia Signora», si fece subito da parte lui.
«Bene, perché io desidero solo il meglio per la mia gente. Questa pozione potrà salvare altre
vite, ci saranno altri guerrieri, altri Brian, che non moriranno per una ferita infetta e possiamo solo dire
grazie all’abilità di Buonia», proseguì Celine.
«Avete ragione, Mia Signora, per noi è strano accettare che si facciano questi tentativi», tentò di
difendersi Alasdair.
«Brian era solo un morto che respirava ancora, attaccato alla vita da un filo talmente flebile che
anche i vostri guaritori se ne sono lavati le mani. Non aveva parenti in vita che potessero esprimere una
volontà, aveva solo Mavi, che era presente e d’accordo. Non vedo dunque dove sia il problema»,
rispose Celine.
«Questa pozione può essere riprodotta e riutilizzata?», domandò allora Alasdair.
Celine fece un cenno con la testa in direzione di Buonia.
«Certo, ne lascerò già alcune scorte pronte e la ricetta per crearla», si affrettò a rispondere
l’amica.
«Allora non posso che esserne felice», diede il suo benestare il Sovrintendente.
Quando l’uomo le lasciò sole, Buonia le rivolse un sorriso riconoscente.
«Non devi essermi grata, Buonia, sono io a esserlo verso di te per avermi consolato e per aver
salvato Brian», disse Celine.
Si recarono insieme verso la stanza di Brian. Era tempo di tornare alla Miniera e iniziare a
prepararsi in vista del rientro al Vulcano. Vide Aidan rilassato, mentre scherzava con l’amico e la
sorella, e la cosa la rese immensamente felice.
«Mavi, tu potrai restare qui con Brian; Buonia e Caswyn, invece, ci raggiungeranno al Vulcano,
accompagnati da un gruppo di guerrieri che poi prenderanno in custodia i residenti e li condurranno
qui. Per le cure di Brian è tutto sistemato, Buonia poi vi spiegherà cosa dire in caso vi facciano
domande. Ci rivedremo quando la missione sarà conclusa per fare ritorno insieme alla Capitale», li
salutò Celine.
Aidan era di nuovo con le mani tra le sue e, come la volta precedente, puntò al piccolo
insediamento di case.
«Saremo dovuti arrivare direttamente alla Miniera, Celine. Questa volta il luogo lo conosci e
non ci sarebbe motivo di andare a piedi», la mise subito in guardia.
«Lo so, volevo solo un attimo per noi», lo rassicurò lei.
Aidan rimase in silenzio, in attesa di quanto avesse da dirgli.
«Giurami che se quell’incubo ti perseguiterà ancora me ne parlerai e che qualsiasi cosa
troveremo in quella casa rimarrai te stesso. Un neonato non può salvare la sua famiglia, non può
sconfiggere Corrotti, non ha possibilità di fare niente. Tu non hai colpe, Aidan, qualsiasi cosa
scopriremo per me rimarrai sempre l’anima più pura che io abbia mai incontrato», disse,
accarezzandogli il volto.
«Farò del mio meglio per non deluderti, Celine, per essere davvero quella persona stupenda che
tu vedi, per non cadere», rispose lui prima di darle un lungo bacio.
Poi Celine fece quello che doveva e si materializzarono alla Miniera.
Martedì 3 aprile
Buonia quel giorno era agitatissima, le sembrava ancora di dover fare mille cose. Era in piedi
dall’alba a coordinare i guaritori per controllare se fossero in grado di riprodurre la pozione con cui
aveva salvato Brian; ora doveva andare da lui in infermeria e togliergli le bende; poi lei e Caswyn
sarebbero partiti per tornare al Vulcano e ricongiungersi con gli altri.
Non vedeva l’ora di poter tenere d’occhio quell’arpia di Kaina ed essere vicina a Celine, ma era
anche in pena per Brian e per come avrebbe affrontato le cicatrici che lo deturpavano. Aveva pregato
Mavi di non dirgli nulla, era una cosa delicata, che per primo avrebbe dovuto affrontare da solo.
Sarebbe stato lui a doverne parlare con lei. Bussò alla porta della stanza e, come d’accordo, Mavi uscì
per incontrarsi con lei in corridoio. Le sembrò titubante ad andarsene.
«Mavi, per cortesia, ti sei fidata di me quando ho tentato di curarlo in modo poco ortodosso,
adesso ti chiedo di donarmi la stessa fiducia e fare come ti chiedo. Lasciami sola con lui, non la
prenderà bene, non vorrà che tu sia lì. Non siete ancora legati, il vostro rapporto è ancora incerto, Brian
si sentirà a disagio se sarai presente. Sai già cosa ti aspetta sotto quelle bende...», sollecitò Mavi ad
andarsene..
«Lo so, hai ragione, ma non riesco a smettere di pensare che dovrei esserci e sostenerlo»,
obiettò Mavi.
«E lo farai, ma non subito. Prima verrà la rabbia ed è meglio che quello stadio lo affronti solo
con me, perché con te se ne vergognerebbe. Sarà dura per lui parlarne, gli servirà tempo per pensarci.
Vai a farti un bagno, prenditi cura di te, come mi hai promesso. Gli hai già detto che ti assenterai per
qualche ora, come ti avevo suggerito?», non mollò Buonia.
«Sì, l’ho fatto», rispose Mavi.
«Allora hai già fatto la scelta giusta, adesso portala a compimento, Mavi. Allontanati da qui,
rilassati qualche ora e fatti bella per lui perché più tardi, quando tornerai, avrà bisogno di te», la esortò
Buonia.
«D’accordo, farò come dici», le diede finalmente retta Mavi, andandosene.
Buonia entrò nella stanza, stampandosi un bel sorriso in volto.
«Buongiorno, Brian. Come va oggi?», domandò, fingendo un’allegria che non provava.
«Benissimo, penso che la ferita sia davvero guarita, non sento più alcun male», rispose lui di
ottimo umore.
Buonia sapeva che presto glielo avrebbe guastato e se ne dispiacque enormemente.
«Bene, adesso vediamo come va. A breve dovrò partire, ma prima volevo assicurarmi che il mio
paziente fosse guarito», disse, avvicinandosi al letto.
«Toglimi queste garze allora, sono pronto», la esortò lui.
Buonia rimosse con delicatezza le bende dalla ferita. Essa era effettivamente cicatrizzata, ma lo
spettacolo non era dei migliori. Aveva dovuto raschiare via molti tessuti corrotti e sul petto la pelle si
era rimarginata come quella di un grave ustionato.
«Guarirà, vero?», la fissò Brian sconcertato.
Buonia cercò le parole più adatte per rispondergli, mentre Brian, ancora malfermo, la scansò in
malo modo per alzarsi e andare a piazzarsi davanti allo specchio.
Guardava sconvolto la sua immagine riflessa.
«Ti ho chiesto se questo schifo guarirà!», le urlò contro.
«Brian, mi dispiace, è quanto di meglio ho potuto fare per salvarti la vita», replicò Buonia.
«Vuoi dire che questa roba mi rimarrà per sempre? Che per salvarmi la vita hai dovuto
deturparmi?», replicò lui sempre più irato.
«La corruzione si stava spargendo rapidamente, continuava a contaminarti il corpo. Per
mantenerti in vita ho dovuto asportare quelle parti: i tessuti erano morti e in necrosi. Fino a quando non
ho ideato la pozione non c’era nulla che potessi fare per fermare l’avanzare dell’infezione», spiegò
Buonia.
«Dovrò vivere per sempre in queste condizioni? Dovrò cercare di tenermi la donna che amo
mostrandole questo scempio?», proseguì a inveirle contro.
«Mi dispiace, Brian...», fu tutto quello che riuscì a dire.
«Maledizione, Buonia, mi hai fatto diventare un mostro», urlò il guerriero nella sua direzione.
Si voltò nuovamente verso lo specchio e gli diede un pugno mandandolo in frantumi. La mano,
piena di schegge di vetro, iniziò a sanguinare copiosamente; Buonia voleva avvicinarsi per medicarlo,
ma non era certa il guerriero gradisse la sua vicinanza. Si fissò la mano insanguinata senza parlare,
sembrò perso nei suoi pensieri. Poi si lasciò cadere a terra.
«Sono io a essere dispiaciuto, Buonia, non avrei dovuto trattarti in questo modo: tu mi hai
salvato la vita», disse, fissando il pavimento.
Buonia si avvicinò immediatamente.
«Appoggiati a me e torna a letto, ti medicherò la mano e poi pulirò questo pandemonio», lo
esortò lei.
«Perché lo fai? Non merito che tu sia così buona, sono stato un mostro», domandò lui.
«Perché immagino cosa tu possa provare e mi dispiace davvero, Brian. Se ci fosse stata un’altra
scelta avrei evitato di raschiare tutti quei tessuti, ma non c’era, la febbre continuava a salire, saresti
morto», rispose Buonia.
Il guerriero l’assecondò e si fece ricondurre a letto, non parlò più fino a quando lei non finì di
estrargli le schegge di vetro dalla mano e bendarlo. Poi le rivolse un’occhiata penetrante.
«Come farò a mostrare a Mavi tutto questo? Ne sarà disgustata», disse, palesando la sua vera
preoccupazione.
«Brian, forse non dovrei dirtelo, ma Mavi ha visto di peggio. Come ben sai ho usato la pozione
davanti a lei, allora la ferita era ancora fresca e avevi anche dei tessuti in necrosi. Questo è niente in
confronto. Non cambierà nulla per lei», cercò di rasserenarlo Buonia.
«Per lei no, ma per me sì. Che cosa le offrirei adesso? Di stare con qualcuno che quando si
spoglia sembra abbia metà del corpo come una candela vecchia», obiettò il guerriero.
«Non credo che a Mavi importi molto. Dopo ciò che avete passato dovresti sapere anche tu
quanto lei ti ami. Le ho chiesto di prendersi una pausa per sé oggi, visto che non ha mai abbandonato
questa stanza per tutto il tempo in cui sei stato incosciente. Ha vissuto qui, dormendo su una sedia, ha
mangiato qui, quando riuscivamo a convincerla a farlo; ha passato le ore di veglia a fissarti, sperando
che ti risvegliassi. L’ho fatto per darti del tempo per metabolizzare questa cosa prima di vederla, ma
anche per lei, aveva necessità di riprendersi per poterti stare vicino. Non ti agitare se non la vedi, entro
sera tornerà qui, allora potrai parlarle e dirle come ti senti. Insieme deciderete cosa fare», rispose
Buonia..
«Grazie, se fosse stata qui adesso mi sarei dovuto vergognare di come ti ho trattato», la
ringraziò il guerriero.
«Lo sapevo, per questo ho fatto in modo che non fosse presente. Non hai nulla di cui
vergognarti, Brian. Chiunque avrebbe reagito allo stesso modo. Non ho voluto che lo sapessi prima per
non agitarti e non compromettere la tua ripresa, ma ora devo partire e volevo essere presente. Non mi
andava di lasciare questo incarico a qualche altra guaritrice, magari qualcuno che non sapesse come
affrontare al meglio il momento», spiegò Buonia.
«Sono felice che ci sia stata tu qui, Buonia, ci sei sempre stata tu per noi, anche quando alla
Divisione ci ferivamo seriamente c’eri tu. Sono davvero contento che le cose per te siano cambiate, te
lo meriti», disse il guerriero.
Buonia lo ringraziò delle sue parole con un sorriso.
«Pulisco questo disastro e parto. Non cercherò Mavi per salutarla, non voglio disturbarla,
magari si sta finalmente concedendo qualche ora di riposo. Salutala tu per me e Caswyn. Ci rivedremo
a breve», lo salutò Buonia, prima di uscire per andare a prendere scopa e paletta.
Quando finì nella stanza di Brian andò in camera da letto: Caswyn non c’era. Aveva passato la
mattinata nella sala di controllo per accertarsi che non vi fossero presenze nemiche nel territorio. Aprì
lo scrittoio e prese in mano una lettera che aveva scritto e, indecisa se farla spedire o no, la rilesse.
Cara Adraste,
siamo qui da qualche settimana, la spedizione procede, ma ancora non ci sono novità
sull’Arco. Al momento mi trovo a Caisteal a Òir, sono qui perché Brian è stato ferito in battaglia e lo
sto curando. Non temere: Murchadh sta bene e non ci sono stati altri scontri da quando mi sono
allontanata dal gruppo.
C’è, però, qualcosa che ti devo dire: è accaduto un fatto che potrebbe spingerti a riconsiderare
la tua decisione. Io non ho detto niente a Murch, la scelta è tua e non mi permetterei d’interferire così
nella tua vita, ma forse non ti saresti aspettata quello che sta accadendo e, alla luce della tua scelta, mi
sento in dovere di riferirtelo.
C’è una ragazza che ha messo gli occhi su di lui, è molto bella e capace, non è una persona
spregevole o di cui mi va di parlare male. Sei mia cugina e so quanto la tua vita sia già stata piena di
rinunce e voglio avvisarti: vorrei darti la chance, quando torneremo a Gallaibh, di rivedere le tue
posizioni e lasciare al guerriero una porta aperta prima di perderlo per sempre. Non so dirti con
esattezza quanto sia avvenuto tra loro, né se lui la ricambi, ma mi sembrano molto vicini. Lei è una
compagnia davvero gradevole oltre che di bellissimo aspetto. Ti esorto, prima che sia troppo tardi, a
essere sincera con lui, così da non precluderti la possibilità di un futuro insieme.
In ogni caso la scelta è tua, io non dirò più nulla, né interferirò nel tuo rapporto con lui o in
quello che sta instaurando con lei, poiché non è nei miei diritti e non ho nulla contro la ragazza in
questione. Non fosse che tu sei mia cugina e che so quanto lo ami a dispetto di ciò che gli hai detto,
non potrei che essere felice per Murch.
Spero che questa mia lettera ti spinga a prendere una decisione: se lo vuoi dovrai confessargli
ciò che senti e i veri motivi che ti hanno spinto a rifiutarlo, altrimenti credo che per voi non ci saranno
altre possibilità.
Adesso devo andare, fervono i preparativi. Brian è quasi guarito e presto tornerò insieme agli
altri, spero che questa mia lettera ti giunga rapidamente.
Con affetto,
tua cugina Buonia.
Rilesse almeno tre volte quello che aveva scritto e si chiese se anche quello fosse interferire con
le scelte altrui. Non aveva parlato male di Kenina o detto più di quanto non fosse necessario, era stata
obiettiva. La turbava ancora pensare a quanto avrebbero potuto influire quelle parole sulle scelte di sua
cugina, ma sperava che le fosse rimasto un minimo di buon senso per non anticipare la prova di
rigenerazione.
Alla fine decise che doveva spedirla. Sarebbe stato un errore dire a Murch ciò che aveva in
mente Adraste senza il suo consenso, quello non lo avrebbe mai fatto, ma sarebbe stato ingiusto verso
sua cugina non avvisarla di quanto stava accadendo. Era sicuramente vero che poteva attendere di
essere a Gallaibh per farlo, ma non sapeva quanto ancora sarebbe durato quel viaggio, soprattutto per
via del fatto che Celine non aveva idea di quale fosse il luogo di forgiatura dell’Arco. Se fossero
rimasti ancora a lungo, era certa che tra Murch e Kenina il legame si sarebbe saldato sempre più, e
Adraste non avrebbe più avuto alcuna chance. Non lo trovava giusto, non dopo tutto quello che stava
facendo per accedere alla rigenerazione.
In caso fossero rimasti lì ancora a lungo, Adraste avrebbe avuto la possibilità di scrivere a
Murch e dirgli la verità.
La scelta spettava a sua cugina. Lei non avrebbe fatto più niente.
Sigillò la lettera e si apprestò a consegnarla a chi di dovere, per poi raggiungere Caswyn.
Presto sarebbero partiti alla volta del Vulcano.
Capitolo 18 ~ Riunirsi
Martedì 3 aprile
Era l’alba e i preparativi per tornare al Vulcano erano quasi conclusi .
Celine aveva fatto un ottimo lavoro guarendo tutti i Custodi e loro l’adoravano. Kenina si chiese
ancora una volta cosa fosse giusto fare. Anche lei stimava la Regina, era una persona deliziosa, si
vedeva che ci metteva tutta se stessa in ciò che faceva: pensava sempre prima di tutto al popolo,
mettendo gli interessi degli altri davanti ai suoi. Ma alla luce di quanto sapeva su lei, Aidan e Kaina,
era stupita. Non capiva perché non si fosse sbarazzata della ragazza per mandarla al castello con Brian,
tenendosi vicino l’amica. Piuttosto che pensare a se stessa e liberarsi della minaccia, aveva inviato
Buonia a prestare cure a Brian.
Kaina, al contrario, era spregevole. Inizialmente aveva avvertito una subitanea antipatia per
quella ragazza, poi, quando le aveva fatto sapere che Buonia era la cugina della donna di cui era
innamorato Murch, l’aveva trovata malvagia. Le era stata inconsciamente grata per averle regalato la
verità e l’aveva vista sotto un’altra luce. L’avevano colpita le parole che aveva detto riguardo al
guerriero che amava. Osservandoli, aveva compreso fosse Aidan e, quando la sera che erano di guardia
li aveva raggiunti per stare con lui, aveva favorito che gli parlasse. Vedendola tornare indietro
sconvolta, si era dispiaciuta per lei. Senza rendersene conto aveva stabilito un legame con lei. Per quel
motivo aveva affrontato Celine, aveva pensato che le aveva mentito su Buonia e Adraste e stesse
portando avanti una relazione clandestina con qualcuno con cui non avrebbe dovuto stare.
Aveva accettato con le pinze le giustificazioni della Regina, poi aveva visto Aidan in condizioni
sempre peggiori e si era chiesta se non fosse lei il motivo per il quale il guerriero stesse così male. Le
era apparso prosciugato di ogni energia. Era stata sul punto di andare a riferire i suoi sospetti a Erskine,
quando era stata mandata a chiamare da Celine per via del risveglio dei genitori di Camdyn. Aveva
visto il tatto usato dalla Regina nel dargli la notizia della morte del figlio e quando era arrivata Kaina
che, usando toni drammatici aveva raccontato loro nel dettaglio la morte di Camdyn, aveva capito. In
quel momento le era stato chiaro chi aveva di fronte: una persona malvagia, pronta a tutto pur di essere
al centro dell’attenzione. Conosceva poco Aidan, ma era sicura che non fosse vero che l’amasse o
l’avesse mai fatto. Si era convinta a tacere e aveva volutamente interferito per dare a Celine la
possibilità di partire con Aidan.
Quando erano tornati aveva tenuto d’occhio il guerriero: sembrava stare palesemente meglio,
come se doversi mantenere lontano da lei lo devastasse. Non riusciva a comprendere come fosse
possibile, ma osservando le dinamiche di gruppo, conscia della verità, notava lo stretto legame che li
univa: erano come due calamite e aveva notato che in certi casi si lanciavano sguardi di un'intensità
incredibile, come se stessero parlando tra loro.
Avrebbe voluto parlarne con Murch, ma non era certa che il guerriero sapesse e non voleva
coinvolgerlo. Si disse che si era concentrata così tanto su Aidan e Celine per non pensare ai suoi di
guai. Lei e Murch trascorrevano insieme tutti i turni di guardia, parlavano di tutto e per buona parte del
tempo si baciavano, ma non avevano più discusso dei sentimenti che provava per Adraste o di come
stessero le cose tra loro. Iniziava a domandarsi cosa avrebbe dovuto fare, aveva solo due scelte e
nessuna le sembrava opportuna. Poteva lasciare che le cose seguissero il loro corso e attendere il
momento della partenza, senza calcare la mano su nessun fronte. Oppure poteva spingere Murch a
chiarirle cosa provasse, ma non era certa che forzarlo fosse un buon modo per conquistarlo.
Quando tutti furono pronti per mettersi in marcia, accantonò quelle riflessioni, certa che ci
sarebbe stato un momento anche per quello. Vide Celine cedere il suo cavallo a due bambini e lei fece
altrettanto, imitata da tutti i membri della spedizione.
Il viaggio si preannunciava lungo e difficile, ma entro sera sarebbero stati al Vulcano.
Attraversarono la lunga gola che celava la Miniera, godendosi ancora per un po’ l’ombra che le alte
pareti di roccia garantivano loro. Poi arrivarono al villaggio e lì percepì tutto il dolore della sua gente. Il
luogo sembrava abbandonato, finestre e porte divelte dai nemici avevano favorito che i venti
spazzassero la sabbia sin dentro le case: sembrava che tutta la mobilia fosse sepolta sotto strati di
polvere. Ogni cosa appariva come mummificata. I piccoli giardini, senza le cure dei Custodi che
abitavano quel luogo, erano ormai divenuti la dimora di aridi sterpi e le piante alle finestre erano
completamente secche. Quel posto appariva come un villaggio fantasma.
Vide Celine avvicinarsi al primo giardino in vista.
«Purtroppo Caswyn non è qui con noi, altrimenti gli chiederei di usare le sue abilità di
plasmatore di materia per rimettere a posto questo posto immediatamente. Vi prometto che, quando
tutto sarà finito, torneremo qui e daremo al villaggio l’aspetto di un tempo», disse Celine.
La vide infilarsi nel giardino e sedersi a terra, sembrava in meditazione, una calda luce bianca
l’avvolse e poi, come per incanto, quella terra arida prese vita. Crebbero piante grasse multicolori,
cactus e un’agave, un arbusto di oleandro e tante piccole piante aromatiche: sembrava un minuscolo
paradiso in mezzo a quella desolazione. Tutti i Custodi erano incantati, le loro esclamazioni di sorpresa
erano estatiche, e i bambini erano subito corsi intorno a Celine per andare a guardare da vicino le piante
colorate. Nessuno di loro aveva mai visto all’opera i poteri della Terra e lo spettacolo multicolore a cui
aveva dato vita Celine era incantevole.
«Servirà a poco, senza cure tutto questo presto morirà, ma desideravo solo dimostrarvi che le
mie non erano parole vuote. Quando il Regno sarà sicuro e potrete tornare qui, prima di rientrare a
Gallaibh, mi occuperò personalmente di rimettere in sesto il luogo in cui vivevate», spiegò Celine. Poi
esortò tutti a riprendere il cammino, anche se non fu semplice allontanare i bambini da quel giardino
incantato. Solo la promessa di poter scorrazzare per i giardini del palazzo li convinse a rimontare in
sella.
Risalire Oitir Gaothan a piedi non fu semplice, ma quando giunsero sulla cima e poterono
ammirare il Vulcano in lontananza gli animi furono incoraggiati a proseguire quella lunga camminata
sotto il sole cocente. La discesa, se possibile, con il vento che tirava e sembrava volerli sbattere giù dal
declivio, fu ancora più impervia della risalita. Si tenevano tutti per mano, così se uno fosse inciampato
lo avrebbero sorretto, evitandogli di fratturarsi qualche arto ruzzolando giù per il pendio scosceso.
Il percorso da lì all’accampamento fu infernale. I bambini spesso si lamentavano per il caldo, la
fame e la sete, obbligandoli a sostare per rifocillarli. Purtroppo i residenti non avevano divise che li
proteggessero dal clima, erano abituati alla vita in quei luoghi, ma si muovevano solo in certi orari.
Avevano preso in considerazione la possibilità di affrontare il viaggio di notte, ma i bambini non
avrebbero retto e di conseguenza qualcuno avrebbe dovuto portarli in braccio; inoltre i residenti,
spaventati da quanto gli era accaduto mentre dormivano, erano intimoriti dal buio. Così li avevano
coperti con spessi tessuti di cotone, per ripararli dai raggi solari, però i piccoli non riuscivano a
tollerare bene il caldo come gli adulti che, seppur stremati, sopportavano in silenzio. Celine, sempre
allegra, dava loro tutto ciò che volevano, li distraeva facendo scendere su di loro una pioggerellina
leggera, per rinfrescarli dal caldo, li faceva ridere facendo vorticare loro attorno correnti di vento lieve.
In lei, l’ammirazione, a dispetto di ciò che sapeva, cresceva.
Raggiunsero l’accampamento nei pressi del Vulcano quando era quasi sera e, in lontananza,
Kenina intravide un gruppo di persone avanzare verso di loro: nemmeno si fossero dati appuntamento i
tempi erano coincisi alla perfezione.
«Mia Signora, Kenina», s’inchinò il capo delle guardie di Caisteal a Òir.
«Ben arrivati», li accolse Celine.
«Siamo pronti a prendere in consegna i residenti che avete salvato, abbiamo con noi cavalli
anche per loro», disse la guardia.
«Bene, spero che al Castello siano pronti ad accoglierli, giacché il viaggio è stato
particolarmente pesante», rispose Celine.
«Il Sovrintendente ha già dato ordine di preparare cibo e stanze per loro, il personale sarà
pronto a riceverli», la tranquillizzò lui.
Celine salutò tutti con un abbraccio, poi si dedicò a suo zio e Buonia. Era lampante lo stretto
legame che c’era tra loro.
Cenarono tutti insieme davanti al fuoco, facendo il punto della situazione per il giorno seguente,
poi Celine la prese da parte.
«Quando saranno tutti andati a dormire, raggiungimi nella mia tenda: come promesso ti
mostrerò ciò che lega me e Aidan. Porta anche Murch, lui sa», le disse sotto voce.
«Perché me lo hai detto?», domandò stupita.
«Perché so cosa provi per lui e che non lo tradiresti mai», rispose Celine.
Kenina rimase vigile per tutto il resto della serata, non vedeva l’ora che tutti andassero a
dormire e si levassero dai piedi, specialmente Kaina che aveva ripreso a ronzare attorno ad Aidan.
Decise d’intervenire per liberarlo dalla seccatura.
«Kaina», disse ad alta voce, avanzando verso di loro.
«Sto parlando con lui», replicò lei in malo modo.
«M’importa poco, non mi è parso che l’altro giorno ti sia fatta problemi a inserirti in una
discussione alla quale non eri stata invitata a partecipare», rispose lei, decisa a non mollare.
«Quelle persone avevano il diritto di sapere com’erano andate le cose», si difese Kaina.
Kenina notò che si trincerava sempre dietro la scusa di dire la verità, ma era ormai certa lo
facesse solo quando le conveniva.
«E quale fonte migliore se non la bocca della verità, dico bene, Kaina?», chiese sarcastica.
«Vedo che sei riuscita a farti riconoscere da Kenina anche dopo pochissimo tempo», rincarò la
dose Aidan.
«Tu sei solo uno stupido che presto soffrirà per non voler ascoltare la mia verità», lo aggredì
Kaina, «e tu non sapresti neppure che Buonia e Celine tramavano contro di te, se non te lo avessi
detto!», esclamò alla sua volta.
«Oh, stavano tramando contro di me? E in che modo di preciso? Hanno forse minacciato Murch
di essere cacciato se mi rivolgeva la parola?», domandò, guardandola con disprezzo.
«Siete solo degli stupidi idioti, accecati dalla facciata di quella bambolina leziosa», sputò Kaina,
dandole una spallata e ritirandosi nella sua tenda.
«Grazie», le sorrise Aidan.
«Non c’è di che, era un po’ di tempo che volevo togliermi la soddisfazione d’infastidirla»,
rispose Kenina.
Poi gli diede le spalle e si diresse verso la tenda di Murch per andare a chiamarlo.
L’accampamento era finalmente silenzioso. Raggiunsero insieme Celine, e Kenina si fermò a
osservarla: sembrava la personificazione della grazia quella sera. I lunghi capelli rossi sciolti, tenuti
lontani dal volto con un bellissimo fermaglio; un abitino bianco, con le spalline sottili e due fiocchetti,
l’orlo sopra le ginocchia era di pizzo. Una collana spariva nella scollatura dell’abito, i piedi erano
calzati in delicati sandali.
«Datemi le mani, faremo prima. Vi porterò io, giacché non sapete dove andare», li accolse
Celine.
Fecero come era stato detto loro e Kenina rimase a bocca aperta nello scoprire la grotta in cui la
condusse Celine. Era nata lì e non aveva mai visto quell’apertura, era convinta che neppure suo padre
la conoscesse.
«Questo posto è fantastico!», esclamò. «Lo hai fatto generare da Caswyn?».
«No. È opera dello Spirito del Fuoco, Caswyn ha solo creato il masso che la mimetizza al di
fuori. Temevo che qualcun altro la scoprisse e volevo usare il luogo per stare da sola con Aidan»,
spiegò Celine.
«Prima che mi mostri ciò che vuoi farmi vedere, vorrei dirti che vi ho osservato e penso di aver
capito quanto siano profondi i sentimenti che vi legano. Ho deciso che comunque non parlerò», si
sorprese a dire Kenina.
«Userò lo stesso potere che hai visto al fiume, senza l’aiuto di Aidan, così ne vedrai le
conseguenze e ciò che è in grado di fare lui per me», disse Celine.
La osservò, sembrava stesse quasi raggiungendo uno stato di concentrazione, poi tra le sue mani
prese vita un’aura di luce bianca e potente, s’ingrandì rapidamente, quasi riempiendo lo spazio della
caverna. Lei ne era completamente avvolta, sembrava tutt’uno con il fulgore che emetteva. Fu certa che
stesse dando più potenza al fenomeno, quando si accorse che l’intensità del bagliore crebbe, divenne
quasi accecante e le ferì gli occhi a tal punto che fu costretta a chiuderli. Poi improvvisamente si spense
e Celine svenne.
Aidan fu talmente lesto a prenderla tra le braccia che nemmeno ne colse il movimento. La
preoccupazione sul suo viso era talmente grande da risultare dolorosa. Si mise in ginocchio tenendola
tra le braccia, la guardò come se fosse esistita solo lei. Lo vide prenderle una mano tra le sue e poco
dopo una luce calda si diffuse avvolgendo il corpo della Regina. Era diversa dal bagliore precedente,
ma non meno bella.
Lei si riprese quasi subito, sorrise al guerriero e si sporse verso di lui, baciandolo. Come se loro
non ci fossero, non esistessero, poiché era chiaro che il centro del suo mondo fosse lui. Kenina non
riusciva a smettere di guardarli: erano bellissimi insieme, la perfetta rappresentazione dell’amore, il
modo in cui si toccavano e guardavano faceva male al petto.
«Stai bene?», domandò lui, quando lei si staccò dalle sue labbra.
«Sai che non potrebbe essere diversamente», sorrise lei.
Kenina notò come anche un suo sorriso illuminasse il volto di Aidan, tutto in loro urlava che
dovevano stare insieme. L’aveva toccata di più avere la possibilità di spiare quel bacio, che non quanto
avesse fatto lui per lei.
«Non mi sperticherò in teorie su cosa possa essere questo potere, so già che è diverso da
qualsiasi cosa io abbia mai visto o studiato. Immagino che vogliate stare soli e ne avete tutto il diritto,
non desidero rubarvi altro tempo. Non sarò io a condannare un amore del genere», disse, prendendo per
mano Murch e lasciandosi alle spalle la grotta.
«Quello che ho visto è impossibile, eppure è accaduto davvero», disse rivolta a Murch, la mano
del guerriero nella sua.
«Lo è, eppure è vero, come anche ciò che li lega. Tu non c’eri quando si sono conosciuti, ma è
stato chiaro a tutti sin dalla prima volta che li abbiamo visti insieme quanto si amassero», rispose lui.
«È un sentimento talmente totalitario da ferire chi lo osserva, ti chiedi se potrebbe mai esistere
anche per te un amore del genere...», osservò Kenina.
«Io credo che ogni amore sia diverso, ma non posso che essere d’accordo con te: Celine e Aidan
dovrebbero poter stare insieme liberamente. Credimi, se non fossero certi che il Consiglio li
separerebbe, lo farebbero».
«Lo immagino. Credo che nessuno dovrebbe tentare di dividerli, ma le nostre leggi parlano
chiaro in merito ai Prescelti; io stessa, quando ho compreso la cosa, ero pronta ad andare a riferirla a
Erskine. Chi altro lo sa?», domandò Kenina.
«Tutti coloro che gli sono più vicini, ma Ermer ed Erskine no. Sai, io credo che il Maestro abbia
dei sospetti e che preferisca rimangano tali: se qualcuno gli dicesse qualcosa avrebbe poi l’obbligo
morale di riferire al Consiglio, e non penso desideri trovarsi in questa situazione», rispose Murch.
Kenina comprendeva benissimo, era molto forte il legame che si sviluppava tra un Maestro e i
suoi sottoposti in una Divisione. Diventavano quasi come dei figli di cui ci si prendeva cura: punirli
sarebbe stato difficile e doloroso. Immaginava che per Erskine sarebbe stato penoso far mettere Aidan
al bando. Era certa che non conoscesse la portata del loro legame, altrimenti avrebbe interferito.
Trovava facile sposare la scelta di Murch: sarebbe intervenuto solo davanti all’evidenza.
Era sera e Brian sapeva che Mavi sarebbe sopraggiunta da un momento all’altro. Non vedeva
l’ora di riaverla lì con lui, e al contempo temeva quel momento.
Un lieve bussare alla porta annunciò che era arrivata.
«Sei bellissima», l’accolse.
Mavi indossava un abitino leggero bianco, i capelli adesso lucenti e ordinati ed emanava un
inteso profumo di viole. Sembrava che la primavera fosse entrata in quella stanza. Lei andò a sedersi
sul letto vicino a lui, si avvicinò per baciarlo, ma lui la fermò.
«Aspetta, devo parlarti prima», disse, respingendola.
«Dimmi», lo esortò Mavi preoccupata.
«Oggi Buonia mi ha tolto le bende, so che hai già visto le condizioni in cui ero durante la mia
incoscienza, ma magari avevi pensato che le cose sarebbero andate a posto. Devi sapere che non
tornerò come prima, le cicatrici rimarranno per sempre come sono adesso, Buonia me lo ha detto»,
spiegò andando dritto al punto.
«Lo aveva detto anche a me, Brian. Pensi davvero che m’importi? Credi che dopo aver passato
giorni e notti a pregare affinché tu sopravvivessi, m’interessi di qualche centimetro di pelle in meno?»,
domandò lei diretta.
«Non si tratta di qualche centimetro di pelle in meno, Mavi, e tu lo sai bene. Metà del mio
torace è deturpato, la pelle sembra cera sciolta ed è raccapricciante», insisté lui. Voleva fosse ben
preparata al fenomeno da baraccone che era diventato.
«Brian, ho già visto, so come sarà e non m’importa», ribadì Mavi.
«D’accordo», rispose lui.
Afferrò i lembi della maglia e se la tolse, sarebbe stato inutile rimandare il momento in cui
avrebbe dovuto vedere quello scempio. Non disse niente, attese fosse lei a parlare. Mavi fissava i suoi
pettorali scolpiti, e lui si chiese se provasse pena o disgusto; poi avvertì il tocco della sua mano. Era la
prima volta che lei lo accarezzava.
«Mavi, ti prego, dimmi qualcosa», la sollecitò.
Lei finalmente riportò lo sguardo sul suo volto: non gli sembrava disgustata, ma tratteneva il
respiro.
«Io le trovo bellissime», lo stupì Mavi, «sono la prova tangibile del tuo amore per me. Avresti
dato la tua vita per la mia. Se Buonia non avesse inventato quella pozione, saresti morto. Queste
cicatrici sono il segno di cosa saresti stato disposto a perdere per me, mi hanno aperto gli occhi, mi
hanno fatto comprendere quanto fosse stupido rifiutare l’amore per orgoglio. E io le amo, proprio come
amo te».
Poi si avvicinò di nuovo per baciarlo e questa volta glielo lasciò fare, non aveva più senso
respingerla. Il contatto con le sue labbra, unito alle parole che le aveva detto, gli diede una scarica che
lo attraversò da capo a piedi. Cinse la vita di Mavi, trascinandola dal bordo del letto in braccio a sé.
Voleva stringerla, sentirla vicino.
«Brian, non dovresti, stai ancora male», cercò di opporsi Mavi preoccupata.
«Non devo combattere, ma non sto abbastanza male per non poter finalmente stare con te»,
rispose lui.
Si scambiò uno sguardo con Mavi, sapeva quanto lei fosse diversa dalle altre, la conosceva.
Coglieva ciò che voleva senza curarsi troppo delle conseguenze e apparenze, per questo non si poneva
limiti con lei. Erano vicini da troppo per quelle convenienze fasulle. Sapeva di non prenderla in giro,
appena possibile l’avrebbe sposata: Mavi era l’amore della sua vita.
Gli occhi di lei, gli rimandarono i suoi stessi pensieri. Riprese a baciarla, le labbra schiuse, i
respiri che si fondevano. Avvertì due tonfi, le scarpe di Mavi che cadevano a terra, poi percepì il suo
corpo muoversi mentre si spostava sul letto di fianco a lui. Solo allora si rese conto di quanto era
fortunato ad avere quei segni addosso, di quanto gli fosse stato concesso e fu immensamente grato di
poter vivere quel momento. Finalmente era insieme alla donna che amava.
«Sei convinta di aver fatto la cosa giusta?», fu la prima cosa che le domandò Aidan, quando
furono finalmente soli.
«Sì, Kenina è dalla nostra parte, mi era già chiaro prima di questa sera, ma era giusto che le
mostrassi tutto. Lo meritava. Non ci tradirà», rispose Celine.
«Tra poco dovremo tornare. Domani mattina ci aspetta una lunga spedizione, hai usato un sacco
di energia ed è bene che riposi», disse Aidan, che come sempre si preoccupava troppo per lei.
«Non ancora, Aidan. Ho bisogno di parlarti, devo dirti qualcosa che ti ho taciuto», ammise
Celine, vedendolo sgranare gli occhi.
«Quando eravamo alla Miniera non potevo affrontare l’argomento e quando abbiamo avuto del
tempo per noi tu stavi così male, ho temuto di farti stare ancora peggio. Ti avevo già mentito la prima
volta che siamo andati al Castello, con Brian incosciente, quando eravamo nella mia stanza e ti sei
accorto che qualcosa non andava in me», proseguì Celine che desiderava arrivare al punto, ma ci girava
intorno perché le mancavano le parole.
«Ho paura, Aidan, ho il terrore di ferirti. Te?net mi ha parlato di nuovo, mi ha rammentato
quanto sbagliato sia il nostro stare insieme, ma questa volta ha usato una leva ben peggiore. Ha usato
te. Mi ha fatto sentire piccola e meschina, mi ha fatto notare quanto dolore potrei causarti, mi ha
chiesto di domandarmi come starai quando il Prescelto giungerà e amerò lui e non te. So che ti ho
sempre detto che non accadrà mai, Aidan, che ciò che provo per te non potrà mai essere oscurato da
nulla, ma mi rendo conto che è solo una mia convinzione. Io non sono nessuno».
«Celine...», tentò d’interromperla Aidan.
«No. Aspetta, fammi finire. Tu hai sempre cercato di starmi lontano, di ricordami che non
potevamo stare insieme. Io ho insistito, ti ho reso la vita impossibile, ti ho fatto crollare, ti ho costretto
a cedere per me, ma solo ora mi rendo conto di quanto io sia stata egoista e meschina. Non credo,
ancora adesso, che ci sarà un giorno in cui i miei sentimenti per te cambieranno, ma voglio offrirti una
possibilità che ti ho sempre negato, quella di dirmi no, di allontanarti da me. Sono indegna del tuo
amore e del sacrificio che stai facendo per me, solo ora me ne accorgo e sto male al solo pensiero di
cosa potrà causarti in futuro il nostro legame», terminò Celine. Guardava il pavimento della grotta,
incapace d’incrociare lo sguardo di Aidan, terrorizzata da cosa avrebbe letto in quegli occhi che amava.
Lui la costrinse a guardarlo.
«Celine, non cambierebbe niente. Soffrirei comunque, poiché dal primo attimo in cui sei entrata
nella mia vita l’hai cambiata. Io ti amo, ti amavo anche quando ti respingevo e continuerei ad amarti.
Sono il primo che rammenta sempre a se stesso che non mi appartieni, sono consapevole del rischio che
affronto stando insieme a te; penso spesso a quando tutto questo mi sarà strappato, ma non m’importa.
Non mi è mai importato. Io ti respingevo solo per proteggere te, non me stesso. Sai, anche Kaina me
l’ha fatto presente qualche sera fa. Mi ha chiesto come posso amare qualcuno che so già mi farà
soffrire. Vuoi sapere che cosa le ho risposto?».
Celine annuì, le lacrime che le bagnavano il viso.
«Io non amo ciò che potrebbe darmi, non auspico la felicità che deriverebbe dal suo amore, amo
lei e basta. Non cerco qualcosa per me stesso, la sua felicità sarà la mia, qualsiasi sia la strada che
sceglierà di percorrere», disse Aidan, fissandola intensamente.
«Non lo merito, Aidan, sono stata una vera egoista a metterti in questa condizione. Se penso a
ciò che potresti avere con lei...», si lasciò sfuggire Celine.
«Con lei?», domandò Aidan sconvolto. «Celine, che cosa ti ha detto».
«Mi ha rivolto quasi le stesse parole di Te?net ancora prima che le ascoltassi da lui, mi ha detto
che stava pensando di intraprendere la strada della rigenerazione per stare con te», ammise Celine.
«Un’eternità con Kaina, preferirei morire cento volte», scherzò Aidan, cercando di tirarla su di
morale.
«Aidan, io non posso nemmeno stare davvero con te, e lo voglio, sapessi quanto. Con un’altra
potresti avere una vita normale. Non so neppure quanto durerà tutto questo e mi sembra d’impazzire!»,
esclamò Celine.
Aidan la strinse, facendole poggiare la testa sul petto. Sentire il suo odore la fece stare bene, ma
avvertire le sue braccia attorno a sé le rimandò anche altre sensazioni, desideri che sapeva di dover
reprimere.
«Non voglio stare con un’altra, Celine. Non voglio averla nel mio letto, baciarla o stringerla tra
le braccia, voglio te e poco m’importa di ciò a cui sono costretto a rinunciare. Te l’ho già detto», ripeté
lui per l’ennesima volta.
Eppure Celine lo voleva così intensamente, non riusciva a credere fosse vero. Era certa che
Aidan la amasse, ma non riusciva a comprendere come potesse, visto come aveva vissuto fino a prima
di lei.
«Aidan, io prima dicevo sul serio, ti offro la possibilità di lasciarmi, di allontanarti da me, di
unirti a una ragazza che possa stare davvero con te, che non impugni un coltello del quale sai già che la
lama ti farà a pezzi. Voglio tu ci pensi e mi risponda seriamente», lo esortò.
«Celine, io ci sono sempre stato per te, e ci sarò per sempre. Quando ho accettato di stare con te
lo avevo promesso: mai più mi tirerò indietro da tutto questo, voglio viverlo e sarò sempre al tuo
fianco, fino a quando tu lo vorrai. Non so quali parole usare o in quale forma io debba metterlo per farti
comprendere cosa provo e come sarebbe la mia vita senza di te. Sei impressa sulla mia pelle, nel mio
cuore, nella mia anima e tutto questo brucia, come fuoco che divampa, come ciò che sento per te. È
sempre stato così, anche quando lo negavo, ti maltrattavo, ferivo, allontanavo, ogni volta che ceravo di
nascondermi i miei sentimenti mi ritrovavano sempre: tu sei colei che mi ha riportato alla vita, io ero
morto e non lo sapevo. Un bellissimo guscio che non conteneva nulla, il vuoto stava divorando la mia
anima, ero capace di provare solo rabbia, odio contro i nemici, desiderio di vendetta e, come
giustamente ricordi, impulsi sessuali. Il resto non esisteva. Ora non è più così e non posso tornare
indietro, mi hai riempito e non sono in grado di diventare ancora un guscio vuoto», disse Aidan,
sconvolgendola perché non si aspettava che si mettesse così a nudo con lei.
Il modo in cui la guardava le faceva sentire il corpo cosparso da brividi, la mano con cui le
cingeva la vita le sembrava incandescente, come le dita con cui le sfiorava il volto per obbligarla a
guardarlo. I suoi occhi ardevano di una luce calda.
«Se penso alla tua assenza, già mi manchi, mi sento incompleto senza te e mi sembra
impossibile che proprio io sia in questo stato per una ragazza. Ma, Celine, credimi: ti amo anche per
questo, perché sei insostituibile, non so e non voglio farne a meno. Tutte le volte che penso dovrei
lasciarti andare mi ripeto che non posso cancellarti e non ne sarei nemmeno capace; rivivo
costantemente gli attimi in cui mi dici che ci apparteniamo. Quando sei persa nei tuoi pensieri, quando
ti osservo guardare l’orizzonte o sei lontana e galleggi nei tuoi sogni mentre dormi, mi chiedo se sono
io ciò che vedi, se mi pensi come faccio con te, se lo merito», continuò lui, quasi togliendole il respiro,
baciandola delicatamente ogni volta che metteva un punto a una frase.
«Volevi che facessi qualcosa in grado di dimostrarti quanto ti amavo, una follia solo per noi, un
gesto che andasse contro ogni logica, contro ogni forma di autoconservazione. So che quando non sarai
più mia impazzirò, mi è sempre stato chiaro, ma l’ho fatto per renderti felice. Non potevo più vivere
incrociando il tuo sguardo carico di disprezzo, non riuscivo più a respirare, anelavo che tu mi guardassi
come fai ora. Mi fai sentire perfetto, unico al mondo. Anche io ho paura, Celine, temo l’attimo in cui
mi vedrai davvero per ciò che sono e mi dirai che ti dispiace, che non volevi ferirmi, ma che ami un
altro e non puoi farci niente. Eppure accetto il rischio, perché anche questa piccola parte di te è molto
più di quanto mi sarei aspettato dalla vita. E ora mi chiedi se desidero lasciarti?», le domandò senza
mollare i suoi occhi.
Celine annuì impercettibilmente. Il cuore sembrava esploderle nel petto, il corpo bruciava e le
urlava di stringersi a lui, di smetterla di parlare di soffocare quelle parole con l’amore .
«No, Celine, non voglio. Dimmi solo che vuoi una vita insieme a me, davanti a tutti, che mi
desidereresti per sempre, che mi sposeresti domani. Dimmi che la vuoi un’eternità insieme per
sopportarci a vicenda, prenderci cura di noi, amarci in modo totalitario. Dimmi che vorresti passare
giorni nel mio letto, che anche tu desideri finalmente viverci, lontani da tutto questo. E mi basterà. Mi
basterà per sempre perché so che in questo momento è vero, che lo senti, lo vuoi, che non hai un
vincolo sul cuore che ti obbliga ad amare un altro. Fammi sapere che ora sceglieresti me, che lo vorresti
per sempre», concluse Aidan, gli occhi che la divoravano.
«Vorrei avere il tempo per insegnarti a sorridere sempre, l’eternità per farti capire quanto tu sia
perfetto per me e ogni giorno di quella vita eterna viverlo nel tuo cuore», sussurrò Celine, incatenata al
suo sguardo. «Vorrei sapere se mi desideri quanto ti voglio io, perché a volte mi sembra di bruciare,
proprio come adesso, e tu sei l’unica cosa che può farmi stare bene».
«Muoio dalla voglia di averti per me, Celine. Tu non sai quanto...», le rispose Aidan più diretto
di quanto fosse mai stato.
«Vorrei fondermi con te, come le nostre anime hanno già fatto, poiché esse sembrano essersi
conosciute in una vita precedente», disse Celine, sfiorandogli il viso.
Con il cuore in gola, l’aria che sembrava mancarle, le membra che erano divenute gelatina,
trovò la forza di sporgersi verso di lui per baciarlo. E Aidan rispose al bacio, ma non fu come tutte le
altre volte, non fu tenero, non fu delicato, non fu cauto. La strinse a sé quasi con rabbia, la divorò. I
respiri si fondevano, il corpo premuto contro il suo. Celine, che era in braccio a lui, si spostò in modo
da stargli di fronte, per poterlo abbracciare ancora, e ancora, quasi con disperazione. Gli allacciò le
gambe dietro la schiena perché non era mai abbastanza, la distanza le sembrava sempre troppa e lui, per
la prima volta, appariva perso davanti a quelle sensazioni. La teneva stretta contro il suo corpo con una
forza tale da toglierle il respiro, ma a lei non importava perché era ciò che voleva. Dopo mesi fece
qualcosa che si era ripromessa di non fare: iniziò a sbottonargli la divisa.
Aidan, le labbra ancora incollate alle sue, le afferrò un polso bloccandola, ma non smise di
baciarla. Allora Celine allontanò la bocca dalla sua, quel tanto che bastò per parlare. Scrutò il fuoco nei
suoi occhi e vide che era sempre acceso.
«Ti prego», sussurrò a fior di labbra.
Lui abbassò lo sguardo sulla sua bocca, il respiro accelerato, e Celine riprese a baciarlo. Aidan
le lasciò andare la mano. Il cuore le schizzò nel petto come un colibrì impazzito, ma la paura non la
fermò: riprese a sbottonargli la divisa, gliela fece scivolare giù dalle spalle, lentamente. Lui interruppe
l’abbraccio per liberare le braccia, poi la strinse nuovamente a sé. Non le sembrava vero. Il profumo
della sua pelle le invase l’anima; ripensò alla prima volta che lo aveva sentito e lo inspirò quasi come
fosse una droga. Luce, liquirizia e un prato bagnato dalla pioggia.
Incerta, iniziò ad accarezzare quella pelle che bramava di toccare da mesi. Le braccia aggraziate
modellate dalla battaglia, esili quanto letali; la pancia piatta, gli addominali scolpiti, la schiena ampia e
liscia, i dorsali in evidenza. Lo stava disegnando con le dita ed era il capolavoro più bello che avesse
mai tracciato. Dalla schiena risalì sulle spalle, poi scese sui pettorali, accarezzando lentamente quel
corpo che amava, perché era quello di Aidan.
Si scostò dalle sue labbra, gli baciò l’angolo della bocca, la mandibola, poi il collo, lentamente.
Avvertiva la tensione del suo corpo, poi dalle labbra di Aidan sfuggì un gemito e Celine avvertì un
tocco che mai avrebbe immaginato di sentire: la mano di Aidan, timorosa, le accarezzava la gamba e
risaliva dal ginocchio. Si accorse che il suo abitino era completamente raccolto attorno ai fianchi, ma
non le importò perché lì c’erano solo loro due e Aidan poteva avere tutto ciò che voleva. Continuò a
baciargli il collo, e lui a toccarla. Risalendo piano per le braccia, le posò le mani sulle spalle; fece
scorrere i pollici sulle sue clavicole provocandole brividi caldi. Si scostò da lui, voleva poterlo
guardare.
In quel momento era suo.
Il medaglione, prova del loro amore, riluceva sul suo petto nudo. Le mani di Aidan tremavano
quando presero tra le dita i nastri che trattenevano il suo abito a canottiera. La interrogò con lo sguardo.
“Sì”, disse lei con la mente, perché usare le parole sarebbe stato sbagliato, avrebbe rovinato
tutto.
Le sue sensazioni erano amplificate, sentiva tutto, come in un film al rallentatore. Il frusciare
della stoffa che, senza più sostegno, cadeva; l’aria sulla schiena e lo sguardo di Aidan che la osservava
in silenzio, quasi con reverenza, come se fosse stata la cosa più bella che avesse mai visto. Celine
ringraziò mentalmente la fissa di Kerra per i completini di pizzo coordinati con gli abiti da riposo, o
avrebbe indossato qualche orrendo reggiseno di cotone di cui si sarebbe vergognata a morte.
Lui continuò a fissarla, immobile. Scrutava i suoi occhi, il suo corpo. E allora lei si avvicinò per
baciarlo di nuovo, per provare finalmente com’era sentire quella pelle sulla sua. Quel contatto la fece
divampare, si aggrappò a lui piantandogli le unghie nelle scapole, dimentica della delicatezza e delle
precauzioni gli morse il labbro inferiore. Finalmente assaporò la sensazione delle mani di Aidan sul suo
corpo: stava succedendo davvero. Lui la stava toccando, ed era meraviglioso avvertire tutta la sua
paura, la sua fragilità, il suo amore. Le sue dita la sfioravano con gentilezza, come se temesse di
chiedere troppo. La stava conoscendo. Teneva gli occhi chiusi, dimentico delle barriere che lui stesso
aveva eretto.
Sentì le sue mani risalire lungo la schiena, passare oltre il gancio del reggiseno e ridiscendere; si
strinse più forte a lui per fargli capire che lo desiderava, che voleva continuasse a spogliarla e lo sentì
tornare indietro, lentamente. Prese tra le dita quel piccolo pezzo di stoffa che faceva ancora da barriera
tra i loro corpi e le sfuggì un singulto soffocato al pensiero di ciò che stava per accadere. Avvertì la sua
incertezza per quella reazione e lo baciò con forza: voleva che capisse che non le importava, desiderava
che andasse avanti. Quel fuoco ormai la stava riducendo in cenere, stava bruciando.
Una luce potentissima si sprigionò dai loro corpi congiunti, obbligandoli a chiudere gli occhi.
Non aveva colore, era intensa, trasparente, meravigliosa, pura, impossibile da guardare più di qualche
secondo. Celine nascose il volto nell’incavo, tra il collo e la spalla di Aidan. Non capiva cosa stesse
accadendo. La luce divenne più forte. Non riusciva più a vedere, si stringeva a lui spaventata e non si
rese conto che le mani di Aidan cercavano di slacciare le sue, finché lui non parlò.
«Celine, lasciami, allontanati da me. Più mi stringi e più diventa forte», le disse allarmato.
A malincuore lo lasciò andare, si tirò indietro, scese da sopra le sue gambe, sempre accecata da
quel bagliore incredibilmente bello e impossibile da guardare. Poco per volta si spense.
«Stai bene?», domandò lui allarmato, avvicinandosi. I suoi occhi erano spaventati, ma non era il
tipo di paura reverenziale che le aveva mostrato prima, era diverso. E Celine seppe che, qualsiasi cosa
stesse succedendo tra loro, era finita.
Incrociò il suo sguardo. Non sapeva cosa dire, lì mezza svestita, il respiro ancora convulso per
ciò che stava accadendo, le labbra gonfie per quei baci proibiti che si erano dati. Aidan le tirò su il
vestito, allacciandole i nastrini, teneva gli occhi nei suoi; poi lei si accorse che le mani gli tremavano
ancora e ne prese una tra le sue.
«Sono le sensazioni più belle e sconvolgenti che io abbia mai provato», gli disse, dimentica
dell’imbarazzo del momento. Non poteva farla finire così, senza dir nulla.
«Era la prima volta che amavo qualcuno», rispose lui senza abbandonare i suoi occhi. «Non
sono pentito, se è questo che ti stai chiedendo. Non lo sono anche se dovrei, non sono l’anima pura che
pensi, Celine. Ho anche io dei difetti e il mio più grande punto debole sei tu. Tu. Il mio cuore, il mio
cervello, il mio corpo, i miei respiri: tutto ti appartiene. Tu sei la cosa più bella che abbia mai visto, non
dimenticherò mai ciò che è successo tra noi questa notte», rispose lui, stupendola per non aver
cambiato discorso.
«Ora lo so, Aidan. Non permetterò mai a nessun altro di toccarmi così, e un giorno tutto questo
sarà la nostra vita insieme, lo voglio», sussurrò lei, stringendosi a lui e ignorando fosse ancora svestito,
poggiando il suo viso sul suo petto nudo, inspirando il suo profumo.
Avvertì la sua mano che le accarezzava i capelli.
«Penso siano stati gli Spiriti, Celine. Dovresti avercela a morte con me: stavo per fare qualcosa
d’irreparabile», le fece notare.
«Credo anch’io che siano stati loro, e lo stavi facendo perché io ti ho implorato di farlo, Aidan.
Noi ci apparteniamo, e tuo lo sai».
«Lo so», la sorprese lui. Poi le posò sulle labbra un bacio delicato e diede un’occhiata
all’orologio. «Celine, dobbiamo tornare, sono le tre passate, non mi sono nemmeno reso conto dello
scorrere del tempo», disse, infilandosi la giacca della divisa.
Si diedero un ultimo bacio prima di uscire dalla grotta.
Fuori, rimasero stupefatti: un magnifico spettacolo si palesò davanti ai loro occhi. La notte era
oscura e profonda, il cielo sembrava un pozzo nero senza fine, doveva essere coperto perché non si
vedevano né la luna né le stelle ma, al centro di una grande pianura, qualcos’altro illuminava il buio.
«Deamhan an çhenney», disse Aidan, quasi con reverenza.
“Diavolo di fiamme”, tradusse mentalmente Celine.
Uno spettacolo terrificante e meraviglioso, sembrava dividere il cielo, spaccandolo a metà e
mandando bagliori rossi e arancioni. Una tromba d’aria di fuoco che vorticava nella notte.
«È un raro fenomeno che avviene in questo luogo, non se ne conoscono bene i motivi. Una
probabile reazione di qualche giacimento di lava sotterraneo che, per qualche assestamento della terra,
è in contatto con il freddo della notte nel deserto, le correnti poi fanno il resto. Sembrano come guidate
dalla mano di Te?net, ma non hanno mai travolto nessuna abitazione o persona. Siamo tra le
pochissime persone ad aver avuto l’onore di osservarne una, chissà cos’è accaduto. Hai sentito il
terreno vibrare prima?», domandò Aidan, quando finì la sua spiegazione.
«È già tanto se mi sono accorta che esisteva un terreno sul quale ero poggiata, Aidan. Ero io a
tremare», scherzò Celine.
«Mi fa piacere sapere di fare ancora questo effetto alle donne, anche se ormai sono da mesi
fuori dal mercato...», la stuzzicò lui.
«Questo effetto d’ora in poi lo farai solo a me», cedette alla provocazione Celine, puntandogli
un dito sul petto.
«E a nessun’altra lo vorrei fare», la sorprese lui, afferrandola a sorpresa e sollevandola in
braccio.
Celine gli circondò il busto con le gambe e si baciarono, sotto il cielo nero screziato di fuoco, di
fronte a quell’incredibile spettacolo della natura. Dimentichi che esisteva un mondo in cui il loro amore
non avrebbe dovuto esistere, ridendo come due bambini che giocavano innocentemente. E in quel
momento furono davvero felici.
«È ora di andare a letto, amore mio. Domani sarà una giornata lunga, ma sono felice di aver
speso queste ore con te», disse Aidan mettendola giù. «Prima tu», la esortò a materializzarsi nella
propria tenda.
Celine gli sorrise, il cuore che le batteva ancora forte nel petto. Soddisfò il suo protettore
preferito, materializzandosi per prima.
Giunta nella sua tenda, s’infilò subito nel sacco a pelo.
L’odore di Aidan ancora impresso sulla pelle l’avrebbe accompagnata nei sogni.
La rabbia cieca che lo stava attraversando era pari al desiderio di distruggere che provava. In
quel momento non poteva, non ancora. Doveva aspettare di recuperare l’Arco, solo dopo si sarebbe
potuto occupare di loro: Aidan e Celine.
Li odiava.
Desiderava uccidere Aidan dalla prima volta in cui lo aveva visto quella sera a Venezia, in casa,
quando ancora viveva una patetica vita da umano, quando non conosceva la verità, o almeno non tutta.
Il desiderio di ucciderlo gli era sbocciato nel petto quando era stato subito evidente ciò che sentiva
Celine per lui: lo amava. Lo aveva capito appena aveva notato come lo guardava, quegli occhi non
avevano mai indugiato su di lui un secondo in più. Grazie alla sua marionetta, sapeva anche come lo
toccava, come si faceva baciare e i sospiri che le sfuggivano quando era tra le sue braccia. Entrambi
l’avrebbero pagata, lui sarebbe morto e lei sarebbe stata sua. Quando il momento fosse finalmente
giunto, non avrebbe potuto fare nulla per opporsi, gli sarebbe appartenuta.
Aveva ascoltato i loro stupidi discorsi sul loro amore, su quanto volessero stare insieme e l’odio
era cresciuto a dismisura. E mentre lei lo implorava, era nauseato. Sarebbe dovuta essere sua, quelle
carezze avrebbe dovuto desiderarle da lui, stare tra le sue braccia e non con quel patetico guerriero. Lo
avrebbe schiacciato come meritava e sapeva che quando fosse morto lei si sarebbe piegata, perché la
cosa l’avrebbe distrutta e non le sarebbe importato più di nient’altro. Era già tutto programmato,
doveva solo aspettare. A breve avrebbe potuto raccogliere i frutti del suo lavoro.
Quando era uscito dalla mente della sua marionetta, ed era tornato in possesso del suo corpo, si
era guardato allo specchio, aveva osservato davvero se stesso, non smetteva di farlo da quando Fàs gli
aveva finalmente rivelato tutto.
«Urchaid, il padrone ti vuole subito, dovevi andare da lui più di un’ora fa», disse uno dei
guerrieri Ombra alle sue spalle.
«Sarà ben felice del mio ritardo questa volta», rispose malevolo.
Uscì dalla sua stanza senza degnare di uno sguardo l’altro, e si diresse verso la sala nera, l’unico
luogo dove Fàs poteva comunicare direttamente con lui.
«Urchaid, ti ho dato la verità e amplificato il tuo potere, posso avere in cambio la tua
obbedienza o devo riprendermi questi doni?», lo accolse scontento.
«Ho fatto qualcosa per te...», tentò d’iniziare Urchaid.
«Quello che devi fare per me è uccidere Aidan, devi farlo rapidamente, appena possibile, perché
solo così saremo al sicuro. Quando lui sarà morto potrai avere ciò che desideri; quando Celine sarà qui
la sua mente sarà nostra e tutti gli altri periranno. Dobbiamo escogitare qualcosa per accedere al Regno
del Fuoco», fece presente Fàs, decisamente irato.
«Se mi lascerai parlare, ti dirò ogni cosa, potrai essere fiero di me e tranquillizzarti sui nostri
propositi», replicò Urchaid.
«Come faccio a essere tranquillo sui nostri propositi, quando non possiamo neppure accedere a
quel maledetto posto? Quando troveranno l’Arco non avremo neppure una possibilità di sottrarglielo!».
«E invece sì. Ho tenuto per me i miei piani, perché prima di parlartene volevo essere certo che
tutto funzionasse e che il mio contatto fosse realmente fidato. Adesso ne ho la prova», lanciò l’amo
Urchaid.
«Di che cosa stai parlando? Spiegati in fretta, prima che io perda la pazienza», lo ammonì Fàs.
«C’è un traditore tra loro, qualcuno che non apprezza così tanto Celine », iniziò a spiegare
Urchaid.
«Come fai a sapere che non ti tradirà, che davvero ti concederà ciò che ti ha promesso? Nessuno
di loro arriverebbe a tanto, ci ho provato in tutti questi anni e non sono mai riuscito a corrompere
davvero un Custode».
«Lo ha già fatto: abbiamo completato il rituale. Questa sera mi ha mostrato qualcosa attraverso i
suoi occhi, qualcosa di molto interessante e, molto presto, avremo ciò che vogliamo. Questa battaglia
sta per giungere all’epilogo», rispose Urchaid.
«Quando?», chiese lo Spirito del Vuoto.
«Molto presto. ti chiedo di lasciarmi andare avanti come ho progettato; presto porremo fine a
tutti i Regni dei Custodi sulla Terra», rispose Urchaid, deciso a non rivelare più del dovuto.
Sapeva cosa gli avrebbe ordinato di fare Fàs e lui non voleva, desiderava che le cose andassero
esattamente come aveva progettato: uccidere Aidan come voleva Fàs non rientrava nei suoi progetti.
«Ti lascerò fare, Urchaid, ma questa volta voglio l’anima di quel guerriero, la pretendo,
altrimenti sarà tutto inutile», disse, infatti.
«Sono mesi che lo voglio morto, e così sarà», acconsentì Urchaid, stando ben attento a non
specificare come.
Prese congedo da Fàs e si apprestò a richiamare l’attenzione della sua marionetta,
materializzandola fuori dal Regno. La cosa divertente era che, tramite quel pupazzo di carne, lui poteva
entrare e uscire senza che nemmeno lo sapessero: la sua resa a lui era volontaria e il male non veniva
percepito come intrusione. Se la situazione si fosse protratta a lungo, si sarebbe divertito a sterminare
un po’ di Custodi ignari, proprio come aveva già fatto, ma ormai l’epilogo si avvicinava e non aveva
interesse a generare tafferugli. voleva solo prendersi il suo premio. Lo divertiva il modo in cui lo
guardava, era certo che fosse stato proprio il suo nuovo aspetto a determinare l’ampiezza del suo
tradimento e la cosa lo faceva davvero ridere di gusto.
«Devi aprire un altro varco», ordinò.
«Quando? Dove?», domandò.
«Domani sera, sai dove e sai perché. Pensi che ti abbia lasciato cosciente durante tutto il tempo
per distrazione, ti ho permesso di vedere perché mi divertiva li guardassi anche tu. Nel frattempo
abbiamo avuto anche una rivelazione, non poteva andare meglio», rispose lui, ridendo.
«Certo, ho capito», rispose rapidamente.
Vedeva che aveva una domanda sulla punta della lingua, ma si tratteneva. Aveva paura e a lui
questo piaceva: la paura impediva alle persone di commettere sciocchezze, come tentare di fare di testa
loro.
«Porterai nel luogo convenuto prima lui, da solo, e farai in modo che lei ci raggiunga
successivamente. Accertati di liberarti anzitempo, prima dobbiamo fare quel lavoretto al Castello e ti ci
porterò io. Dovrà essere tutto molto rapido o qualcuno potrebbe mettersi in moto. È tutto chiaro?».
«Sì, certo...», rispose.
«Allora non c’è altro da aggiungere», se ne prese gioco.
Sapeva già cosa voleva chiedere, ma desiderava vedere se aveva il coraggio di farlo. Rimase in
silenzio e questo gli diede conferma di quanto lo temesse. Decise allora di concedere un premio alla sua
marionetta.
«Naturalmente avrai ciò che vuoi, quando tutto sarà finito: un accordo è un accordo», aggiunse,
quasi gioviale.
«Grazie!», esultò la marionetta, proprio come un cane che scodinzola.
Poi la riportò al suo posto e ne abbandonò il corpo.
Gli tornarono alla mente le immagini di quei due insieme e la rabbia lo pervase come non mai:
avrebbe voluto materializzarsi nella tenda di Aidan e ucciderlo subito, ma gli serviva vivo per portare a
compimento il suo piano.
Avrebbe aspettato, in fondo un giorno non era molto.
Capitolo 19 ~ Memorie dal passato
Mercoledì 4 aprile
Kenina si era alzata all’alba, voleva aiutare Buonia a preparare la colazione per tutti; era certa
lei fosse già in piedi, quella ragazza era instancabile. La vide armeggiare intorno a un piccolo fuoco e la
teiera sospesa sopra da cui già usciva vapore era la prova lampante del suo essere sempre pronta a
mettersi al servizio di tutti. Kenina sapeva che l’avrebbe dovuta considerare quasi come una nemica,
ma la apprezzava e non poteva farci nulla.
«Sapevo che ti avrei trovato qui, desideravo parlarti da sola e darti una mano», la sorprese alle
spalle.
«Buongiorno, Kenina», la salutò Buonia.
«Innanzitutto ti faccio i miei complimenti per la pozione e per aver salvato Brian: hai fatto un
ottimo lavoro. So quanto possa essere legato alle tradizioni mio padre e mi scuso per qualsiasi
pressione tu abbia potuto ricevere», disse prima di tutto.
«Non preoccuparti, comprendo lui e il personale del Castello: si teme sempre che qualche
guaritore possa prendersi qualche licenza e perdersi per strada», replicò Buonia.
«Certo, ma non è il tuo caso. Avendo la fiducia di Celine avrebbero dovuto sostenerti», rimarcò
Kenina.
«Non tutti credono ciecamente in lei. La pozione per guarire Brian è stata un tiro alla cieca, mi
ha dato l’ordine di tentare poiché era spacciato. In altri casi sono certa non lo avrebbe fatto», evidenziò
Buonia.
«In ogni caso ci terrei a dirti che so tutto di lei e Aidan, e sono dalla vostra parte», mise in
chiaro Kenina.
Buonia si limitò ad annuire, forse non si fidava di lei, o semplicemente non le piaceva parlare di
cose che riguardassero gli altri. Kenina iniziò ad affettare il pane per la colazione; Buonia aveva portato
dal castello qualche provvista fresca e ne stavano approfittando prima che il caldo facesse i suoi effetti
sul cibo.
«Volevo dirti che mi dispiace per Murch. No, in effetti è errato dire che mi dispiace, sarò
sincera: non sono il tipo che si tira indietro. Mi piace e farò tutto ciò che è mio potere per tenermelo. Io
ti apprezzo, Buonia, e sono rammaricata che ci siamo conosciute in questa circostanza. Immagino che
tu voglia molto bene a tua cugina, da quanto ho compreso, e so che probabilmente un nostro possibile
legame ti preoccupa, ma andando oltre a questo vorrei sapessi che ti apprezzo. Mi piacerebbe davvero
essere tua amica», disse, liberandosi finalmente di un peso
«Ricambio il tuo apprezzamento, Kenina. Sei molto diversa da me, non te lo nascondo. Io non
sarei mai capace di essere così audace, ma non sei come Kaina: hai i tuoi modi, sei diretta, onesta, non
meschina o volgare. Sarò sincera anche io con te: in un’altra circostanza non potrei che essere felice per
Murch, è un bravo ragazzo e non sta affatto tradendo mia cugina, per come stanno le cose tra loro è
libero da qualsiasi legame. Lei lo ha respinto, proprio come ti ha detto», rispose Buonia, fermandosi per
guardarla in faccia mentre pronunciava quelle parole.
«Me lo avevi già detto, ma ti ringrazio per averlo riconfermato. Al posto tuo un’altra persona
avrebbe tentato di farmi credere il contrario», la ringraziò Kenina.
«Già, però non c’è un’altra e io non amo mentire. Sarà il destino a decidere, o forse l’amore.
Non ti nasconderò che, mentre ero al Castello, ho scritto ad Adraste per avvisarla di ciò che stava
nascendo tra voi. Scusami, glielo dovevo. Ci sono dei motivi che non posso riferire per i quali lei si è
tirata indietro. Non tradirò la sua fiducia, ma era giusto che lei sapesse», ammise Buonia, stupendola
ulteriormente.
«Nessun rancore», si affrettò a rispondere Kenina. «Ognuno deve fare ciò che sente. Grazie per
la tua sincerità», concluse, notando che stava sopraggiungendo Erskine.
«Buongiorno, signore. Già all’opera?», le salutò.
«Il sole a breve sorgerà, sarà meglio mettersi in marcia. Non credo rientreremo prima di sera»,
replicò Kenina.
«È probabile», assentì Erskine, iniziando a richiamare gli altri che erano ancora nelle tende.
In breve l’accampamento fu invaso dal vociare: chi arraffava qualcosa di corsa per andare poi a
prepararsi, chi si vestiva e poi si accontentava di ciò che trovava.
Murch si avvicinò, circondandole la vita con un braccio.
«Ehi», la salutò, sorridendole.
La sera precedente si erano baciati a lungo sotto le stelle, prima di rientrare nelle proprie tende:
si sentiva lo stomaco annodato, ripensandoci.
«Non riuscivo ad alzarmi», le disse sottovoce.
«Hai fatto le ore piccole ieri sera?», ammiccò lei, stando al gioco.
«Colpa di qualcuno con due labbra bellissime», rispose lui. «Buongiorno, a proposito»,
aggiunse, poi si sporse a darle un piccolo bacio, davanti a tutti.
Kenina si sentì inondare dalla gioia. Sembrava che lui si fosse avvicinato dopo il chiarimento
alla Miniera: era sempre più naturale e raramente aveva notato quel velo di tristezza che aveva oscurato
il suo sguardo in precedenza. Inconsciamente aveva già preso la sua decisione: non lo avrebbe mai
lasciato andare via, non sarebbe rimasta indietro facendoselo strappare da un’altra. Quando la
spedizione nel Regno del Fuoco fosse giunta a termine si sarebbe candidata per unirsi a loro. Suo padre
avrebbe un po’ pestato i piedi, ma la decisione sarebbe spettata a Celine, e lei confidava in quello.
Sapeva quanto fosse giusta, non la riteneva capace di essere così meschina da rifiutarla solo per
favorire la cugina di Buonia. Aveva condiviso il suo segreto con lei, poteva solo significare che si
fidava e la apprezzava, altrimenti non lo avrebbe mai fatto, ne era certa.
Si misero rapidamente in marcia per dirigersi ancora una volta verso Sud. Non sarebbero andati
in direzione della Duna, ma avrebbero cavalcato verso Sud-Est. Prima sarebbe toccato al Canyon,
Carraigean, dopo all’Oasi Perduta, Àilean Caill. Da quel lato c’era meno sabbia e più rocce e le dune
erano solo piccoli avvallamenti su una grande pianura. Kenina notò qualche cactus bruciato lungo la
strada e si fermò a osservarli stupita.
«Tutto bene?», la interpellò Celine.
«Sì, solo è strano...», replicò lei incerta.
«Che cosa?», indagò Celine.
«Questi cactus, alcuni sono bruciati, ma in questa zona sono certa non sia passato nessuno di
recente e, anche se fosse, noi non danneggiamo la natura, non bruciamo le piante a caso», replicò lei
sempre più dubbiosa.
Scese dal cavallo e si avvicinò a ciò che restava di una di quelle povere piante, spazzò la sabbia
che vi era vicino fino quando non trovò cosa cercava. Sotto lo strato che si era depositato nelle ultime
ore c’era una scia annerita.
«Deamhan an çhenney», disse, quasi tra sé.
Incrociò lo sguardo di Celine e notò qualcosa nei suoi occhi, quasi una conferma. Si chiese
quanto lei e Aidan si fossero trattenuti in quella grotta, lei e Murch erano stati insieme per un po’, ma
non aveva notato niente all’orizzonte.
«Di che cosa si tratta? C’è qualche problema?», si avvicinò Erskine già in allarme.
«Nessun problema, immagino che recentemente si sia verificato un rarissimo fenomeno che
interessa questa terra. A volte i giacimenti di lava sotterranei risalgono e si creano dei bellissimi vortici
di fuoco. Accade solo di notte: per via dell’escursione termica l’aria è quasi gelida. Uno spettacolo
spaventosamente meraviglioso. Io sono nata qui e ne ho sempre solo sentito parlare», spiegò Kenina a
beneficio del Maestro. Qualcosa le diceva che Celine sapesse perfettamente di cosa stava parlando.
«Se è tutto nella norma, rimettiamoci in marcia», la esortò il Maestro.
Kenina, senza obiettare, risalì a cavallo. Era inutile star lì a osservare la sabbia annerita o le
piante bruciacchiate, purtroppo non avrebbero dato vita a uno di quegli splendidi vortici sotto i suoi
occhi.
Man mano che si avvicinavano al Canyon il terreno da sabbioso diveniva roccioso e digradava
lentamente. Li aveva guidati per una strada che li avrebbe condotti in cima alla più grande sporgenza
rocciosa del Regno. Poi avrebbe fatto strada in base a ciò che la Regina avrebbe chiesto: c’erano diversi
sentieri, scavati nella roccia, che favorivano una discesa sul fondo, al riparo dai crepacci. Da lì vi era
una buona vista su tutta l’area e forse Celine avrebbe notato qualcosa.
Quando furono giunti in cima, rivolse lo sguardo verso Celine.
«È bellissimo», disse la Regina, mentre scendeva da cavallo per avvicinarsi alla sporgenza.
«Quando si visitano meraviglie di questa portata, la bellezza è tale che è pressoché impossibile restare
insensibili davanti a ciò che l’occhio ci propone. Mi sono informata prima di venire qui, ma le tue
conoscenze arricchiranno di certo la mia visita».
«La storia di come si è formato questo luogo è tanto affascinante quanto misteriosa, i libri non
lo spiegano molto chiaramente. Si dice che il mare, nel corso dei secoli, abbia provato più volte a
richiamare il suo tributo di terra, innalzandosi e inondando l’intera area, ma che Te?net non volesse
cedere parte dei suoi domini», iniziò Kenina, rievocando le lezioni di storia antica che aveva seguito
durante i suoi anni di studio. «Se osservi l’area interna della montagna, dove c’è la spaccatura, puoi
notare tutte le sfumature di colore differente che caratterizzano le pareti verticali. Ogni strato si dice
corrisponda a una differente inondazione, che nei vari periodi ha depositato differenti strati di roccia.
Come vedi tre sono facilmente distinguibili: le loro tonalità che risaltano a seconda dell’orario in cui le
si osserva a da come si rifrange la luce. La prima fascia netta è quella in arenaria, più su c'è lo strato di
scisto scuro e sopra lo strato di calcare chiaro. Corrispondono a precedenti depositi di sabbia, fango e
resti calcificati di organismi marini. Noterai di certo la predominanza di rosso, derivante dal ferro
ossidato presente in tutte le formazioni rocciose», si fermò Kenina per consentire a tutti di dare uno
sguardo.
«E poi che cosa accadde?», domandò Celine.
«Quando il mare si faceva audace, e inondava l’area, lo Spirito del Fuoco combatteva il
fenomeno innalzando una catena montuosa, tramite terremoti causati da eruzioni sotterranee. L’acqua
che restava all’interno inondava comunque il territorio, così, con l’ausilio dei comignoli del Vulcano,
provocava potentissime eruzioni guidate che segavano di netto la catena montuosa. L’acqua fuoriusciva
e si andava a riversare in mare: osservando con attenzione la spaccatura centrale potrete notare le colate
di roccia scura calcificate».
«Si tratta di un fenomeno davvero affascinante», osservò Aengus.
«Soprattutto per la battaglia che si sono dati il mare e lo Spirito del Fuoco», aggiunse Ermer,
che di solito sembrava prestare poca attenzione ai dettagli che non fossero di natura estremamente
affine ai suoi compiti.
Kenina ne fu orgogliosa e riprese la spiegazione sempre più animata.
«Si racconta che l’ultima volta il mare tentò l'invasione del territorio e trasformò l’altopiano in
una pianura immensa; lo Spirito del Fuoco si sentì offeso da quel tentativo estremo e generò terremoti
di origine vulcanica che portarono via al mare milioni di litri cubi d’acqua. Le placche entrarono in
collisione tra loro e l’altopiano si elevò nuovamente, trasformandosi ancora in un’area totalmente
emersa, così come potete vedere oggi», concluse Kenina.
«So che c’è anche una leggenda», fece presente Bhirginia.
«La leggenda narra fosse Uisge, lo Spirito dell’Acqua, che si divertiva a tormentare il fratello
che più amava, facendogli questi dispetti. Si narra che loro due si amassero molto per quanto fossero
opposti e che la forte distanza spinse Uisge a giocare con il mare per riunirsi all’amato fratello», narrò
Kenina.
Una parte di quella leggenda le suonava in tutt’altro modo, la sentiva più affine a sé. Lei era una
Guerriera di Fuoco e Murch d’Acqua: come gli Spiriti che più si amavano, erano agli antipodi. Sperava
in cuor suo che, anche se era un amore diverso, per loro si manifestasse lo stesso destino: quello di non
riuscire a essere distanti.
«Grazie per questi dettagli. Narrati sul luogo sono certamente più incisivi che letti: si ha
l’opportunità di essere coinvolti con tutti i sensi, di poter osservare e assorbire la magia», osservò
Celine.
Seguì il suo sguardo e notò che la sua attenzione era stata catturata dai Similearan as Te?net.
Chiamavano così quei rilievi rocciosi a forma di prisma rastremato verso l’alto. Erano di roccia
dall’aspetto friabile e sormontati da un cono compatto, che sembrava proteggere la roccia sottostante.
La storia diceva che fossero gli altri comignoli del Vulcano e che Te?net, per proteggere il popolo dalle
eruzioni una volta finito di giocare con Uisge, avesse posto sopra quelle bocche i massi a forma di cono
per chiuderli.
«Desidero raggiungere quel punto», disse la Regina poco dopo. «Puoi condurci lì?»
Kenina annuì e ripresero la marcia.
Aidan era stanco, anche se non lo dava a vedere. Aveva passato tutta la notte senza chiudere
occhio, incapace di smettere di pensare a quanto era accaduto tra lui e Celine. Non riusciva a scacciare
dalla mente le immagini che gli si accumulavano in testa, erano come pensieri dispettosi che
spuntavano ogni volta che la osservava, e le sensazioni non erano da meno. Riviveva com’era stato
toccare quella pelle, sentirla contro la sua, avere la sensazione di quanto fosse giusto ciò che stava
accadendo.
Coscientemente riusciva a discernere la sua felicità da ciò che era davvero giusto, ma non
appena il suo livello di attenzione calava le sue emozioni prendevano il sopravvento e tutto si
trasformava in un vortice di respiri confusi, labbra, carezze segrete e di desiderio. Se la sera precedente
gli Spiriti non fossero stati vigili e non avessero manifestato il loro disappunto davanti a quella follia,
avrebbe commesso l’irreparabile. Aveva tentato di mantenere il controllo più a lungo possibile, ma
quando lei aveva iniziato a vagare con le mani sul suo corpo aveva staccato il cervello. Gli era risultato
impossibile contenere se stesso e ciò che desiderava. Altra nota dolente era anche aver scoperto cosa si
era precluso: l’amore. Perché niente di ciò che aveva vissuto in passato era nemmeno lontanamente
paragonabile a ciò che avrebbe potuto vivere con lei.
Appena terminò quella considerazione, si maledisse mentalmente per averla fatta: lei non gli
apparteneva, non sarebbe mai accaduto. Anche se gli aveva fatto male sentirlo, era felice che avesse
iniziato a considerare quella possibilità, era contento che ne avessero parlato. Quando fosse giunto il
momento, lei avrebbe saputo che aveva compiuto una scelta consapevole e non si sarebbe sentita in
colpa nei suoi confronti. Se gli aveva fatto male affrontare i suoi sguardi carichi di disprezzo, quando
pensava che lui avesse una relazione con Kaina, ancor peggio sarebbe stato cogliere nei suoi occhi la
pietà. Non avrebbe saputo metabolizzare uno sguardo del genere, non ora che era abituato a quegli
occhi che lo osservavano come se fosse stato perfetto.
Dopo aver legato i cavalli in un grande spiazzo munito di recinto, si stavano apprestando a
risalire un colle piuttosto impervio. Celine probabilmente desiderava tentare lì un contatto. Lui non
nutriva false speranze su quella spedizione: dopo il danno che stavano per fare la sera antecedente, era
sicuro che gli Spiriti non avrebbero certo desiderato collaborare. E ne avevano tutte le ragioni. Erano
stati degli incoscienti e dei folli, avevano messo a rischio tutti per il loro legame, e lui lo sapeva bene.
Se solo Urchaid non avesse quasi ucciso Mavi e Celine non si fosse quasi privata dell’energia
vitale per portarla indietro, lui non avrebbe mai usato il dono che li univa per salvarla. Nonostante il
grave danno che sarebbe presto ricaduto su tutta la popolazione se il luogo di forgiatura dell’Arco non
fosse venuto alla luce, non riusciva a pentirsi della sua scelta. Non sarebbe mai riuscito a lasciare
Celine in quel letto, esanime, consumata da energie che la stavano privando della vita. Non aveva idea
di come avrebbero fatto ad affrontare il problema, di come Celine avrebbe potuto giustificare l’assenza
del rilevamento del luogo di forgiatura dell’Arco, né come ne sarebbero venuti a capo.
Poi si diede dello stupido e afferrò il succo di tutta la questione: gli Spiriti volevano che ci
arrivasse, desideravano che fosse così disperata da piegarsi. Ma Celine era Celine, e difficilmente
sarebbero riusciti a farle compiere ciò che non desiderava fare, soprattutto a fronte di un ricatto. Si
sentiva responsabile di tutto e sapeva che, quando la verità fosse venuta a galla, Celine se ne sarebbe
presa in qualche modo la colpa, tenendolo al sicuro. La cosa lo faceva impazzire. Sarebbe dovuto
essere lui a proteggerla e non il contrario, e avrebbe dovuto farlo come aveva deciso sin da principio,
quando era ancora davvero un guerriero degno di quel nome, quando non era un traditore. Aveva
infangato tutti i principi in cui aveva creduto tutta la vita, era stato capace di rinnegare la profezia e le
loro leggi, si era venduto l’anima di fronte a quel sentimento. Forse tutto quello che stava accadendo
era la punizione per il suo comportamento.
Quella sera, probabilmente, Celine avrebbe desiderato parlare con lui, ma lui le avrebbe detto di
no. Se la situazione non si sbloccava non sarebbero arrivati da nessuna parte e l’Arco sarebbe rimasto
disperso, ma soprattutto non aveva fiducia in sé, non dopo ciò che era quasi riuscito a fare poche ore
prima. Rimanere di nuovo da solo con lei, dopo quello che aveva provato, poteva voler dire solo una
cosa: rischiare l’irreparabile. Non poteva, almeno questo a Celine lo doveva: quando non riusciva a
essere forte lei, avrebbe dovuto esserlo lui per entrambi.
Ripensò al suo incubo, al suo bisogno di averla vicino per attutire quelle sensazioni devastanti e
rivalutò anche quello. Si disse che forse non era stata una buona idea: più la rendeva necessaria a se
stesso, più il loro legame cresceva e i rischi aumentavano in proporzione. Ma, soprattutto, quando lei
gli avesse voltato le spalle sarebbe stato, se possibile, ancor più devastante. Non voleva lasciarla, non
poteva, era più forte di lui. Il loro rapporto le permetteva di usare il Potere della Luce, che spesso era
stato necessario a fronte di situazioni terribili, ma non voleva nemmeno che il cerchio si stringesse così
saldo come stava avvenendo in quell’ultimo periodo. Avrebbe dovuto essere più cauto da quel
momento in poi, specialmente davanti alla sua reale mancanza di pentimento per quanto era quasi
avvenuto tra loro.
Quello che era successo la sera prima gli aveva aperto gli occhi, aveva fatto calare il velo sulla
grande bugia che stava vivendo. Aveva sempre detto a se stesso che non sarebbero stati insieme per
sempre, ma nell’ultimo periodo lo aveva come rimosso: quasi inconsciamente si era davvero sentito il
suo compagno e come tale l’aveva trattata. Era come l’acqua per un uomo perso in quelle terre
selvagge, come l’aria per un uomo che sta annegando. Quando era stato male per gli incubi, anziché
cercare di affrontarli da solo, aveva subito pensato a lei. Ma lei non ci sarebbe stata per sempre.
Odiava il Regno del Fuoco, il Regno del suo Elemento.
Quel luogo, quegli spazi immensi fatti di un nulla dorato e fluttuante, acuivano la sensazione di
non essere più parte del mondo, di vivere una vita a sé. Si era dimenticato che presto sarebbero tornati a
Gallaibh, che Celine era la sua Regina, la Prescelta, e lui non lo era. Non era degno di lei e di ciò che
gli concedeva. Se Celine avesse potuto udire quei pensieri non gli avrebbe dato tregua, rammentandogli
il contrario, ma ormai aveva aperto gli occhi e si sarebbe trattenuto.
Avrebbe sistemato tutto, doveva compiere un passo indietro, non l’avrebbe abbandonata fino a
quando il Prescelto non fosse apparso, ma avrebbe limitato i loro contatti.
Non gli restava che pregare lo Spirito del Fuoco affinché le concedesse di trovare l’Arco.
Celine osservava il rincorrersi delle emozioni sul volto di Aidan, lo guardava mentre era
distratto. Riuscì a coglierlo di sorpresa poiché era talmente stanco da non essere sufficientemente
attento e, inoltre, era assente, perso nei suoi pensieri. Lo conosceva sin troppo bene per domandarsi a
cosa stesse pensando: lei lo sapeva. A caldo le aveva detto di non essere pentito di ciò che avevano
vissuto, ma, in quel momento, probabilmente, si stava fustigando. Avrebbe voluto parlargli, tramite i
medaglioni, ma durante la spedizione aveva altri obblighi a cui far fronte.
Quando giunse vicina ai Similearan as Te?net, chiese agli altri di restare indietro e raggiunse la
sommità da sola. Prese tra le mani quei camini di roccia e avvertì nettamente la potenza dello Spirito.
Ripulì la sua mente e si concentrò solamente sulla sensazione che le davano al tatto quelle rocce, sul
suo desiderio disperato di parlare con Te?net. Da principio tentò nel solito modo; poi, ignorando la
mancanza di contatto, prese a urlare nella sua mente, proprio come se lo Spirito le avesse risposto.
“Tanto lo so che mi stai ascoltando, che mi senti e mi vedi. So che fingi di non esserci, allora
dimmi: proprio tu che vuoi sconfigga Fàs, come anche i tuoi fratelli, come pretendi che lo faccia senza
recuperare l’Arco?”, inveì disperata, dopo i primi tentativi pacati.
“Ma tu hai tutti gli elementi necessari per reclamarlo, Celine, solo non li hai visti. La tua mente
è troppo occupata da altro, sei stata cieca”, rispose finalmente Te?net.
“Che cosa vorresti dire? Io non so quale sia il luogo di forgiatura, non conosco queste terre
come quelle di Adhar dove ottenevo anche altri tipi di risposte, dove il luogo mi parlava. Qui ti sei
impegnato a fare in modo che quasi tutto restasse muto”, contrattaccò Celine.
“Questo luogo è muto, Celine, è quasi tutto morto e ciò che non hai percepito non ti è giunto
solo per colpa tua. Ti interroghi tanto su quale sia il luogo di forgiatura dell’Arco, ma ancora non hai
saputo riconoscerne il portatore. A che cosa serve sapere dove puoi reclamarlo, se non sai chi lo
custodisce?”, le domandò, con quel tipico modo di fare degli Spiriti che sembrava volerti dire qualcosa
senza esporsi.
“Quando lo avrò davanti e sarà il momento, lo saprò identificare, proprio come ho fatto con
Mavi”, replicò piccata.
“Celine, io ti sto parlando e tu non cogli; anche se mi ero ripromesso di non farlo mi sono
palesato di fronte alla tua tenacia, dovresti sapere che le nostre non sono mai parole vuote”, disse
Te?net quasi con tono deluso.
“Vorresti forse dire che io ho già individuato il portatore senza saperlo?”, domandò allora.
“Ah, Celine, niente domande dirette. Ti dirò solo ciò desidero che tu sappia”, la mise al suo
posto Te?net.
“Come facciamo a sconfiggere il nemico se voi per primi ci ostacolate?”, domandò allora.
“Sei tu la prima che ostacola se stessa, non vedi? Non sarò io a dirti cosa è sbagliato, lo sai
già. Noi non usiamo sotterfugi, non interferiamo col libero arbitrio. Ogni vita persa è una tua
responsabilità, Celine”, evidenziò Te?net.
“Se questo Regno è sicuro, come hanno potuto i nemici penetrare? È chiaro che vostro fratello
questi scrupoli non se li stia facendo, usa mezzi e conoscenze che voi non ci mettete a disposizione”,
tentò allora Celine.
“Io non sono Fàs, Celine. Non ti dirò ciò che sei tenuta a scoprire perché noi non usiamo
scorciatoie, tutto va guadagnato. Ricorda queste parole e usa davvero gli occhi, come hai sempre
saputo fare: questo è l’unico suggerimento che ti posso dare”, le ingiunse Te?net, per poi
abbandonarla.
Celine non riprovò a parlare, sapeva che lo Spirito l’aveva lasciata. Si alzò in piedi, voltandosi
verso i suoi compagni.
«Te?net mi ha parlato», disse rivolta a quei visi ansiosi. «Egli mi ha lanciato una sfida, mi
rivelerà il luogo di forgiatura dell’Arco quando avrò individuato il suo portatore, poiché solo allora mi
servirà sapere dove andare».
«Ha senso, forse gli Spiriti temono che il nemico, in qualche modo a noi ignoto, possa scoprire
il luogo e tenderci un agguato, come nel Regno dell’Aria», s’inserì Erskine.
«Lo penso anch’io», lo appoggiò Ermer.
Anche altri presero a fare congetture e approfittò di quel momento di confusione per parlare con
Aidan tramite il loro dono: doveva almeno fargli sapere di non aver mentito del tutto.
“Non mi ha precisamente lanciato una sfida, ma mi ha parlato. Con i soliti modi sibillini mi ha
fatto intendere che ho già avuto a che fare con il portatore, forse trovandolo le cose saranno più
chiare”, disse incoraggiante.
“Forse era uno dei Custodi che hai salvato alla Miniera, magari la corruzione ti ha impedito di
vedere il dono”, rispose Aidan. Il suo volto sembrava leggermente rianimato rispetto a qualche attimo
prima.
“Devo rifletterci sopra, comunque...”.
“Erskine ti sta parlando”, la interruppe Aidan.
«Perdona Maestro, stavo rimuginando sulle parole di Te?net. Saresti così gentile da ripetere
quanto hai detto?», chiese cortesemente Celine.
«Dicevo che sarebbe opportuno tornare a Caisteal a Òir, i Custodi sono tutti lì e nel vicino
Clachan a Òir. Non ha senso continuare a girare o stare al Vulcano, correndo il rischio di un attacco in
un luogo isolato», ripeté il Maestro.
«Andremo comunque all’Oasi e questa notte dormiremo al Vulcano. Domani mattina potremo
ritornare a Caisteal a Òir. Nel precedente viaggio ogni luogo era foriero di notizie, chissà che all’Oasi
non possa comprendere qualche dettaglio su come riconoscere il portatore», rispose Celine.
«Io credo che dovremmo considerare l’opzione di rientrare a Caisteal a Òir ...».
«Erskine, ieri sera, prima di ritirarci per la notte abbiamo convenuto di non far fare il turno di
guardia a nessuno, poiché tutti erano troppo afflitti dalla stanchezza. Non è accaduto nulla. Abbiamo
già considerato l’opzione che Camdyn, sotto l’influsso del nemico proprio come Acheflow, abbia
aiutato il nemico a entrare in qualche modo. Adesso lui è morto e i Custodi al Castello ci
raggiungeranno in pochi secondi, in caso di attacco. Non c’è nulla da temere ma, se lo vorrai,
comunque, potrai organizzare dei turni di guardia per questa notte», gli tenne testa Celine.
«Hai ragione, ma non possiamo sapere se ci siano altri come Camdyn. Quella di ieri notte è
stata una leggerezza dovuta anche alla mia di stanchezza, oggi di certo starà di guardia qualcuno»,
rispose Erskine.
«Mi propongo per il primo turno», si offrì immediatamente Kenina, «è la mia terra, sono
abituata al clima. Passare buona parte della notte sveglia in vista del rientro a casa non mi pesa».
«D’accordo, ti farà compagnia Murch», acconsentì Celine che aveva colto il motivo di Kenina.
Desiderava avere la possibilità di passare del tempo con Murch prima che tornassero al Castello, in
vista dell’imminente separazione che avrebbe significato la fine della spedizione.
«Va bene», si fece avanti Murchadh.
In breve presero a ridiscendere il Canyon, ma dall’altro versante, quello che li avrebbe condotti
più vicini all’Oasi.
Celine, in verità, non immaginava di trovarci granché, né che lo Spirito del Fuoco si
ripresentasse, ma voleva completare il giro. Non voleva trascurare nulla.
...
.
...
FINE Parte 2.